Tra Takaichi, Babis e la Flotilla. Per un liberalismo repubblicano per il popolo (I/II)

da | Ott 7, 2025 | Politica Internazionale

La prima settimana di questo ottobre 2025 si è chiusa con tre notizie politiche di prim’ordine.

La prima riguarda la vittoria delle destre radicali e antisistema alle legislative ceche. Il solo partito ANO 2011 dell’ex presidente Andrej Babiš ha conquistato 80 dei 200 seggi a disposizione nell’unica camera del parlamento ceco. Imparentato a livello europeo con i Patrioti (dopo un’incomprensibile e disdicevole permanenza in Renew Europe), ANO 2011 si troverà a dover costruire la maggioranza di governo con due forze ancor più estreme: il partito anti-migranti e anti-UE Libertà e Democrazia Diretta (15 seggi) e Automobilisti per sé stessi (13 seggi), partito nato per le elezioni, ultra libertario, contrario alle piste ciclabili e all’uso di energie pulite e favorevole alla cessazione di ogni aiuto all’Ucraina per far riottenere a famiglie e industrie nazionali il gas russo a buon mercato.

Verosimilmente, all’opposizione si vedrebbero i partiti della coalizione di governo uscente di conservatori e democristiani SPOLU (23,36% dei voti, 52 seggi), veri sconfitti di questa tornata. Dopo aver sostenuto due anni fa l’elezione nel 2023 dell’ottimo Presidente della Repubblica Petr Pavel (ex generale NATO) proprio contro il miliardario Babiš, SPOLU ha dilapidato il quasi 60% di voti raccolti due anni fa per le presidenziali con due errori. Anzitutto, non è riuscita a incidere nella vita delle regioni più depresse raggiungendo la maggioranza dei seggi solo nelle grandi città di Praga e Brno e facendo bottino apprezzabile solo nella ricca Boemia centrale e nella vecchia regione dei confinati dal comunismo, Hradec Králové. In secondo luogo, la coalizione SPOLU non è stata in grado di federare le forze affini: STAN – partito liberaleggiante, espressione degli amministratori locali e dell’opposizione al centralismo praghese, uno dei pomi della discordia con SPOLU – e il Partito Pirata, entrambi performanti sopra il 10%. Queste elezioni lasceranno forti strascichi, rinvenendo un ulteriore alleato per Viktor Orbán nel contrasto all’indipendenza ucraina.

Se questa notizia ci offre una terribile finestra sui successi e le contraddizioni della destra populista, un’altra notizia di questo inizio ottobre ci dà la misura dello stesso fenomeno nel campo opposto. Si tratta della conclusione della tragicomica odissea della Global Sumud Flotilla. Risparmiamoci la cronaca dei fatti, ormai saputi e risaputi rispetto alle meno mediatiche elezioni ceche. Si possono fare due osservazioni di carattere politico.

Anzitutto, gli attivisti non erano soccorritori e volontari, ma, appunto, attivisti. Cioè hanno fatto solo e soltanto politica. Hanno tentato di forzare blocchi navali militari (legittimi) con barchette civili per aprire nuove rotte, più lunghe delle attuali, da percorrersi via mare e economicamente e umanitariamente sconvenienti, il tutto trasportando aiuti in quantità enormemente al di sotto di quanto viene recapitato ogni giorno nella Striscia. Se tutto ciò sembra abbastanza ridicolo, i patriarchi di Gerusalemme, l’ortodosso Teofilo III e il cattolico Pierbattista Pizzaballa, si erano offerti ai partecipanti di questa utile spedizione di farsi consegnare e mettere al sicuro gli aiuti a Cipro, da dove sarebbero giunti sicuramente a destinazione attraverso canali sicuri. Gli intrepidi navigatori avrebbero almeno potuto salvare davvero qualche vita in questo modo, visto che le istituzioni religiose sono più presenti operativamente di gran parte delle ONG e collaborano attivamente con l’ONU in quel contesto. E invece no: il reality show politico ha dovuto proseguire fino in fondo. Il che è stato denunciato dai due religiosi. Ciò non è bastato a mostrare alle folle della sinistra euroamericana la follia del tutto e la strumentalizzazione della tragedia di Gaza per fini ben altri dall’umanitarismo: radicalizzazione antisemita e antiamericana.

La seconda considerazione che viene da fare sul tragicomico esito della Flotilla, però, riguarda l’insoddisfazione dei più ampi settori dell’opinione pubblica occidentale, ben al di là dei radicali di sinistra o dei cittadini di seconda generazione islamici, verso il modo in cui le cancellerie si sono approcciate al tema dei crimini di guerra israelo-palestinesi e delle colonizzazioni incontrollate. Spingere tanto il 7 ottobre (senza spiegarlo neanche bene nella sua disgustosa efferatezza) quando il governo di estrema destra israeliano macellava a decine di migliaia innocenti palestinesi (per un terzo bambini) e arruolava a migliaia propri giovani per combattere una guerra che per i vertici dell’esercito avrebbe potuto durare molto meno – beh, diciamo che non ha pagato nella promozione e difesa del nostro alleato israeliano. Sarebbe convenuta una scelta diversa, si sarebbe dovuto mostrare i muscoli al nostro amico Israele per spingerlo a fermarsi. Tuttavia, diplomazia, energia, dialettica, autorevolezza e deterrenza sembrano cose sempre meno considerate dalle leadership nazionali e comunitarie europee. Invasione dell’Ucraina docet.

Il terzo e ultimo fatto rilevante di questa prima settimana dell’ottobre 2025 è l’affermazione alle primarie del Partito Liberale Democratico giapponese, attualmente e storicamente prima forza politica del Sol Levante, della signora Sanae Takaichi. Ammiratrice di Margareth Tatcher, Takaichi, che ha battuto altri quattro contendenti, ha sessantaquattro anni e si è sempre distinta per posizioni molto nette a favore della rimilitarizzazione del paese, di un maggior ruolo della famiglia reale, di più severe politiche anti-immigrazione e di un rinnovato impiego di investimenti statali e bassi tassi di interesse come e più che in Abenomics (in ciò molto, molto poco tatcheriana).

Si potrebbe pensare alla vittoria di un falco della destra interna a un partito di solida tradizione centrista, magari con toni populisti. Invece no. Sanae Takaichi e i suoi sfidanti hanno mirato a tenere basso il tono del dibattito e a ragionare sui temi concreti, concorrendo sulla sensibilità dell’elettore mediano e mai rincorrendo l’estremismo. Tutti hanno smussato le loro posizioni più tranchant, cercando di mostrarsi come persone in grado di governare e rappresentare dignitosamente la terza economia del mondo e il primo alfiere della democrazia e dell’economia libera di mercato in Asia. Infatti, a meno di improbabili ribaltoni del partner di governo buddhista democratico Komeito, la nuova leader del più grande partito del Giappone sarà Primo Ministro.

Questo modo di fare politica rappresenta un atto di responsabilità. Di civiltà. Una scelta umana e politica che fa ‘a cazzotti’ con i due contemporanei episodi sopra descritti, per non parlare della ancor più rovinosa caduta dell’ormai imbarbarito dibattito pubblico a stelle e strisce degli ultimi anni. La scelta di Takaichi, fatta sia dagli iscritti che dai parlamentari del Partito Liberale Democratico, rappresenta un tentativo saggio e morigerato di sanare quel malcontento sociale che sta eruttando per bocca di una emergente formazione di estrema destra populista e razzista, il Sanseito (Partito della Partecipazione). Un malcontento che stava emergendo anche nel partito, con molti iscritti e amministratori locali delle aree rurali e dei quartieri più poveri che accusavano il premier dimissionario Shigeru Ishiba di essersi spostato troppo a sinistra, specialmente sul tema dell’immigrazione. Concluso il trittico di notizie, si può fare una valutazione sul presente momento della vita politica delle democrazie e su quali siano le opportunità che i liberali farebbero bene a sfruttare.

(A cura di Gennaro Romano)