Tra Takaichi, Babis e la Flotilla. Per un liberalismo repubblicano per il popolo (II/II)

da | Ott 15, 2025 | Politica Internazionale

L’insuccesso del centrismo al governo ceco e il naufragio dell’ultima segreteria del LDP giapponese targata Ishiba ci rivelano una nota dolente delle esperienze centriste degli ultimi decenni: l’assimilazione tra centrismo e dirigismo e tra dirigismo e dirigenzialismo. In dettaglio: il centrismo è divenuto da parte di chi lo propugna sempre più affermazione di una gestione che vuole essere puramente logica, lontana dall’irrazionalità delle masse umorali, dei portatori di interessi e, in definitiva, della politica. Questo ha spinto alla ricerca di figure e di scelte sempre meno politiche, sempre meno legate al sentire della cittadinanza, nel nome di un ‘suo bene superiore’ del quale non le si è provato più a spiegare convincentemente e coerentemente le coordinate e le ragioni, calando i provvedimenti dall’alto e spiegandoli poi dopo, con il piglio del dirigente d’azienda o del burocrate e non con quello del politico, che prima convince una certa fetta della popolazione e poi propugna il provvedimento nelle sedi legislative ed esecutive indicate.

Questa spinta dirigenziale e elitaria, smaccatamente antipopolare, rappresenta il primo peccato originale della stagione politica attuale, perché è la negazione della politica che temporalmente viene prima ancora dell’antipolitica e del populismo. Politica è l’insieme degli affari e delle funzionalità della pòlis. Pòlis che, a sua volta, non è la città come luogo fisico (che i greci chiamavano àsty), ma la moltitudine dei cittadini di diritto: pòlis condivide infatti la stessa radice di polýs (‘molto’). La politica, dunque, non si può fare che tra i molti e i molti si incontrano nei luoghi di ritrovo dei molti, come l’antica agorà, la piazza dei mercati e dei sacramenti delle città greche. Nell’agorà si deve discutere, sì isolandosi talvolta e rimanendo in pochi, ma anche battibeccando con altri. Di certo non si può andare a parlare solo con i quadri, i vertici e i redditi alti (i quali sempre più spesso stanno tra i sofisti e i demagoghi, rimanendo nell’immaginario dell’antica Grecia).

A chi, dunque, rimane fuori dalla debole, se non assente, comunicazione del nuovo dirigenzialismo elitario, apolitico e finto-centrista non rimane che rivolgersi a quel che, come lui, rimane fuori da quella classe politica (che, come detto, non è affatto politica). Cioè, l’antipolitica o, detta meglio alla luce del ragionamento di prima, l’anti-establishment: un termine che sostituisce alla meglio l’iper-inflazionata e molto generica nozione di populismo (parola che, al netto del reale percorso etimologico nelle scienze politiche e storiche, è usata spesso da quel dirigenzialismo pseudo-centrista di cui sopra in chiave di disprezzo verso il ‘popolo’ e la moltitudine non-dirigenziale in genere).

Come si può colpevolizzare chi, non vedendo le proprie istanze rappresentate da uno specifico gruppo politico, decide di rivolgersi altrove? Soprattutto se la classe dirigente fino a quel momento al centro della vita politica non si cura dii queste istanze per pregiudizio sociale e ideologico? Infatti, non è stato e non è ancora infrequente sentire pezzi della classe dirigente e dei suoi sostenitori proferire assiomi circa la marginale importanza dei territori periferici, l’esistenza di gerarchie di valore tra gruppi sociali trainanti e trainati, l’intrinseca superiorità dei grandi centri ricchi, da tutelare nei loro interessi. Poco importa se quest’ultimo passaggio possa sembrare apparentemente a scapito delle periferie: di esse si pensa, più o meno apertamente, che siano biologicamente incapaci di propositività e che possano solo essere trainate. Mai trainanti o, quantomeno, autonome.

I frutti di questo modo di ragionare sono, come si può bene immaginare, paradossali: lo si è visto in Cechia, dove la coalizione a trazione cristiana centrista SPOLU, pur di fronte al pericolo dei movimenti anti-establishment, non ha minimamente considerato l’integrazione delle istanze periferiche, territoriali e non centraliste del pur affine movimento STAN. Per i (non)politici-dirigenti cechi (e non solo) – espressione del meglio del meglio della formazione universitaria e della rispettabilità economica e sociale – non si poteva pensare, non già una correzione, ma neanche un compromesso o una integrazione da rustici amministratori locali e professionisti di minor rango.

Un ulteriore paradosso viene dalla reazione dei populismi vincitori. Pur in coalizione, i populisti cechi hanno gareggiato, come succede ovunque e soprattutto nella nostra Italia, a ‘spararla grossa’ l’uno più dell’altro. L’esito è che il più di successo dei partiti populisti, quello che assurge a guida della coalizione, si trova a dover temperare le proprie posizioni in vista del fatto di non poter violare le leggi, la costituzione e i trattati internazionali. Quindi, tale partito leader è costretto a diventare meno estremista. Tuttavia, sarebbe un errore da parte dei liberali pensare che questo possa essere meno estremo e essere permeabile a una moderazione: il partito populista al governo perde molto del suo estremismo, ma sta attento a non perderne mai oltre una certa soglia e a non snaturarsi. Infatti, perdere estremismo può avvantaggiare la concorrenza dei partner. Un esempio chiaro per noi italiani è dato dalla concorrenza tra Lega e FdI e tra M5S e AVS.

Bisognerà pur uscire da questo pantano tra un centrismo dirigista che si auto-sabota e esce volontariamente dalla competizione e un populismo che si moltiplica e si vivifica della sua stessa incapacità di istituzionalizzarsi. In maniera ancora una volta paradossale, lo spunto è offerto dalla notizia della Flotilla. Questa sbilenca vicenda ci dimostra che un’idea, anche la più stupida, se raccontata bene, se capace di scuotere le coscienze toccando le corde delle emozioni e dell’umanità – fa molta strada. Operazioni mediatiche di questa portata dimostrano la vitalità, il coraggio e la capacità organizzativa degli attori politici che ne sono protagonisti.

Ai centristi contemporanei questa vitalità, questa capacità di osare, di parlare con le persone e di fare democrazia sta troppo spesso mancando. In Italia, poi, ai centristi è spesso piaciuto chiamarsi moderati. Se Platone aveva ragione e i fenomeni, la forma – sono segnali delle idee, della sostanza, allora non c’è da sorprendersi dello stato corrente dei consensi per la politica di centro. Una comunicazione moderata, che comunica e trasmette asetticità, freddezza e equilibrio non potrà mai comunicare le intenzioni di un gruppo politico che vuole incidere, fare la differenza e che vuole l’aiuto, in forma di voto o anche di sostegno attivo, del signor Mario Rossi, persona comune che si può incontrare in macchina, al supermercato, al parco pubblico o dal meccanico.

Il liberalismo, nel quadro della crisi del centro, deve far partire la riscossa. Troppo spesso il liberalismo è stato affetto da istituzionalismo e lealismo, sostituendo la lealtà alle idee con la lealtà alle istituzioni. Queste ultime, a partire dalla monarchia, sono state anteposte troppe volte e colpevolmente dai liberali anche alla funzione legittimante e costituente del popolo dei cittadini.  Questo errore, spesso letale nella Storia, è stato superato dal liberalismo democratico con il supporto del suo simbionte irrinunciabile: il repubblicanesimo. I grandi rivoluzionari e state-builder repubblicani e progressisti del Novecento – da Gandhi a Mustafa Kemal passando per Tomáš Masaryk o Konrad Adenauer – rimangono autori di una grande lezione valida ancora valida per chiunque voglia fare politica e incidere con la politica: la cittadinanza va intesa e raccolta tutta nei progetti politici.

I populismi in Italia, anche rurale, fanno un bel lavoro nel coinvolgere il peggio: la Lega gli xenofobi, FdI i regressivi, il M5S i furbi. I liberali abbraccino il repubblicanesimo democratico e tutte le persone sane. Queste, nei paesini di campagna e nei quartieri poveri, sono un esercito. Sono quelli che non vogliono scappare. Sono quelli che lottano ogni giorno. Sono quelli che migrano solo quando non possono fare diversamente. Sono quelli che vogliono mettersi assieme e creare sviluppo. C’è da recuperare alla politica i territori: senza un piano per le montagne, per le valli, per le isole, per le parti più povere del Sud, per le periferie umane e prive di voto della nostra società – come immigrati e carcerati – come si può procedere a costruire un Paese sicuro e sano?

Fare altro da questo – concentrandosi non organicamente sulla cittadinanza ma solo su specifici settori di essa, ricorrendo a leve fiscali e all’individuazione di nemici a essi esterni – costituisce non solo quella rinuncia alla politica di cui sopra, ma anche la costruzione di un nuovo populismo. Il populismo del ceto medio (qualunque cosa significhi), un populismo classista, ergo antiliberale. Un forzismo del lavoro dipendente o, peggio, un piddismo degli ISEE alti. I liberali devono evitare errori vecchi e nuovi, riconsegnando l’eredità liberale a una liberaldemocrazia a forte marca repubblicana e di sentimento popolare, liberata da micragnosi virtuosi e da narcisismi personali e accademici. Devono andarsi a prendere quei pezzi di società, anche meno illustri o provinciali, che aspettano solo che qualcuno gli faccia presente che sono libdem e che li coinvolga nella costruzione di un progetto di governo liberale, che guardi alla tutela e promozione dell’individuo e all’integrazione europea e internazionale. Gli imperi – è bene tenerlo a mente – si sfaldano sempre a partire dalle periferie, e tutte le rivoluzioni partono sempre da lì.

(A cura di Gennaro Romano)