La nomina di Papa Francesco nel 2013 ha portato ad un incisivo cambio di rotta nella visione del mondo da parte dello Stato della Chiesa.
Definito progressista, “rivoluzionario” e attento alle questioni internazionali, il Papa è stato uno dei personaggi più influenti nella storia della diplomazia vaticana, rimarcando l’importanza del dialogo istituzionale in ottica politica e religiosa. La storia dello Stato Vaticano negli ultimi decenni non può essere ricondotta a mere azioni di carattere simbolico, bensì ad un’attenta visione politica degli equilibri mondiali che si è affermata per certi versi estremamente radicale.
Proveniente da una regione – l’America Latina – che a partire dal 1990 fino al 2010 ha vissuto profondi cambiamenti tra il passaggio da regimi militari a democrazie pluraliste, le gravi crisi economiche dovute alla transizione imparziale ed improvvisa di regimi economici a carattere dirigistico verso l’apertura al libero mercato e il default argentino del 2001, Francesco ha portato una visione del mondo radicata in contesti sociali complessi, caratterizzati da disuguaglianze profonde, povertà strutturale e conflitti latenti.
La sua impostazione ha avuto un impatto diretto sulla politica estera vaticana: sono stati rafforzati i rapporti con il Sud globale, intensificati i dialoghi interreligiosi e affrontati pubblicamente temi come il cambiamento climatico, le migrazioni, la giustizia economica e i diritti umani. In un’epoca in cui molte istituzioni tradizionali lottano per mantenere la propria rilevanza, Francesco è riuscito a posizionare la Santa Sede come interlocutore credibile e moralmente autorevole anche nei contesti laici e multilaterali. La sua capacità di influenzare le agende è uno degli esempi più emblematici del cosiddetto “soft power”.
Inteso come la capacità di influenzare tramite attrazione e persuasione piuttosto che forza o denaro, tale concetto si applica perfettamente allo Stato della Città del Vaticano.
L’influenza esercitata dalla Santa Sede si è basata sulla credibilità che deriva da un messaggio etico, dalla rete capillare di strutture (scuole, ospedali, organizzazioni caritative) presenti in ogni angolo del mondo, e da una diplomazia attenta alla mediazione piuttosto che allo scontro. Posizioni queste rafforzate nell’ultimo decennio, con un orientamento sempre meno eurocentrico e più aperto alla globalità.
Esempio emblematico di questo fu la costituzione di nuovi rapporti tra Cina e Stato della Chiesa, laddove il dialogo intenso fra i due Capi di Stato portò nel 2018 ad un accordo – rinnovato nel 2020 e nel 2022 – che permise alle 16 milioni di persone che compongono la comunità cattolica cinese, devoti alla figura del Papa come autorità principale della Chiesa, di non operare più in clandestinità.
Pertanto, la posizione unica del Vaticano gli consente di mantenere canali aperti anche con stati tra loro in conflitto, permettendo interventi discreti ma significativi nei processi di pace e riconciliazione. L’esempio più noto è la mediazione tra Cuba e Stati Uniti culminata nel 2014 con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra i due paesi o, ancora, la tutela dei legami ecclesiastici con Taiwan.
Con la recente morte di Papa Francesco, si apre ora una fase di transizione che potrebbe ridefinire il ruolo del Vaticano sulla scena internazionale. Le prossime settimane saranno dominate dalle dinamiche del Conclave, durante il quale verrà eletto il nuovo Pontefice. L’orientamento che prenderà il futuro papato avrà inevitabili ripercussioni anche sul piano geopolitico. Tra i candidati più accreditati figurano personalità con profili molto diversi tra loro, che rappresentano visioni distinte del futuro della Chiesa e, di riflesso, del ruolo della Santa Sede nel mondo.
Uno dei nomi più discussi è quello del cardinale filippino Luis Antonio Tagle, noto per la sua sensibilità verso i temi sociali e il dialogo interculturale. La sua elezione rappresenterebbe una continuità con la linea di Papa Francesco, rafforzando ulteriormente l’attenzione verso le periferie globali e il Sud-est asiatico, una regione di crescente rilevanza geopolitica.
Altro nome rilevante è quello del cardinale ungherese Péter Erdő, espressione di una sensibilità più tradizionale e attenta ai temi dell’identità cristiana in Europa. Una sua elezione potrebbe segnare un ritorno a una Chiesa più istituzionale, orientata alla difesa dei valori culturali del continente europeo. Infine, il cardinale Peter Turkson, originario del Ghana, è considerato un possibile punto di sintesi tra attenzione ai temi sociali e rafforzamento della presenza della Chiesa in Africa, un continente destinato ad acquisire sempre maggiore peso nei prossimi decenni.
Noto è anche il nome di Pietro Parolin, Cardinale segretario dello Stato Vaticano nonché diplomatico di lunga data, particolarmente vicino alla figura di Papa Francesco, il quale potrebbe affermarsi una valida alternativa nell’ottica dell’intermediazione della Chiesa nei conflitti globali.
A prescindere da chi verrà eletto, la domanda centrale riguarda il ruolo che la Santa Sede potrà continuare a esercitare nella gestione dei grandi conflitti mondiali. In un sistema internazionale sempre più frammentato e polarizzato, la capacità di mediazione e di dialogo rappresenta una risorsa rara. La neutralità del Vaticano, unita alla sua storica vocazione al superamento delle divisioni ideologiche e culturali, lo rende uno dei pochi attori in grado di intervenire come facilitatore in contesti ad alta tensione. Sebbene privo di strumenti coercitivi, il potenziale di influenza simbolica e diplomatica resta significativo, soprattutto in un’epoca in cui i conflitti si presentano sempre più come ibridi, intrecciando dimensioni politiche, religiose, economiche e culturali e dove la reale forza di un’istituzione o di un leader politico non si misura più con l’estensione territoriale ma bensì come la capacità di influenzare, in un modo che potrebbe considerarsi monopolistico, l’opinione pubblica mondiale.
(A cura di Daniele Avignone)

