L’amministrazione Trump ha ancora una volta dimostrato di essere la principale minaccia al concetto di Occidente e di liberaldemocrazia: l’intervento militare congiunto israeliano-statunitense in Iran rischia, nel lungo periodo, di produrre una destabilizzazione ben più profonda di quella innescata in Medio Oriente (e non solo) dopo il tragico attacco del 7 Ottobre. Tuttavia, per fugare ogni dubbio e prevenire ogni accusa tanto sterile quanto retorica, si rende necessario fare una premessa generale: il regime degli Ayatollah è un pericolo per i cittadini iraniani e per il Medio Oriente, solo in misura minore anche per l’Occidente.
Internamente, la teocrazia di Teheran ha dimostrato soprattutto negli ultimi anni di non avere alcun tipo di remora contro i manifestanti ed i giovani iraniani che scendono in strada a chiedere libertà e diritti: rapimenti, violenza generalizzata delle Guardie Rivoluzionarie, processi farsa ed impiccagioni pubbliche, tutto per instillare nella popolazione il seme della paura e del terrore. A livello regionale, il regime finanzia e sostiene svariati gruppi terroristici (Hamas, Hezbollah e Houthi sono solo i principali), destabilizzando interi Paesi o instaurando dei piccoli potentati locali pronti a seguire i diktat dell’Ayatollah per il bene dell’Islam sciita. Ma il rischio globale che l’Iran può costituire è decisamente limitato: oltre al controllo (comunque relativo) delle milizie terroristiche mediorientali, Teheran può solo minacciare la chiusura dello Stretto di Hormuz e vendere droni a Russia e Cina, contribuendo allo sviluppo ed allo sforzo bellico (soprattutto di Mosca) in maniera limitata.
Assunto che quello degli Ayatollah non sia un regime di illuminati e prosperi decisori, ma una brutale teocrazia, resta ancora da spiegarsi per quale motivo Stati Uniti e Israele abbiano deciso di attaccare l’Iran per la seconda volta in poco meno di un anno. L’amministrazione Trump ha fornito diverse spiegazioni, tutte diverse ma chiaro sintomo che, alla Casa Bianca, vi sia una totale assenza di organizzazione e visione strategica. All’inizio della campagna di bombardamenti, il presidente Trump ha affermato che l’obiettivo dell’attacco era quello di provocare un regime change, causando il ritorno sulla scena del principe ereditario iraniano che si è offerto di guidare il Paese nella transizione democratica. Tuttavia, poco tempo dopo questa dichiarazione d’intenti e dopo l’elezione della nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei (figlio di Ali Khamenei, rimasto ucciso nella prima settimana della campagna), la Casa Bianca ha fatto sapere che, in realtà, l’obiettivo reale non fosse il regime change, ma la destabilizzazione del regime, in maniera tale da renderlo debole ed inoffensivo per Israele. Infine, durante la terza settimana, Trump ha fatto sapere che lo scopo reale fosse un altro, ossia la cancellazione del programma nucleare iraniano.
Come si può facilmente vedere si tratta di tre obiettivi diversi, concentrici e presentati a distanza di poco tempo uno dall’altro, in un evidente e maldestro tentativo di ridimensionare lo scopo dell’operazione per vestirlo come un successo (non troppo diversamente da come Putin ha cambiato gli obiettivi della sua guerra in Ucraina): l’eliminazione di Khamenei non ha infatti portato al regime change tanto sperato, ed ha anzi condotto all’elezione di Khamenei II, compattando l’élite teocratica e convincendola a continuare a resistere nel nome di Allah e della vendetta contro il Grande ed il Piccolo Satana (Stati Uniti e Israele). Il regime quindi non solo non è crollato, ma rischia di diventare ancora più duro e repressivo, rafforzando quindi la tenuta sul Paese. Vi sono poi delle interessanti considerazioni da fare per quanto riguarda l’annullamento del programma nucleare iraniano: nel giugno 2025, Stati Uniti e Israele avevano condotto un’altra campagna aerea e missilistica contro l’Iran, con l’obiettivo dichiarato di abbattere lo sviluppo militare nucleare iraniano; al termine del duello nei cieli mediorientali, Trump aveva dichiarato che il programma nucleare iraniano era stato riportato indietro di ben 20 anni e che l’Iran avrebbe impiegato anni (o decenni) prima di poter anche solo pensare di poter riavviare un programma nucleare militare. Alla luce di queste dichiarazioni, si può giungere a tre conclusioni mutualmente escludenti: o la campagna del 2025 è stata un disastro (e quindi gli Stati Uniti hanno mentito), o l’Iran è riuscito a ricostituire il proprio programma nucleare in appena 9 mesi (poco probabile per motivi economici, logistici e politici), o l’obiettivo finale non è l’annullamento del programma nucleare (e quindi, gli Stati Uniti mentono ancora). A suffragio di quest’ultima opzione, arrivano le dimissioni di Joe Kent, ex capo dell’antiterrorismo statunitense, che in un’intervista seguente alla sua decisione ha dichiarato che l’Iran non fosse una minaccia ed ancor meno lo era il suo programma nucleare.
Infine, ad arricchire la cronaca, si inserisce l’ultima dichiarazione di Donald Trump, che in un post su Truth ha fatto sapere di aver lanciato un ultimatum a Teheran: riaprire lo Stretto di Hormuz o subire la distruzione delle centrali elettriche del Paese (praticamente annunciando il compimento di un crimine di guerra, essendo questi impianti considerati delle strutture civili). Seguendo questa dichiarazione, sembrerebbe che l’obiettivo statunitense sia quello di riaprire Hormuz, cosa che non si sarebbe resa necessaria se gli Stati Uniti non avessero condotto la campagna in Iran.
Già nelle prime ore di guerra, la campagna in Iran ha dimostrato di avere tutti gli elementi per trasformarsi in una grande guerra regionale, capace di coinvolgere tutti gli attori mediorientali: non solo si sono attivate le milizie filoiraniane in Siria, Iraq, Yemen e Libano, ma anche lo stesso Iran ha iniziato a colpire le basi americane ed occidentali in tutto il Medio Oriente, coinvolgendo così Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Iraq, Emirati Arabi Uniti e Qatar, con delle puntate che hanno preso di mira persino Cipro e Turchia, membri della NATO e, nel caso di Cipro, dell’Unione Europea. L’escalation, del tutto prevedibile, mira non solo a indebolire la presenza occidentale (ma soprattutto statunitense) nel Medio Oriente, ma anche a spaventare la popolazione dei Paesi coinvolti, tentando di dimostrare come la guerra possa colpire e coinvolgere tutti; in un messaggio rivolto ai suoi vicini, l’Iran si è scusato per i danni arrecati a edifici civili coinvolti nella risposta, ha anche fatto notare come, senza l’intervento statunitense, nessuno sarebbe stato colpito, di fatto scaricando la responsabilità dell’accaduto su Washington. A ben vedere, per quanto possa costare ammetterlo, la realtà è quella descritta da Teheran: dire il contrario significherebbe ammettere che ci si aspettasse la resa immediata di un regime che ha avuto ben 47 anni per consolidarsi, dimostrando di avere una visione pressapochista e parodistica della complessa storia del Paese e dei rapporti di forza in Medio Oriente.
Per completare il quadro del sistema mediorientale, non va dimenticata la guerra (aperta e dichiarata) in corso tra Islamabad e Kabul, Paesi che hanno un non ignorabile legame storico e culturale con l’Iran: in buona parte dell’Afghanistan si parla il dari, appartenente alla famiglia delle lingue iraniche, mentre in Pakistan sudoccidentale la popolazione baluci potrebbe cogliere l’occasione per tentare la secessione (già accarezzata durante il duello indopakistano del 2025) insieme alla controparte baluci iraniana, che potrebbe vedere in questa guerra l’occasione per distaccarsi da Teheran e congiungersi in un nuovo grande Belucistan con la sponda pakistana. E proprio la questione baluci permette di gettare lo sguardo verso un’altra questione ben poco affrontata: quella dei separatismi delle minoranze iraniane. Oltre ai baluci, altre popolazioni potrebbero tentare di raggiungere una propria indipendenza: primi tra tutti i curdi, che negli ultimi due anni hanno vissuto un riassestamento nelle loro province siriane e irachene (anche se non sempre per il meglio), che sono stati i primi a sollevarsi contro Teheran nelle proteste del 2022 per la morte di Mahsa Amini, e che oggi potrebbero tentare di ritagliarsi un proprio territorio approfittando del caos in Iran. Ai curdi seguono gli azeri, che compongono la maggioranza della popolazione nelle provincie nordoccidentali del Paese e che tuttavia hanno sempre vissuto in una sostanziale coabitazione pacifica con Teheran; nonostante ciò, l’attacco iraniano a Baku potrebbe cambiare il sentimento degli azeri iraniani e, qualora la Turchia (fratello maggiore dell’Azerbaigian) dovesse decidere di appoggiare una eventuale rappresaglia azera in Iran, si potrebbe assistere a disordini su larga scala anche nel Caucaso meridionale. Il risultato generale sarebbe, nella peggiore delle ipotesi, una balcanizzazione dell’Iran ed una conseguente grande destabilizzazione regionale, che potrebbe portare ad una sostanziale guerra perenne tra fazioni in buona parte del Medio Oriente, una specie di “grande Yemen” piantato esattamente tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano, tra la NATO, la Russia, la Cina, l’India e Israele, un enorme buco nero in cui il ritorno delle proxy war sarebbe quasi inevitabile per via della mancanza di autorità statali salde.
Tralasciando ora scenari catastrofisti e poco probabili, conviene soffermarsi su quelle che sono state, per ora, le conseguenze reali di questo conflitto: l’aumento dei prezzi del petrolio, un’ennesima divaricazione tra le due sponde dell’Atlantico e, infine, un catastrofico danno d’immagine per gli Stati Uniti. Una campagna missilistica su larga scala, prevedibilmente, ha portato alla chiusura (quantomeno parziale) dello Stretto di Hormuz, con un conseguente aumento dei costi finali del petrolio. Da Hormuz passa il 20% del traffico petrolifero internazionale, con il prezzo del greggio al barile che è schizzato da 60$ a 150$. Ma andando oltre le ovvietà, c’è da considerare che altri attori possono trarne beneficio: la Russia. Mosca, ormai sotto sanzioni da quattro anni, ha cercato di rivendere il proprio greggio a Cina e India, due Paesi che hanno un gran bisogno di risorse idrocarburiche per sostenere crescita e produttività interna, ma ha colto immediatamente la palla al balzo per proporre agli europei un nuovo accordo per una cooperazione energetica di lungo periodo su petrolio, gas e nucleare, solleticando l’appetito di alcuni membri dell’Unione Europea ed aprendo, di conseguenza, a possibili spaccature interne capaci di indebolire ulteriormente il fronte pro-Ucraina, già danneggiato dall’ostruzionismo ungherese e slovacco.
Inoltre, questa possibile (ma non ancora visibile) spaccatura interna all’UE potrebbe andare a sommarsi alla già presente divaricazione atlantica, che ormai sembra insanabile: Trump accusa gli europei di non correre in aiuto agli Stati Uniti nel momento del bisogno, li bolla come codardi e approfittatori, ma dimentica che all’inizio di gennaio minacciava la Groenlandia di invasione, rischiando di far collassare la NATO in una guerra intestina. Tutti i maggiori Paesi europei hanno rinunciato a partecipare ad operazioni nello Stretto di Hormuz: Italia, Francia, Regno Unito, Germania, Polonia e Spagna hanno declinato, con quest’ultima che tramite le parole del primo ministro Sanchez ricorda il massacro subito durante le guerre in Iraq. Anche altri Paesi hanno rifiutato di seguire la follia statunitense: Giappone, Australia e Corea del Sud hanno negato qualunque coinvolgimento, mentre l’India ha chiuso un accordo bilaterale con Teheran per permettere il passaggio delle proprie navi.
Con questa guerra, gli Stati Uniti hanno definitivamente bruciato l’immagine che erano riusciti a dare di sé in decenni di propaganda, influenza ed egemonia globale. Ed è un problema destinato a durare: pur ammettendo che nel 2028 possa esserci una presidenza di segno opposto, gli Stati Uniti si sono dimostrati essere un attore volubile e instabile, incapace di offrire garanzie di sicurezza nel lungo periodo. Un Paese che ha dimostrato di cambiare linea politica così drasticamente tra un’amministrazione e l’altra (come accaduto nella successione Trump-Biden-Trump) non può essere detentore di un potere egemone capace di dare forma ad un nuovo ordine internazionale solido e ordinato: l’amministrazione Trump, in questo senso, ha dato un’enorme spinta all’ordine multipolare che, come già spiegato in occasioni precedenti, non può essere un’alternativa valida davanti ad una competizione geostrategica internazionale a così alta intensità come oggi.
L’effetto, in definitiva, è un’inevitabile caduta verso il caos del disordine dato dal diritto del più forte, che ormai sembra dominare nella logica di diverse regioni, con Sudamerica e Medio Oriente che si candidano ad essere le prime regioni vittime di una mancanza di regole e valori condivisi internazionalmente. Mentre Trump torna a minacciare Cuba, Israele rimescola le carte in Medio Oriente continuando ad aumentare la pressione sulla popolazione civile di Gaza e Cisgiordania, obbligando allo sfollamento una parte enorme della popolazione libanese con la minaccia di avviare una campagna militare su larga scala verso Beirut e bollando la Turchia come il prossimo grande nemico, dopo la caduta dell’Iran. Intanto, gli Houthi minacciano di chiudere anche lo Stretto di Bab Al-Mandeb se gli Stati Uniti non si ritireranno da Hormuz, Trump blatera di vittoria, i Paesi asiatici si preparano allo shock petrolifero in arrivo e, come al solito, i Paesi europei reagiscono tardi ed in ordine sparso, confermando la propria incapacità di produrre una risposta politica coerente in tempi utili.
(A cura di Gabriele De Fazio)

