Lo scorso 30 ottobre i Paesi Bassi sono tornati al voto dopo la decisione di Geert Wilders, il leader del partito xenofobo, euroscettico e sovranista Partij voor de vrijheid (PVV), di staccare la spina al governo di cui era azionista di maggioranza. Il motivo? L’eccessiva pavidità del governo nell’adottare una linea dura verso i richiedenti asilo. In un occidente in cui, a differenza di quanto qualche ottimista male informato pensava, l’onda nera non si è mai fermata, i principali analisti credevano che le elezioni olandesi avrebbero visto Wilders ed il PVV consolidare il loro consenso politico o, di converso, una reazione a favore di Frans Timmermans, leader dell’alleanza progressista (GL-PvdA) ed ex vicepresidente della Commissione Europea. Tuttavia, in maniera totalmente inaspettata, dopo l’inconcludente stagione sovranista i Paesi Bassi hanno espresso la voglia per un governo pragmatico e affidabile, premiando alle urne la formazione liberale-progressista dei Democraten 66 (D66), passata da 9 a 26 seggi in Parlamento, ma anche confermando la fiducia nel partito liberale-conservatore Volkspartij voor Vrijheid en Democratie (VVD), che ha perso solo due seggi attestandosi a 22. La destra xenofoba e sovranista di Wilders si è invece fermata a 26 seggi, contro i 37 della precedente tornata elettorale. Un successo per il liberalismo orange.
Aldilà delle ovvie differenze che intercorrono tra i Paesi Bassi e l’Italia, i risultati dei liberali olandesi sono importanti per l’area liberale italiana perché dimostrano che con la combinazione del giusto contenuto, ma soprattutto del giusto metodo, non solo è possibile avere la meglio sui populismi, ma anche aumentare il proprio consenso tra i cittadini.
Partendo dal contenuto, sia D66 che VVD, sebbene siano entrambi partiti liberali e membri di ALDE, presentano identità ben distinte e chiaramente espresse nei loro programmi elettorali. Si tratta di una declinazione pratica di quanto spiegato in uno dei precedenti articoli di questa redazione: il liberalismo come ideologia veicolata.
D66, come già scritto, si inserisce nella tradizione del socialismo liberale e pone grande attenzione al tema dei diritti civili. Nella sua proposta politica, il D66 si concentra sulla crisi abitativa, sull’istruzione, sulla creazione di un’economia definita “intelligente” e sulla promozione della salute come diritto fondamentale; l’obiettivo è creare una società in cui libertà individuale e responsabilità collettiva si integrino.
A tal fine, il partito propone innanzitutto l’ambizioso progetto di costruire dieci nuove città a edilizia “mista”, ossia con alloggi sociali, case per studenti e anziani, e spazi verdi; in aggiunta, il partito prevede il coinvolgimento delle comunità locali nelle decisioni su dove costruire, come proteggere la natura e come adattarsi ai cambiamenti climatici (ad esempio, evitando di edificare in zone a rischio alluvione). Infine, D66 propone l’introduzione di un Ombudsman (cioè un difensore civico) per garantire che le decisioni politiche prese oggi non compromettano il benessere delle generazioni future.
Nel programma di D66 non mancano poi le soluzione di ispirazione più “socialista”: una nuova legge antidiscriminazione che copra tutte le forme di esclusione (razzismo, omofobia, disabilità, ecc.), aumento del salario minimo, semplificazione del sistema dei sussidi (sostituiti da un reddito base universale) e misure per contrastare la povertà, rafforzamento della sanità territoriale, aumento delle borse di studio ed investimenti nell’edilizia scolastica ed un approccio proattivo dell’Olanda nell’integrazione dei richiedenti asilo.
Nel VVD la componente liberale viene invece veicolata dall’ideologia “conservatrice”. Si tratta dunque di un partito che promuove la libertà individuale, l’imprenditoria privata, il liberalismo economico e una governance pubblica pragmatica; questi elementi traspaiono anche nel programma con cui si sono presentati alle elezioni, incentrato su soluzioni per una crescita radicale dell’economia, la valorizzazione del lavoro e accesso alla casa per tutti, investimenti senza precedenti nella sicurezza, difesa dei valori liberali e democratici, e una governance più efficiente.
La componente “conservatrice” del partito emerge dal resto delle proposte del programma. La crisi abitativa viene affrontata, per esempio, proponendo la semplificazione del sistema fiscale, la riduzione delle tasse per i redditi medi, e la costruzione di trenta nuovi quartieri residenziali su larga scala. Inoltre, il partito vuole facilitare la mobilità sociale, incoraggiando la formazione continua e la flessibilità nel mercato del lavoro, ma anche sostituendo l’intero sistema dei sussidi con un sistema più semplice e trasparente, che premi il lavoro e la responsabilità individuale. Il VVD ha infine un approccio più rigido nei confronti dei richiedenti asilo, limitando le condizioni di richiesta e prevedendo degli obblighi a carico degli immigrati (per esempio la partecipazione a corsi di lingua o educazione civica) oggetto di monitoraggio da parte delle autorità.
Aldilà di queste differenze, entrambi i partiti condividono alcuni punti programmatici: difesa delle istituzioni dalle intromissioni straniere (soprattutto russe) attraverso maggiori investimenti in sicurezza, investimenti nell’economia circolare e in fonti energetiche alternative a quelle fossili, collaborazione in sede europea e con gli organismi internazionali (sebbene VVD spinga per una certa autosufficienza del Paese) ed infine una semplificazione dell’apparato burocratico.
In conclusione, i liberali orange si sono presentati alle elezioni con delle identità chiare derivanti dell’accettazione delle loro ideologie veicolanti, mentre negli ultimi anni in Italia i liberali si limitano spesso a soluzioni esclusivamente improntate al pragmatismo. Tuttavia, il pragmatismo scevro di un’ideologia di riferimento diventa mero tecnicismo, e quindi incapace di proporre una visione del mondo.
Sia D66 che VVD nei loro programmi hanno non solo espresso una chiara visione di come immaginano i Paesi Bassi nei prossimi 5 anni, ma lo hanno fatto rispondendo ai problemi concreti degli olandesi con proposte ambiziose (ad esempio quelle sulla crisi abitativa) che probabilmente alcuni tra i liberali italiani considererebbero “populiste”. Questa ambizione e radicalismo delle proposte è un altro elemento che recentemente è mancato all’area liberale italiana, focalizzata al contrario a fornire soluzioni di miglioramento “marginale” di quanto già presente o focalizzandosi su temi si rilevanti, ma agli antipodi rispetto alla quotidianità delle persone.
Un’ultima nota riguarda il modo in cui la campagna elettorale è stata condotta da Rob Jetten, il leader di D66. Jetten ha intrapreso un viaggio attraverso i Paesi Bassi visitando luoghi in cui il D66 non godeva di grande sostegno e parlando con la gente, racimolando circa il sette percento dei voti dal PVV. In aggiunta, dopo che dei manifestanti antiimmigrati avevano dato fuoco a un ufficio del D66, ha invitato alcuni di loro a contattarlo per un colloquio, consapevole che dietro a tale violenza si celava in realtà la frustrazione per essere “ignorati” dalla politica. Dal canto loro, i liberali italiani hanno davanti a loro una prateria rappresentata dal quaranta percento e più di elettori che si astengono alle elezioni. I Paesi Bassi ci mostrano che dialogare con queste fasce di popolazione, evitando l’autoreferenzialità, dandosi una chiara identità ed una visione organica di come vogliamo trasformare il Paese, è la chiave si vuole essere la vera alternativa al bi-populismo.
(A cura di Marco Tuttolomondo)

