Le guerre di Israele: nuove strategie e grigie prospettive (2/2)

da | Ott 10, 2024 | Politica Internazionale

(Contenuto aggiornato al 03/10/2024)

Nel contesto della guerra in Medio Oriente, c’è un altro attore da tenere in considerazione, che seppur abbia giocato finora un ruolo totalmente secondario, non è da ignorare: la Turchia di Erdogan. La politica estera neo-ottomana di Ankara impone la creazione di uno spazio egemonico nei territori una volta appartenenti all’Impero Ottomano, che mette in diretta contrapposizione il Paese con Teheran su diverse questioni. Nel caso specifico, le posizioni di Turchia e Iran sono sovrapposte e non escludenti, pertanto si trovano a dover competere nel campo dell’antisionismo. In una dichiarazione successiva all’esplosione di cercapersone e walkie-talkie, Erdogan si è detto pronto a inviare truppe turche in Libano e a colpire direttamente Israele nel caso in cui si rivelasse necessario. Nonostante le minacce di guerra aperta, le parole di Erdogan non hanno avuto alcun seguito, nemmeno sotto altri punti di vista comunque rilevanti: la Turchia ospita sul proprio territorio numerosi oleodotti che permettono il transito della risorsa in ogni direzione; ciò vale anche per Israele, che riceve la maggior parte del petrolio che importa dall’Azerbaijan e per intercessione di Ankara. Se le minacce turche fossero anche solo lontanamente veritiere, Erdogan non avrebbe esitato un momento per bloccare il transito di petrolio verso Israele sul proprio territorio. Ma nonostante l’evidente discrepanza tra parole ed azioni, è pur sempre meglio tenere sotto osservazione le mosse di Erdogan.

Altri fronti non sono da ignorare: Yemen ed Iraq, Paesi appestati da organizzazioni terroristiche affiliate a Teheran ed aventi discreti controlli territoriali, hanno reagito alle mosse di Tel Aviv attraverso lanci di droni e missili, arrecando ben pochi danni, ma dimostrando la loro solidarietà verso Hezbollah. Anche se Houthi e milizie irachene hanno risposto debolmente, non si può escludere l’ennesima rappresaglia di Israele, il cui presidente ha tutte le intenzioni di dimostrare di avere la capacità di gestire un conflitto su più fronti ed a grandi distanze.

L’operazione di terra lanciata da Israele contro il sud del Libano lascia non pochi dubbi. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere che l’attacco sarà sostenuto da Washington solo nella misura in cui sia ben delimitato nel tempo, nello spazio e negli obiettivi: una seconda Gaza non deve replicarsi. Tuttavia, si sono anche detti pronti a difendere Israele in caso di rappresaglia pesante da parte dell’Iran, come quella già vissuta ad aprile. Seppur Tel Aviv abbia rassicurato su ogni punto sopracitato, i dubbi permangono: anche l’occupazione di Gaza era stata prospettata come temporanea, ma dopo un anno, la situazione non è mutata. Se a ciò si aggiunge la richiesta lanciata dall’IDF di sfollare le zone meridionali del Libano (compresa la città di Nabatiye, la principale nel sud del Paese), diventa ancora più difficile prevedere l’esito finale dell’aggressione.

Evoluzioni e sviluppi continuano a non mancare: nella notte tra il 2 e 3 ottobre, Israele ha colpito tre nuovi siti: il primo in Libano, dove le milizie di Hezbollah continuano a riparare a Dahieh; il secondo ed il terzo in Siria, aprendo quindi ad ulteriori nuovi fronti. L’attacco sul suolo siriano aggiunge una nuova sfumatura alla questione, non tanto per il luogo in cui viene registrata l’incursione, quanto per il tipo di obiettivo: un deposito d’armi e munizionamento sarebbe stato preso di mira, luogo nel quale tra l’altro si sarebbe dovuto ospitare un convoglio iraniano diretto in Libano, si suppone per sopperire ai deficit di Hezbollah. Il colpo assume ancora più significato se si aggiunge un ulteriore elemento: nei pressi del deposito, sorge una base russa che durante l’attacco ha attivamente cercato di respingere il tentativo di Israele di colpire il magazzino.

Per quale motivo la presenza di una base russa dovrebbe rendere la notizia ancora più tetra e grave? A partire dal crollo dell’URSS, una massiccia emigrazione di ebrei slavi (russi, ucraini e bielorussi) ha investito Israele, confermando un trend nato dalla nascita dello Stato ebraico. In poco tempo, le varie comunità di ebrei slavi hanno permesso una certa vicinanza tra Tel Aviv e Mosca, creando un retroterra che si è rivelato fruttuoso durante la guerra allo Stato Islamico di Siria e Iraq. Da allora, Israele e Russia hanno iniziato a relazionarsi tra loro anche sul piano militare, ritagliandosi la possibilità di agire indisturbati in Medio Oriente secondo il principio del mutuo silenzio assenso: in attacchi spesso non condotti al fine di colpire l’ISIS, quanto piuttosto svolti per rafforzare interessi particolari e posizionamenti strategici nella regione. L’accordo ha retto anche dopo la guerra allo Stato Islamico, permettendo a Mosca e Tel Aviv di tutelare i loro interessi nella regione senza pestarsi i piedi. Con il confronto di quella notte, è possibile che possa essere scritta una nuova pagina dei rapporti tra i due Paesi, capace di ridisegnare le alleanze e gli equilibri nella regione. Tirando le somme, le aspettative sono grigie: l’esplosione congiunta di walkie-talkie e cercapersone ha alzato l’asticella delle possibilità; una cosa simile non si era mai vista, ma crea un precedente che potrebbe ispirare altri Paesi o, peggio, organizzazioni terroristiche. A questo si affianca poi l’operazione al sud del Libano. Quest’operazione, per quanto finalizzata ad un obiettivo ben preciso, va a indebolire ulteriormente la stabilità dell’area. Tutto ciò crea problemi non solo nel campo delle relazioni internazionali, ma mina alla base il sistema giurisprudenziale stesso: volendo fare un’analisi in punta di diritto, Israele ha ben poche ragioni e sempre più torti. E questo è un problema per tutto l’Occidente: fino a che punto possiamo accettare gli eventi bellici che stanno rapidamente sviluppandosi in Medio Oriente? Come distinguere le minacce che pendono su Israele tra quelle effettive e quelle “solo” nominali? Infine, qual è l’end-game di tutti gli attori in campo? La soluzione al conflitto mediorientale risiede nella volontà e nella capacità dei popoli israeliano ed iraniano di disfarsi delle loro leadership, che usano la guerra come modo per restare saldi al potere. D’altra parte, l’Occidente deve difendere sé stesso da un mondo sempre più ostile, ma la tensione tra difesa e diritto è evidente; questo, però, è un altro tema da affrontare in separata sede.

(A cura di Gabriele De Fazio)