Gli anni ’20 del XXI secolo verranno probabilmente ricordati come un periodo di grandi cambiamenti. Diverse dinamiche finiscono con l’intrecciarsi tra loro, alcune volte rafforzandosi a vicenda, altre indebolendosi. Resta un fatto: il mondo di oggi è profondamente diverso da quello del 1991, del 2001 e del 2008. Questi anni non sono casuali: la caduta dell’Unione Sovietica, lo sconvolgimento dell’attacco alle Torri Gemelle, la crisi finanziaria hanno dato forma al mondo e al sistema internazionale così come lo conosciamo oggi attraverso una rapida evoluzione che ha prima visto l’affermazione degli Stati Uniti a unica superpotenza globale, passando poi da una crisi interna e nevrotica (quasi identitaria), giungendo infine alla prima inclinazione del modello statunitense, risultato nella messa in discussione della sua efficacia.
La crisi del modello unipolare era prevedibile: per quanto potente, un Paese non potrà mai reggere le sorti del globo da solo, anche se accompagnato da alleati ricchi e che ne condividono la visione d’insieme. Il suo punto debole è anche il suo punto di forza: l’essere “soli al comando”, e questo è ben dimostrato dall’attentato dell’11 Settembre, che ha portato gli Stati Uniti a reagire in maniera “emotiva” a tutte le crisi successive, finendo col minare la propria immagine e la validità del proprio modello.
Tra i primi ad aver subito questa fascinazione per il modello statunitense ci sono gli europei occidentali che, per convergenza istituzionale, già dalla fine del XIX secolo hanno guardato con sempre maggiore interesse al sistema democratico americano. Questa tendenza è stata accelerata nel primo dopoguerra e confermata definitivamente nel secondo dopoguerra, quando la presenza americana nella parte occidentale del Vecchio Continente era considerata vitale per la sopravvivenza di quelle che diverranno successivamente le prime liberaldemocrazie europee. Tuttavia, considerato il declino del modello unipolare diventa necessario porsi due domande: vale davvero la pena sforzarsi per mantenere questo sistema internazionale? Esistono alternative ordinate rispetto all’unipolarismo e al multipolarismo?
Le domande possono sembrare provocatorie, forse irrituali, ma in realtà critiche. Proprio per via dell’influenza esercitata dagli Stati Uniti nell’Europa occidentale, i partiti democratici e liberali hanno iniziato a guardare a quello americano come l’unico modello possibile, ingabbiandosi in una situazione per la quale le decisioni prese a Washington sono da considerare come unica alternativa possibile. Tale posizione è stata assunta anche quando erano gli stessi Stati Uniti a chiedere agli europei di emanciparsi e badare a sé stessi, pur mantenendo una forte alleanza tra le due sponde dell’Atlantico; e viene mantenuta anche oggi, quando la presidenza Trump ordina l’imposizione di dazi anche all’Unione Europea, in teoria il principale mercato per compagnie e aziende americane.
La seconda Amministrazione Trump segna un punto di rottura reale con le dinamiche a cui eravamo abituati, con la presidenza Biden che è finita col diventare una parentesi fallacemente restaurativa delle vecchie dinamiche. Le posizioni assunte da questa presidenza sono di una tale magnitudo che dovrebbero costringere i Paesi europei ad accettare nuove dinamiche di potere, che vedono il principale alleato (un vero e proprio fratello maggiore secondo alcune narrazioni) prendere una strada molto diversa rispetto a quella prospettata all’alba del secondo dopoguerra. Ne consegue che lottare per restare al fianco dell’egemone ed aiutarlo a mantenere la sua posizione risulta in una controproducente spesa di energia.
Tuttavia il sistema internazionale multipolare (con tre superpotenze, come prospettato da Putin, Xi Jinping e verosimilmente Trump) è anche un modello instabile e pericoloso: disaccordi tra le superpotenze per lo stabilimento di zone di influenza potrebbero portare alla creazione di aree grigie in cui potenze regionali (come India, Giappone, Turchia, Israele o Brasile) possono insinuarsi per inseguire i propri interessi, facendo leva sugli interessi di Stati Uniti, Russia e Cina per ottenere vantaggi nel breve/medio termine, tuttavia rischiando di innescare dinamiche di conflitto latente.
L’Europa, in questo sistema, ha tutto da perdere e da guadagnare: senza la protezione statunitense, alcuni Paesi più di altri rischiano di diventare terra di conquista per l’influenza di Cina e Russia. Se la Russia ventila minacce militari nell’Europa orientale, non è da ignorare il pericolo degli interessi cinesi soprattutto nelle aree meridionali, che hanno già arrecato danni soprattutto in alcuni Stati balcanici, in particolare in Montenegro, che ha rischiato di cadere nella ben nota trappola del debito di Pechino. Le locomotive europee, come Francia, Germania e Regno Unito, da sole sono troppo deboli per contrastare le penetrazioni sino-russe, e la struttura dell’Unione Europea è troppo debole per porsi come baluardo della sicurezza del continente.
La soluzione, per quanto scontata, è un’Europa unita, forte, integrata: una federazione può tutelare gli interessi dei singoli Paesi, mettendo in comune le potenzialità che ognuno di essi ha da offrire e schermandolo dalle influenze e dai pericoli esterni, che in questo caso include gli Stati Uniti insieme a Russia e Cina. Questo sempre in virtù della direzione che la politica americana ha assunto negli ultimi 10 anni verso l’Europa, bilancio che peggiora se invece consideriamo la politica estera statunitense degli ultimi 20 anni (soprattutto verso Mosca ed il Medio Oriente).
Tuttavia, l’idea non è quella di ripudiare il legame con gli Stati Uniti: l’antiamericanismo finirebbe solo per gettare l’Europa in aperta competizione con tre superpotenze. L’obiettivo deve essere l’affrancamento dalle politiche statunitensi, la creazione di una nuova cultura politica pensata da europei per le istituzioni europee, capaci di valorizzarne aspetti storici e caratteristiche peculiari. E ciò non può che partire dall’affermazione di una identità europea, non dalla negazione dei rapporti atlantici: in sintesi, uscire da dinamiche di riverenza per costruire un rapporto paritario e mutualmente vantaggioso. Ciò avrebbe un’importantissima ripercussione sul sistema internazionale: non più un multipolarismo instabile, ma un nuovo bipolarismo sdoppiato, una specie di “quartetto bipolare” in cui Washington e Bruxelles possono spalleggiarsi senza dover necessariamente dipendere l’uno (Europa) dall’altro (Stati Uniti), potendo competere più facilmente con l’opposta coppia euroasiatica.
Sul piano interno (europeo) diventa necessario percorrere un doppio cammino che guidi le istituzioni verso un mutamento radicale ed innovativo: quando si parla di federazione, molto spesso di prende il modello statunitense come punto di riferimento, senza guardare al fatto che è necessaria una vera e propria operazione di ingegneria istituzionale e costituzionale per raggiungere l’obiettivo di un’Europa unita. Tutto ciò può avvenire solo per piccoli passi, passando necessariamente da sostanziali modifiche dei meccanismi decisionali: anzitutto l’eliminazione del principio di unanimità, e quindi dei veti, rendendo più agevole l’adozione di modifiche strutturali. A ciò deve seguire il rafforzamento delle competenze e dei poteri del Parlamento e della Commissione europea (soprattutto in materia di politica estera, industriale, energetica, difesa e innovazione), in modo tale da rendere tali organi non solo un luogo di incontro e mediazione tra gli Stati, ma vere e proprie sedi decisionali con tutto ciò che ne consegue, compresa la creazione di un bilancio e di debito comune per rendere implementabile qualunque decisione. Oltre a modifiche istituzionali proprie, adattate al nostro contesto storico e politico, non ispirate al modello statunitense, va considerato un aspetto non banale della vita politica quotidiana europea e che marca una profonda differenza con il sistema americano: il multipartitismo. Per quanto criticabile, l’esistenza di partiti diversi e rappresentanti diverse fasce ed istanze della popolazione finisce con il creare maggiore capacità di rappresentanza, senza necessariamente schiacciare posizioni diverse nello stesso spettro politico l’una contro l’altra, come invece avviene nel sistema bipartitico americano. Il GOP ed i Dem sono ormai in una crisi politica sconvolgente, col primo travolto dal movimento MAGA ed il secondo senza alcun punto di riferimento interno; in un sistema multipartitico tipico della tradizione europea, estremisti e outsiders avrebbero comunque la possibilità di partecipare alla vita politica del Paese, ma la pluralità di proposte aumenta anche le possibilità di emarginarli o costruire un’alternativa valida, dando sì valvole di sfogo ma anche soluzioni concrete.
(A cura di Gabriele De Fazio)

