La piccola guerra: la tensione tra Stati Uniti e Venezuela

da | Set 28, 2025 | Politica Internazionale

Dall’insediamento della seconda Amministrazione Trump, il presidente ha fatto suoi tutta una serie di slogan a cui ormai siamo abituati: dall’iconico “Make America Great Again” al “Trump was right about everything”, da “America First” al “Biden’s fault”, la comunicazione del tycoon ha sempre puntato a messaggi tanto brevi, immediati e banali, quanto facili da memorizzare, capaci di semplificare all’osso qualunque comunicazione al punto da cancellarne le contraddizioni.

Tuttavia, ad un occhio più attento, bastano pochi dettagli per scostare quel velo che viene calato sugli occhi dei tifosi e dei disattenti. Uno degli slogan che Trump ha recentemente adottato è “I’m the president of peace”, alludendo al suo impegno per fermare vari conflitti, più o meno attivi, in giro per il mondo. È da riconoscere che questa presidenza si è impegnata attivamente per portare alcuni teatri di crisi verso una risoluzione o quantomeno ad un cessate il fuoco: ricordiamo il duello missilistico ed aereo tra India e Pakistan, come le schermaglie di confine tra Cambogia e Tailandia e le incursioni delle forze ruandesi nella Repubblica Democratica del Congo, episodi che non possono essere definiti come vere e proprie guerre, ma che comunque hanno visto un coinvolgimento statunitense nei tentativi di de-escalation.

È poi da encomiare la pace raggiunta tra Armenia e Azerbaigian per la questione del Nagorno Karabakh-Artsackh, conflitto quarantennale che pare abbia trovato una sua conclusione (per quanto sfavorevole per la parte armena), e che pone le basi per un maggiore coinvolgimento americano nel Caucaso a scapito della Russia, che ha fatto ben poco per fermare la guerra durante il suo “mandato” post-sovietico nella regione.

D’altra parte, questa amministrazione non brilla per coerenza: dopo aver promesso di fermare tutte le guerre del mondo, gli Stati Uniti hanno partecipato attivamente ai bombardamenti israeliani contro l’Iran, prima aiutando Tel Aviv a difendersi dai razzi di Teheran e poi colpendo direttamente gli impianti nucleari iraniani. Sempre nel quadrante mediorientale, gli Stati Uniti non hanno esitato a partecipare ai bombardamenti contro le roccaforti Houthi nello Yemen, mossa giustificata parzialmente dall’appoggio a Israele ma soprattutto compiuta in difesa della libertà di navigazione nel Mar Rosso, libertà minacciata dagli attacchi terroristici dello Stretto di Bab El-Mandeb.

Per quanto simbolica, non è da ignorare un’altra scelta compiuta dall’Amministrazione Trump che risale a poche settimane fa: la scelta di rinominare il Pentagono a Dipartimento di Guerra, sicuramente non indice di pacifismo.

In piena rottura con il discorso di pace, si inserisce invece una novità, che ha come teatro il Mar dei Caraibi e che vede gli Stati Uniti come il primo e principale attore che ha posto le basi per un confronto a bassa intensità con il Venezuela.

Verso la metà di Agosto, Trump avrebbe dato ordine al Southern Command (SOUTHCOM) di organizzare un buildup al fine di aumentare le capacità di pattugliamento della marina militare, in ottica di lotta al narcotraffico. Di per sé, lo schieramento di una quantità consistente di forze navali non è una novità: già durante la sua prima amministrazione, Trump aveva fatto spiegare navi militari con funzione di controllo del Mar dei Caraibi. Il contingente navale sarebbe poi stato ridotto durante l’amministrazione Biden poiché ritenuta troppo costosa rispetto ai risultati concreti riscontrati, trasformandola piuttosto in una operazione di guardia affidata proprio a poche pattugliatrici della Guardia Costiera.

Le forze navali oggi disposte nella regione sono impressionanti: la nave d’assalto anfibio USS Iwo Jima fa da perno all’operazione, accompagnata dal suo Amphibious Ready Group (ARG), dalla 22esima Marine Expeditionary Unit ed un sottomarino a propulsione nucleare, per un totale di circa 26500 uomini tra marinai e fanti di marina. Tuttavia, l’imponente dispiegamento di forze sembra essere eccessivo per un semplice intervento di vigilanza.

Persino la posizione delle forze navali risulta strana: le principali rotte adoperate dai trafficanti (via mare e via aria), sia con mezzi che con droni sono coperte solo in parte, dando priorità ad una zona nella quale il traffico di sostanze risulta minore rispetto ad altre. È assodato che parte delle droghe che arrivano negli Stati Uniti (ed in Europa) parta dal Sud America e che segua rotte diverse in base al tipo di sostanza: il fentanyl, droga che flagella la popolazione americana ormai da anni, passa principalmente via terra (Panama) e via mare (Oceano Pacifico) per raggiungere il Messico, luogo nel quale viene lavorato e “distribuito”. La rotta caraibica è principalmente sfruttata per la distribuzione di altre sostanze, tra le quali la cocaina, e solo in misura minore il fentanyl. Tra le due, la “rotta oceanica” è di gran lunga la più sfruttata quantitativamente. Perché allora il dispiegamento di unità navali avviene nel Mar dei Caraibi?

Per capirlo, bisogna tornare al 2024 e coinvolgere il secondo protagonista della vicenda: il Venezuela. Un anno fa, Trump ha dichiarato che la sua amministrazione avrebbe lottato contro il traffico di droga negli Stati Uniti e che lo avrebbe fatto colpendo direttamente la fonte del problema. Così ha riconosciuto come organizzazioni terroristiche diversi gruppi narcotrafficanti, ma due in particolare servono alla causa trumpiana: Tren de Agua (TA) e Cartel de los Soles (CS).

Entrambe le organizzazioni criminali sono nate in Venezuela ed assumono rilevanza per due diversi motivi: TA si è radicato anche negli Stati Uniti, dal quale gestisce il traffico di droga e armi e la sua messa al bando è molto più legata al controllo e rimpatrio dei migranti venezuelani in fuga da Caracas. CS, invece, è ciò che lega la lotta alla droga, il regime di Maduro e l’attuale disposizione di forze navali nel Mar dei Caraibi: stando alle ricostruzioni del governo americano, il cartello sarebbe direttamente collegato alle forze armate venezuelane ed a Maduro stesso.

Tale considerazione spiegherebbe perché gli Stati Uniti abbiano deciso di schierare una forza tanto imponente al largo delle acque territoriali venezuelane: la lotta alla droga potrebbe essere solo una facciata per esercitare pressioni politiche sul Paese, in quella che viene definita da alcuni esperti come una nuova politica delle cannoniere. A partire dal loro schieramento, le navi americane hanno colpito e distrutto diverse imbarcazioni sospettate di trasportare droga attraverso il Mar dei Caraibi, sollevando però la protesta del Venezuela e di vari esponenti politici americani ed internazionali, che accusano la marina di esercitare la forza senza avere la certezza che i natanti siano effettivamente coinvolti nel traffico di stupefacenti.

Tuttavia, in tanti temono l’apertura di un fronte di guerra in Sudamerica: l’anormale prova di forza americana ha lasciato pensare che l’amministrazione Trump fosse pronta a sostenere un regime change nel Paese, a colpire direttamente Maduro o a scatenare un’invasione che potesse terminare il regime.

Un calcolo del tutto razionale porta a escludere l’uso di forza bruta e diretta contro il Venezuela: un’invasione armata rischierebbe di trasformarsi velocemente in un secondo Afghanistan, che terrebbe lì bloccati gli Stati Uniti per anni o decenni senza portare a risultati concreti; il risultato sarebbe solo l’impantanamento di Washington in una guerra logorante che lascerebbe a Cina e Russia le mani libere in Europa e Indo-Pacifico.

Da escludere è anche l’attacco diretto a Maduro: colpire il presidente venezuelano lo trasformerebbe in un martire per la popolazione e scatenerebbe un’ondata di destabilizzazione difficile da prevedere nella regione, aizzerebbe lo spirito della popolazione del Venezuela e creerebbe un forte sentimento antiamericano in tutta l’America Latina (e non solo).

L’opzione del regime change sembra la più probabile, se solo non mancassero le forze per metterlo in atto: per quanto l’opposizione possa essere dilagante nel Paese, ci sono stati sicuramente momenti molto più propizi per un colpo di mano simile; oggi, con una situazione interna tutto sommato stabile, è difficile che possano scoppiare proteste e rivolte di magnitudo tale da far crollare il regime.

Qual è il punto allora? La risposta è stata già suggerita: politica delle cannoniere. È altamente probabile che il solo scopo del dispiegamento di forze americane sia quello di fare pressione sul governo venezuelano e forzarlo a cooperare con gli Stati Uniti nel controllo dei traffici di droga.

Come ultima nota di colore, il presidente Maduro avrebbe scritto una lettera a Trump dicendosi pronto a collaborare nella lotta al traffico di droga, ma The Donald avrebbe rifiutato l’apertura: l’amministrazione vuole che il regime confessi il proprio supporto al traffico di stupefacenti, ammissione che di fatto, se avvenisse, metterebbe un cappio al collo della reputazione del Paese.

Inoltre, fonti militari riferiscono che Trump starebbe considerando di attaccare i covi dei narcotrafficanti su suolo venezuelano, alzando decisamente l’asticella della tensione. Se un’azione simile dovesse avvenire, potrebbe essere letta sia come pressione ulteriore su Maduro (che a quel punto dovrebbe scegliere tra reazione e cooperazione incondizionata) che come sostanziale ricostituzione di una Dottrina Monroe 2.0, con la pretesa di interferire anche col pugno duro nella politica interna degli Stati dei continenti americani.

Non si può parlare di una guerra vera e proprio, come invece alcune testate sembrano paventare. È certo tuttavia che non sia mai esistita troppa simpatia tra Trump e Maduro. Questa volta, è possibile che il presidente americano stia cercando di alzare l’asticella e allargare le crepe già esistenti nel sistema di potere venezuelano. È una guerra psicologica, fatta di tensione e rilancio della posta in gioco; o forse, abbiamo solo troppa fiducia nella presunta astuzia di Trump.

(A cura di Gabriele De Fazio)