All’indomani del crollo del muro di Berlino e del successivo disfacimento del blocco sovietico, sembrava che ormai il mondo si fosse indirizzato verso un’unica forma di governo: l’ordinamento liberal-democratico di matrice occidentale.
Si trattava dell’infausta narrativa della “fine della storia”. L’assetto istituzionale e valoriale “occidentale”, fiorito nel corso del secondo dopoguerra, si era affermato definitivamente sul comunismo e si stava sempre più diffondendo al di fuori del Nord America e dell’Europa dell’ovest, accompagnato anche da un aumento della prosperità. Gli scienziati politici parlavano, al tempo, di consolidamento democratico dell’ordine mondiale e per molti di loro si trattava di un processo irreversibile.
Addirittura, tra i tanti, si guardava ai concetti di liberalismo e di democrazia come se fossero un unicum, due veri e propri sinonimi. Del resto, è ragionevole pensare che una democrazia liberale non potrebbe durare a lungo qualora uno dei suoi due elementi costitutivi venisse meno. Un sistema in cui al popolo è riconosciuto il diritto di voto e di eleggere i propri rappresentanti (democrazia) tutela i diritti delle fasce più deboli dalle sopraffazioni di ricchi e potenti (liberalismo). Allo stesso modo, un sistema in cui le minoranze impopolari sono protette e la stampa è libera di criticare il governo (liberalismo) assicura che i governanti possano venire deposti tramite libere ed eque elezioni (democrazia).
Tuttavia la storia più recente ha dimostrato che, a differenza di quanto si è pensato per decenni, il sistema liberal-democratico può divenire instabile: basta il deteriorarsi di una delle due componenti per attivare il deterioramento dell’altra. In questo modo, una democrazia senza diritti si trasforma nella tirannia della maggioranza; mentre un sistema con diritti, ma senza democrazia, una volta diventato il campo giochi di tecnocrati e miliardari, tenderà ad escludere sempre più i cittadini “comuni” dalle decisioni più importanti.
Nel suo libro “People vs Democracy”, Yascha Mounk fa un’analisi approfondita del deterioramento dell’ordine liberal-democratico. Definendo con “democrazia” qualsiasi sistema in cui un insieme di istituzioni elettive vincolanti trasforma la volontà popolare in policy, e con “istituzioni liberali” un sistema di istituzioni eretto a protezione dello stato di diritto e a garanzia della libertà di parola, culto, stampa, associazione e delle altre libertà individuali, Mounk identifica chiari esempi di democrazie illiberali e di liberalismo non-democratico.
Le democrazie illiberali sono, di fatto, democrazie basate su una chiara gerarchia della società: i leader eletti democraticamente eseguono il volere popolare (o comunque ciò che ne è la loro interpretazione), nell’interesse delle sole categorie di cittadini che per loro rappresentano il “popolo”. In queste democrazie non c’è spazio per i diritti e gli interessi delle minoranze; ogni organo di check and balance viene osteggiato e delegittimato; la stampa libera viene ostacolata e, nel peggiore dei casi, eliminata. Per Mounk sono esempi di democrazie illiberali l’Ungheria di Orban e la Polonia dei precedenti governi PiS.
Diversamente, il liberalismo non-democratico si presenta come una forma di governo in cui, la maggior parte delle volte, le procedure previste dall’ordinamento sono eseguite pedissequamente ed i diritti individuali sono rispettati; tuttavia, gli elettori hanno la percezione (non infondata in alcuni casi) di non avere alcuna influenza sull’intera definizione delle policy. Il liberalismo non-democratico, scrive Mounk, si è diffuso soprattutto nell’Europa occidentale ed in Nord America a partire dal secondo dopoguerra. Le complessità derivanti dalla sottoscrizione ed esecuzione di numerosi trattati internazionali, la costituzione di altrettante organizzazioni sovranazionali e l’influenza delle politiche monetarie hanno spostato, nel tempo, il baricentro decisionale dai parlamenti ai burocrati e ai tecnici. I regolamenti delle varie agenzie governative, quindi organi non elettivi, hanno sempre più sostituito il ruolo delle leggi emesse dai parlamenti. In aggiunta, il potere giudiziario ha spesso colmato il vuoto normativo lasciato dai legislatori nazionali o ne ha contrastato le leggi rifacendosi ai dettami costituzionali o ai trattati internazionali. Infine, sostiene sempre Mounk, le diverse norme che vietano il finanziamento pubblico dei partiti hanno portato la politica ad essere più attenta agli interessi dei principali finanziatori privati delle campagne elettorali anziché a quelli della collettività. Il principale esempio di liberalismo non-democratico citato dall’autore è proprio l’Unione Europea.
A rendere ancora più complicato il quadro contribuisce la generale sfiducia dei cittadini verso il modello democratico-liberale. Secondo le analisi più recenti, il numero di democrazie nel mondo è in diminuzione. A questo si aggiunge la generale crescita dell’astensionismo nei Paesi occidentali e la forte preferenza delle nuove generazioni, anche in Italia, sia per i partiti populisti e sovranisti, sia per figure di leader autoritari e accentratori.
Le cause di questa situazione sono per Mounk da ricercare principalmente in tre elementi:
- Il passaggio da un’informazione gestita dai mass media (giornali, televisione e radio) alla democratizzazione della stessa operata da internet e dai social.
Se i primi erano in grado di limitare la diffusione di idee estremiste, creando un insieme condiviso di valori e fatti, gli altri hanno indebolito le barriere tradizionali, dando maggiore visibilità a movimenti e politici un tempo marginali.
- La fine del benessere successivo alla Seconda guerra mondiale.
Durante gli anni di stabilità democratica susseguenti al conflitto, gran parte dei cittadini vide migliorare rapidamente e progressivamente le proprie condizioni di vita, generando quindi aspettative per un futuro ancora più roseo. Oggi invece in molti vivono con la percezione di essere in una situazione di stallo (dal punto di vista sociale) e temono che il futuro possa essere peggiore.
- I nuovi flussi migratori.
Molti paesi hanno visto aumentare l’afflusso di immigrati o sono diventati meta di immigrazione dopo essere stati per decenni paesi di emigranti. Questo ha generato uno spaesamento in quelle realtà storicamente caratterizzate da un solo ceppo etnico o da un ceppo etnico “dominante”.
Pur non definendo delle policy puntuali, Mounk suggerisce tre linee d’azione che i sostenitori delle democrazie liberali devono perseguire per salvaguardare l’attuale ordinamento:
- Riformare le politiche economiche nazionali e internazionali per mitigare le diseguaglianze sociali che si sono generate nel corso degli anni; inoltre, una più equa distribuzione della crescita economica aiuterebbe a riavere fiducia nel futuro. Non si tratta solo di un tema di giustizia distributiva, ma proprio di stabilità politica.
- Occorre ripensare cosa siano il senso di appartenenza e l’essere membri di una comunità in un moderno stato multietnico. La premessa che in una democrazia multietnica tutti i suoi membri siano trattati da eguali non è negoziabile; il punto di partenza deve essere il riconoscimento delle cose che si hanno in comune, anziché la continua sottolineatura delle differenze. Una democrazia multietnica funzionante è una democrazia in cui ogni individuo gode di diritti dati dall’esserne un cittadino, e non dall’appartenenza ad uno specifico gruppo. Simul stabunt, simul cadent.
- Resistere alla trasformazione dell’informazione apportata da internet e dai social media. Sebbene la soluzione più semplice possa sembrare quella di lasciare alla politica o alle aziende tech di decidere cosa possa essere detto, ciò porterebbe rapidamente ad una forte limitazione della libertà d’espressione. Bisogna quindi lavorare non solo sul tipo di messaggi che vengono veicolati dai social, ma anche sul modo con cui essi vengono recepiti. L’istruzione e l’opera di “decantazione” e divulgazione che possono essere svolte da associazioni, professori, media tradizionali e partiti devono essere protagonisti in tal senso.
Proprio quest’ultimo spunto che viene da Mounk deve essere oggetto di riflessione. Per i partiti, le associazioni ed i movimenti che si riconoscono nei valori della democrazia liberale è giunto il momento di vincere ogni timidezza e di entrare in azione. Questi devono dimostrare che prendono veramente sul serio i problemi che le persone affrontano nella quotidianità delle loro vite (problemi ben diversi dai grandi temi macroeconomici e di strategia geopolitica che intasano spesso le conversazioni tra liberali) e che vogliono apportare un cambiamento reale alla loro condizione. Se da un lato queste forze liberal-democratiche non devono emulare le soluzioni semplicistiche dei populisti o assecondarne le peggiori pulsioni, dall’altro è necessario che elaborino un piano ambizioso per il futuro, che ridia fiducia e regali una visione al popolo.
(A cura di Marco Tuttolomondo)

