Le elezioni statunitensi, forse le più attese di tutto l’anno elettorale che è stato il 2024, hanno portato alla Casa Bianca una vecchia (e poco gradita) conoscenza: Donald Trump, capo dell’Amministrazione 2016-2020, tornerà ad essere Presidente degli Stati Uniti a partire dal 20 Gennaio 2025, potendo vantare una vittoria su tutti i parametri controllati generalmente in queste elezioni. Trump ha infatti vinto la maggior parte dei grandi elettori (312 su 538), conquistato di conseguenza la maggioranza al Senato, ha vinto il voto popolare (50,2%) e ha ottenuto la maggioranza alla Camera (potendo quindi contare una discreta maggioranza nella totalità del Congresso). Se a questo si aggiunge che l’orientamento politico dei giudici della Corte Suprema è tendenzialmente repubblicano, possiamo senza dubbio affermare che, quella di Trump, sia stata una vittoria in grande spolvero.
Tuttavia, non è la politica interna degli Stati Uniti l’argomento principale di questo articolo: troppe incognite, proclami e promesse hanno attraversato la recente campagna elettorale, talmente numerose da non permettere una seria riflessione sul tema, trovando spesso argomenti anche contradditori tra loro. D’altra parte, va sottolineato come la nuova amministrazione Trump sembra essere decisamente più pronta ed agguerrita rispetto a quella del quadriennio 2016-2020. In effetti, Trump e seguaci hanno avuto quattro anni di esperienza governativa e quattro anni di preparazione (focalizzati verso questo singolo momento) per organizzare e presentare agli elettori americani un programma, che bisogna ammettere, è ben riconoscibile rispetto a quello dei democratici.
Proprio perché le idee del programma trumpiano sono ben note, l’incertezza e l’inquietudine hanno iniziato a regnare tra le fronde degli alleati. Diverse questioni preoccupano i Paesi amici degli Stati Uniti, e gli Stati europei in primis temono di subire le ripercussioni di questo voto: il ritorno all’imposizione di dazi stringenti, il raffreddamento dei rapporti atlantici, l’influenza del modello trumpiano sui già controversi e “wanna be” governi autoritari di destra in Europa. Eppure, c’è un dossier che più di tutti comprende la totalità dei difficili rapporti che ci attendono nel prossimo futuro, le cui conseguenze investono in primis proprio noi europei: la posizione statunitense nella guerra in Ucraina.
La questione del futuro posizionamento degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali apre la porta un ventaglio di possibilità tanto vasto quanto incerto. Su alcuni temi, per ora, non si hanno dubbi: l’America di Trump appoggerà Israele e, più in particolare, le posizioni di Netanyahu, lasciando fondamentalmente carta bianca al comando militare dello Stato ebraico nella sua guerra ai tentacoli dell’Iran. Ci si può inoltre aspettare che Trump mantenga la stessa posizione della sua precedente amministrazione anche nei rapporti con la Cina, con la quale nel 2016-2020 intraprese una sostanziale guerra economica. Questi due dossier, da soli, meriterebbero importanti approfondimenti, ma ciò che dovrebbe davvero attirare la nostra attenzione è la questione ucraina.
Bisogna spezzare una lancia a favore di Trump: già nel 2016, il tycoon fece notare agli Stati dell’Unione Europea un paradosso nei confronti della Russia, mettendo in evidenza come i Paesi acquirenti gas e petrolio russo altro non facevano che alimentare le casse belliche di Mosca; gli stessi Paesi, però, lamentavano agli Stati Uniti una mancanza di protezione da parte loro, rispetto ad una minaccia sempre più incombente da Est. Nessuno, in Europa, immaginava che avrebbe potuto avere ragione, ma pochi anni dopo la “profezia” si è avverata.
Ancora una volta, l’Europa si è dimostrata incapace di anticipare i tempi; non le sono bastati i quattro anni della prima Amministrazione Trump e nemmeno i quattro turbolenti anni di quella Biden, tallonata dal primo all’ultimo giorno dalla propaganda MAGA. Dal 2016 al 2020, l’Unione Europea si è prodigata in roboanti proclami sulla coesione, spendendosi sul necessario affrancamento del Continente dagli Stati Uniti, ormai inaffidabili e isolazionisti. Eppure, durante l’amministrazione Biden sono stati fatti ben pochi passi avanti e molte occasioni sono andate in fumo. Nel momento più favorevole di tutti, nel periodo della congiunzione tra Francia, Germania e persino Italia (segnata dalla comunione d’intenti di Macron, Scholz e Draghi), l’Unione Europea non è stata nemmeno in grado di bypassare il veto dell’Ungheria di Orban nella consegna degli aiuti militari a Kiev, nonostante il benestare di Washington all’affrancamento di Bruxelles.
Ambienti vicini al futuro presidente Trump hanno fatto trapelare notizie per nulla confortanti: già in campagna elettorale, The Donald prometteva di far finire la guerra entro 24 ore dalla sua elezione ufficiale, senza però indicare esattamente un piano. Ad oggi, basandoci sulle indiscrezioni, sappiamo che il piano corrisponde ad un sostanziale ritiro dell’impegno americano in Ucraina, in barba a qualunque promessa fatta alla popolazione di Kiev. Il piano prevedrebbe il blocco o il ridimensionamento degli aiuti verso il Paese, l’imposizione di un cessate il fuoco, il riconoscimento dell’annessione di (almeno) Crimea e l’intero Donbas (quindi l’interezza degli oblast di Donetsk e Lugansk, ancora contesi tra Mosca e Kiev), la formazione di una zona demilitarizzata (corrispondente circa al resto delle zone occupate ed includendo alcune zone dell’Ucraina orientale) e la promessa al governo russo di non permettere l’ingresso dell’Ucraina nella NATO per i prossimi 20 anni (minimo). Una tale proposta porta con sé almeno tre implicazioni.
La prima riguarda strettamente l’Europa. I circoli trumpiani non hanno mai escluso la continuazione della guerra, pur presupponendo il non coinvolgimento statunitense, sia in termini militari che economici; ne deriva che, la difesa dell’Ucraina, sarà economicamente appaltata ai soli Stati europei. Nel caso in cui, invece, gli europei decidessero di appoggiare il “piano di pace” (o piano di resa) americano, sarebbe necessario implementarlo attraverso la costituzione di una zona demilitarizzata, che richiede però il dispiegamento di forze internazionali. Considerando il disimpegno USA e l’improbabile coinvolgimento delle Nazioni Unite, il deployment di forze di pace toccherebbe solo a Stati volontari: presumibilmente i Paesi europei.
La seconda implicazione è invece per la Russia: la promessa di estromettere l’Ucraina dalla NATO per i prossimi 20 anni permetterebbe a Mosca di riorganizzare la propria azione verso Kiev. Da una parte attraverso l’influenza politica verso il Paese, ormai una specialità del governo russo; dall’altra attraverso l’organizzazione di un nuovo intervento armato. Dopotutto, dal 2014 ad oggi la Russia ha invaso l’Ucraina già due volte, perché non aspettarsene una terza entro il 2045? Da questa situazione, Mosca potrebbe trarre le sue conclusioni: invadere un Paese, annetterne alcune porzioni e imporre un sostanziale governo fantoccio non è poi così costoso come gli occidentali vorrebbero far credere; nel lungo termine, ripaga. La distruzione di Grozny nelle guerre cecene, l’attacco alla Georgia nel 2008 e l’annessione di Abcasia e Ossezia del sud ed il primo attacco all’Ucraina con l’annessione della Crimea, sono sempre stati seguiti dalla condanna e dalle sanzioni dei Paesi europei (più o meno compatti); sanzioni che, puntualmente, venivano sollevate, bypassate o aggirate in modi più o meno ufficiali. La guerra in Ucraina non è ancora finita, eppure abbiamo prove che diversi Paesi (Italia compresa) abbiano creato delle trade routes alternative per continuare a commerciare con Mosca. Se il piano trumpiano venisse implementato, quanto durerebbero concretamente le sanzioni europee imposte dal 2022 in poi?
La terza implicazione è per la comunità internazionale, ed altro non è che una generalizzazione del secondo punto: il diritto internazionale, non supportato dalla volontà degli Stati, è fondamentalmente nullo; si può pensare pertanto che l’attacco ad un Paese sovrano è possibile e che quasi alcun membro della comunità internazionale sia in grado di opporsi. Cosa ne sarebbe di tutte quelle situazioni di tensioni al confine? La risoluzione delle dispute internazionali si ridurrebbe, ancora una volta, al mero uso della forza? Se così fosse, non sarebbero pochi i teatri ad infiammarsi (Cina e Taiwan, India e Pakistan, Venezuela e Guyana, ma le due Coree prima di tutti).
Si è tanto parlato di autonomia strategica dell’UE. Se ne parla da anni ed è un concetto che torna in voga di tanto in tanto, ogniqualvolta l’Europa si trovi in uno stato di crisi dovuto a fattori esterni. Alle parole raramente sono seguiti i fatti. Allo scoppio della guerra del 2022 si parlò di autonomia energetica, della creazione di una rete energetica comune, di mettere in piedi un’industria bellica comunitaria o coordinata tra i vari Paesi, seguendo la scia del piano di rilancio industriale europeo del periodo post-COVID19. Nonostante le idee ed i progetti messi sul tavolo, l’Europa è rimasta fondamentalmente inerte ed impreparata. Non solo non è seguita alcuna preparazione sul piano industriale, economico, bellico o energetico, ma i maggiori Paesi europei, coloro che avrebbero dovuto assumersi la responsabilità politica e morale di guidare le riforme e le proposte di un’Europa più coesa, hanno finito per perdere credibilità e capacità di azione a causa di problemi domestici: la Francia ha visto la figura di Macron indebolirsi e concentrarsi sul piano interno per affrontare il pericolo lepenista, l’Italia ha perso la guida di Draghi, la Germania ha vissuto, proprio di recente, il collasso della coalizione di governo, presagendo a Febbraio uno scontro frontale tra l’ultradestra di AfD e la rediviva CDU di Merz, unico che al momento presenta posizioni di forte contrasto alla Russia insieme a Polonia, Finlandia, Romania e Paesi baltici.
Pertanto, prima ancora che un rilancio industriale o economico, deve figurarsi nella coscienza europea una preparazione politica e psicologica ad un mondo che è mutato drasticamente. Di fatto, da questo 2024 le democrazie ne escono indebolite: la Casa Bianca sarà nelle mani di un presidente che apertamente non rispetta il processo democratico, mentre i Paesi autocratici stringono sempre più la morsa del potere sui propri cittadini e cercano, contemporaneamente, di minare lo sviluppo democratico in Paesi dalle istituzioni ancora deboli e instabili. Intanto, nella nostra Europa, la fiducia verso le istituzioni continua a crollare, mentre vari movimenti ispirati ad Orban o Trump prendono piede. L’Europa della democrazia deve stringersi intorno all’idea che non esiste libertà senza unità, e non può esserci unità senza volontà. La potenza del messaggio democratico passerà inevitabilmente dal grado di resilienza che le liberaldemocrazie dimostreranno nei prossimi anni; a noi l’onere e l’onore di vivere nella più grande associazione di democrazie della Storia. D’altra parte, siamo sopravvissuti a Trump una volta; possiamo farlo ancora. Guardiamo verso Mosca, dove invece Putin, approfittando della rielezione del magnate, pare si stia preparando ad alzare ancora una volta l’asticella dell’escalation, probabilmente approntando le prossime mosse per danneggiare quanto più possibile l’Ucraina ed i Paesi europei in vista di un ipotetico cessate il fuoco.
(A cura di Gabriele De Fazio)

