Intervista a Alon Helled
Alon Helled, lei è israeliano ed è attualmente dottore di ricerca presso l’Università degli Studi di Torino dopo gli studi universitari in Italia e in Europa e dopo un’importante storia di collaborazioni con la Scuola di Scienze Politiche “Cesare Alfieri” dell’Università di Firenze e l’Ècole des Haute études en Sciences Sociales di Parigi. Tanto per iniziare, perché – dopo essersi diplomato in Israele – ha deciso di affrontare gli studi universitari sulla politica mediorientale proprio in Italia?
Sono nato e cresciuto in Israele, ma ho sempre nutrito grande interesse, nonché affetto, verso l’Italia e l’Europa, in generale. Tutto è dovuto al lavoro imprenditoriale di mio padre che ci portava in Italia ogni estate. Il viaggiare da piccolo mi ha plasmato. Dopodiché, essendo israeliano di origine europea, sia aschenazita che sefardita, la cultura che si respirava in casa non era esclusivamente “sabra” (sono detti “sabra” gli ebrei nati e cresciuti in Israele, ndr). Grazie ad uno scambio tra il mio liceo di Tel-Aviv e un liceo torinese, feci dalle amicizie che mi spinsero a cambiare aria in età adulta. Mi iscrissi all’ateneo torinese pensando di fare studi europei, ma il richiamo analitico di capire la realtà mediorientale, partendo da una visione critica e transdisciplinare fu decisivo. Ricordo con un sorriso quando la mia relatrice della tesi triennale mi disse una volta che avrei potuto scrivere una tesi addirittura sugli eschimesi, ma che sarebbe stato meglio occuparsi di cose che si conoscono più da vicino. Fu un validissimo consiglio che ho continuato a seguire. Inoltre, affrontare un pezzo del Mediterraneo diventa facile in Italia, viste le condizioni fisiche e culturali di questo Paese.
Roma e Tel-Aviv hanno una lunga e complessa storia di scambi e rapporti diplomatici. Come è cambiata nel tempo la percezione che in Israele si ha dell’Italia? E com’è percepita oggigiorno l’Italia in Israele?
Pensiamo che l’Italia fu il ventiquattresimo Stato a riconoscere Israele. Un riconoscimento avvenuto tra il 26 gennaio 1949 e poi ufficializzato l’8 febbraio 1949. Oltre alla sua ambasciata a Tel-Aviv, la Repubblica italiana ha due consolati generali a Gerusalemme Ovest e Gerusalemme Est- a dimostrazione dell’equilibrio storico circa il conflitto Israelo-Arabo-Palestinese – e quattro consolati onorari a Be’er Sheva, Eilat, Haifa e Nazareth. L’Italia è una media potenza europea, ma credo che la percezione dello Stato israeliano e degli israeliani, in generale, si sia articolata soprattutto attraverso scambi culturali, in particolare gastronomici, artistici per poi ampliarsi anche a scambi tecnologico-industriali. Come ogni relazione bilaterale, anche i rapporti Italia-Israele hanno avuto momenti altalenanti, ma complessivamente, penso che le relazioni diplomatiche siano solide.
Allargando il discorso, come viene percepita l’Unione Europea in Israele? Anche in questo caso, la percezione è mutata nel tempo?
Rispondo alla domanda, facendo una premessa: per Israele – una democrazia imperfetta basata su un concetto forte di Stato-nazione – qualsiasi forma di unità politica federale pare un aggregato scarsamente organico. Proseguendo l’approccio storicamente diffidente di bengurioniana memoria verso le organizzazioni internazionali (ONU compresa), Israele guarda al mondo tramite relazioni diplomatiche bilaterali. È un Paese che tende a sentirsi minacciato e che, quindi, preferisce trattare singolarmente con i vari Stati membri dell’Unione Europea. Di certo, molti israeliani hanno una doppia cittadinanza UE, che negli ultimi anni è diventata un “bene rifugio”, una garanzia. D’altra parte, però, dal mio punto di vista l’Unione Europea è poco seguita e poco capita a livello di politica estera dello Stato israeliano. Ciò deriva non soltanto dal conflitto israelo-palestinese (che è un terreno minato e scivoloso), ma anche dall’incapacità israeliana di immaginare una policy federale, democratica e universale, applicata a “nazioni” diverse di uguale dignità. Sebbene gli studi europei abbiano avuto uno sviluppo importante in Israele, la conoscenza e la coscienza europee non sono di primo piano per la costruzione di un agire politico. “Gli europei” vengono spesso etichettati come anti-israeliani, addirittura “antisemiti”, ad eccezione della Germania e di qualche governo europeo nazionalconservatore. Poi, entrano le relazioni con gli Stati Uniti d’America, ritenute decisive e prioritarie per l’appoggio politico e militare fornito dagli States.
Si discute o si è mai discusso in Israele di un eventuale ingresso del paese nell’Unione Europea?
La possibilità che Israele aderisca all’Unione Europea è stata sollevata sia dai politici israeliani che da quelli dell’Unione Europea, tra cui diversi membri del Parlamento Europeo. Ad esempio, nel dicembre 2013 i ventotto ministri degli Esteri dell’Unione Europea proposero di concedere a Israele lo status di partner privilegiato speciale. La proposta prevedeva l’espansione delle relazioni commerciali, culturali e scientifiche, oltre che l’approfondimento del dialogo politico e sulla sicurezza. L’offerta fu condizionata al completamento dei negoziati tra Israele e palestinesi. Tuttavia, Israele non fu mai incluso tra i paesi nel futuro piano di espansione dell’Unione Europea. Non sono al corrente di sviluppi in tale merito. Anzi, Israele pare allontanarsi sempre più dall’Unione Europea e le speranze di una futura adesione sono sempre meno.
Una domanda rivolta non allo studioso, ma al cittadino: dal suo punto di vista, sarebbe opportuno e vantaggioso per le parti coinvolte un eventuale ingresso di Israele nell’Unione Europea?
Mi è complicato rispondere alla domanda, in quanto israeliano di cultura europea ed europeista. Da studente seguivo la Gioventù Federalista Europea. Gli israeliani con i loro passaporti Schengen sono già in Europa. Gli scambi culturali, intellettuali, tecnologici ed economici finora sono stati vantaggiosi. Tuttavia, se uno riflette sulle dinamiche strutturanti di Israele e dell’Unione Europea, non vi vedo un compimento realistico. L’Europa rimane un terreno di competizioni sportive e di festival musicali, ma – essendo la componente ebraica una precondizione dello Stato israeliano (tra l’altro gelosissimo della sovranità in termini di imperium vestfaliano) – una delega ad un’unione di stati mi sembra una vera utopia. Israele è uno Stato di stampo europeo, ma si trova nel Levante. È difficile che superi la propria dimensione geografica e che rimedi alle sue contraddizioni democratiche. Qualora lo facesse, sarebbe un mutamento epocale. Al momento, il dialogo tra Israele e gli Stati europei è condizionato dall’attualità geopolitica. Inter arma silent Musae.
Abbiamo posto queste ultime due domande poiché Israele è ritenuta nel discorso pubblico l’estremo bastione orientale dell’Occidente. Quest’ultimo si caratterizza, tra le altre cose, per un notevole progresso tecnico ed economico, per una netta dominanza della cultura giudaico-cristiana e per la laicità dell’ordinamento istituzionale, che – monarchico o repubblicano che sia – si fonda sulla separazione dei poteri e sulla più ampia partecipazione democratica alla vita pubblica. Se è arcinoto che Israele sia un Paese avanzatissimo sul piano economico e scientifico e che la cultura israeliana (e giudaica in generale) abbia un ruolo centrale nel pensiero occidentale, poco o nulla è noto al grande pubblico del funzionamento istituzionale di Israele. Per grandi linee, come funziona Israele sul piano istituzionale? Che tipo di repubblica è e che tipo di costituzione ha?
Eviterei la dicitura “estremo bastione orientale dell’Occidente”, anzitutto. Ogni singola parola andrebbe decostruita e contestualizzata. Un “bastione” significa che l’Occidente, -mai monolitico-, attribuisca ad Israele il compito sporco di avamposto militare? Così condanna la popolazione di quella striscia di terra ad un eterno scontro di civiltà, alla quale persino Huntington avrebbe molto da ridire. Poi, l’ebraismo originario nasce orientale. Lo è ancora, malgrado la sintesi e i mutamenti nelle varie diaspore ebraiche. La laicità dello Stato israeliano non c’è. Esisterebbero la libertà di culto e la non discriminazione, ma a partire dalla legge fondamentale 2018: “Israele come Stato-nazione del popolo ebraico” avrei qualche perplessità in merito. Si ricordi che Israele è l’unica repubblica che non si autodefinisce tale: è una democrazia parlamentare senza una costituzione scritta. Pertanto, adoperare o manipolare questa metafora a fini retorici lascia il tempo che trova. Detto ciò, in Israele si ritrovano tutti quei fenomeni di fragilità democratica di governo, rappresentanza politica e società civile che si possono riscontrare nelle altre democrazie dette “occidentali”: dalla demagogia al populismo, dal conflitto di interessi fino alle tensioni tra i poteri esecutivo, legislativo e giudiziario. Tuttavia, a differenza di altri Paesi, Israele ha un tessuto statuale più vulnerabile, pieno di buchi e ricco di paradossi. È una pentola a pressione, un laboratorio denso del bene e del male dell’agire umano.
Istituzionalmente parlando, Israele è una democrazia parlamentare in cui l’autorità legislativa è di importanza primaria, essendo l’unico potere eletto direttamente dai cittadini. Israele adottò questo sistema come lascito del mandato britannico in Palestina. Il Capo dello Stato è il Presidente, eletto a maggioranza dal Parlamento israeliano, la Knesset. Il Presidente non detiene molti poteri esecutivi e il suo ruolo è principalmente rappresentativo. Viene comunemente chiamato “il cittadino numero uno”, ma pur sempre un cittadino è.
La Knesset, invece, viene eletta ogni quattro anni, ma spesso le legislature sono poco stabili e hanno una durata inferiore. Le elezioni legislative sono a suffragio diretto, paritario, con scrutinio segreto, con sistema proporzionale e a collegio elettorale unico nazionale. Queste elezioni si svolgono in tutto il Paese contemporaneamente e i voti vengono concentrati e riassunti in un unico calcolo, a differenza del sistema di collegi elettorali in cui le elezioni si svolgono separatamente in ciascun distretto, provincia o regione, come ad esempio in Italia. Ciò esemplifica, però, il fatto che si tratta di uno Stato centrale e centralista, benché esistano forme di governo locale. Il territorio nazionale israeliano è diviso in sette distretti amministrativi, ciascuno dei quali ha uffici governativi distrettuali, un tribunale distrettuale (il secondo tra i tre gradi di giudizio dell’ordinamento israeliano, ad eccezione dei tribunali detti “speciali”, ovvero tribunali religiosi, tribunali militari, tribunali stradali, tribunali del lavoro) e altre istituzioni. In aggiunta, vi sono 258 amministrazioni locali in Israele: di queste, 82 sono comuni, 120 consigli locali, 54 consigli regionali e due consigli industriali locali. Vi sono ordine e disordine, come in molte altre democrazie.
Per terminare, vorremmo tornare con lei a un tema di grande attualità, cioè i confini di Israele.
Stando al diritto internazionale, i confini di un Paese sono decisi da accordi bilaterali tra il Paese stesso ed i suoi confinanti, escludendo attori terzi dalla delimitazione territoriale. Il caso di Israele è però particolare: nato come entità nel 1948, ha subito diverse modifiche territoriali nel corso della sua breve storia. La risoluzione ONU del 1967 fissò i confini di Israele cercando di marcare la strada per una divisione netta tra territori israeliani e palestinesi.
Al di là della dolorosa e inflazionata questione israelo-palestinese, Israele ha ancora oggi questioni aperte sui confini con gli Stati vicini?
La questione è ben nota, nonché spinosissima. Come viene definito dalla studiosa Raffaella del Sarto nel suo libro del 2017, “Israel under Siege: The Politics of Insecurity and the Rise of the Israeli Neo-Revisionist Right”, Israele si sente minacciato e, di conseguenza, esercita il suo imperium per tutelarsi. Eppure, anche stavolta la risposta si trova nella stessa domanda: l’occupazione dei territori palestinesi e l’insediamento dei coloni sta frammentando ogni possibile compattezza e contiguità in Cisgiordania, mentre la striscia di Gaza è un’enclave ridotta in macerie e rimarca ulteriormente le questioni aperte sui confini tra Israele e palestinesi. Sussistono questioni anche tra Israele e Libano, motivate in particolare dai contesi giacimenti sottomarini di gas naturale e dalla fissazione definitiva dei confini terrestri. Un’altra contesa è quella ormai pluridecennale con la Siria per le Alture del Golan, ma in questo caso è molto difficile che Israele restituisca questo territorio alla Siria. Al di là di questo, bisogna tener conto anche della lotta intestina tra due concezioni del Sionismo politico originario, cioè pre-1948. Da un lato, il compromesso della sinistra sionista bengurioniana per uno Stato ebraico ridotto ma riconosciuto internazionalmente, e, dall’altro lato, la volontà della destra sionista di ottenere l’intera Terra d’Israele, come biblicamente promessa e miticizzata. Nel caso israeliano Stato e Terra non coincisero, seguendo la spartizione della Palestina voluta dall’ONU. La presa-riconquista della Giudea e della Samaria nella guerra del 1967 rinvigorì i delusi del 1948 e divenne terreno fertile per il messianismo ebraico, sempre più nazionalista, che oggigiorno incide sulla politica israeliana. Basti pensare che solo gli israeliani nati tra 1948 e 1956 sanno disegnare una carta geografica d’Israele, mentre le generazioni successive non hanno una contezza e un’opinione univoca di quali siano davvero i confini del loro Paese.
(A cura di Gennaro Romano)

