Referendum: le strumentalizzazioni del No

da | Mar 10, 2026 | Giustizia e Riforme, Diritti Civili

Il 22 e 23 marzo saremo chiamati a votare su una riforma della giustizia che, al netto delle propagande di parte, tocca nodi strutturali del nostro ordinamento. Chi invita a votare No prova a trasformare questo referendum in un giudizio sul governo Meloni. È un errore grave: ciò che si vota non è la simpatia o l’antipatia verso l’attuale maggioranza, ma il merito della riforma. Ed è proprio sul merito che molte delle argomentazioni del No appaiono deboli, quando non apertamente pretestuose.

1. Il mito dell’“attacco all’indipendenza della magistratura”

Nicola Gratteri ha ricordato che l’Italia è tra i Paesi europei con il maggior numero di indagini disciplinari a carico dei magistrati, a seguito di segnalazioni di illecito. È vero. Ma c’è un dettaglio che spesso viene omesso: nel 95% dei casi queste segnalazioni vengono archiviate dalla Cassazione, chiamata a esaminarle, ossia prima che il procedimento presso il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) venga avviato. Di conseguenza, il tutto si conclude con un nulla di fatto. Del restante 5%, circa due procedimenti su cinque portano ad una effettiva condanna, in ogni caso in numero inferiore rispetto alla media europea.

Se così tanti procedimenti non portano ad alcuna conseguenza, ci troviamo di fronte a un paradosso: sulla carta esiste un sistema di responsabilità disciplinare, nella pratica è estremamente difficile che un magistrato venga sanzionato anche quando sbaglia. Questa asimmetria indebolisce la credibilità complessiva della giurisdizione e alimenta l’idea di una corporazione autoreferenziale, impermeabile a qualunque forma di controllo effettivo.

A questo si aggiunge un altro dato: circa il 98% delle segnalazioni interne per la progressione di carriera viene approvato e il 99% delle valutazioni professionali dei magistrati è positivo. È statisticamente implausibile che, in qualsiasi corpo professionale così vasto e delicato, il 99% sia sempre all’altezza, sempre meritevole, sempre eccellente. In mezzo a tanti giudici che svolgono il proprio lavoro in maniera impeccabile, è evidente che esistono anche sistemi di potere interni, cordate, logiche di appartenenza.

Sarebbe sufficiente questo quadro per riconoscere che la magistratura italiana non è un corpo di “santi infallibili”, ma un potere dello Stato che, proprio perché essenziale per lo Stato di diritto, necessita di regole più chiare, più trasparenti e meglio bilanciate. Difendere lo status quo, di fronte a questi numeri, significa di fatto difendere anche le storture.

2. “Si mette la magistratura sotto il controllo del governo”: perché è falso

Una delle accuse più gridate dal fronte del No è che la riforma metterebbe il potere giudiziario sotto il controllo dell’esecutivo. È un allarme che fa presa, specie su una parte dell’elettorato progressista, ma che non trova riscontro nei testi.

L’articolo 104 della Costituzione, che stabilisce che la magistratura è un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, non viene toccato nella parte in cui dispone che il potere giudiziario è distinto dall’esecutivo. La separazione dei poteri resta intatta.

Nei due Consigli Superiore della Magistratura (uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri) i magistrati rimarrebbero comunque in maggioranza rispetto ai membri eletti dal Parlamento, con un rapporto di 2/3 a 1/3. Inoltre, i componenti scelti dal Parlamento non sono “nominati dal governo”, ma includono anche figure selezionate dalle opposizioni. L’idea che l’esecutivo possa controllare direttamente il CSM è quindi una semplificazione propagandistica.

Altro punto contestato è il sorteggio. Si sostiene che aprirebbe la strada a nuove forme di controllo politico. Ma un sistema misto, che riduce il peso delle correnti interne senza consegnare le nomine al governo, era sostenuto pubblicamente dallo stesso Nicola Gratteri già nel 2021, quando non c’era questo governo e quando proprio Gratteri è oggi uno dei volti simbolici del fronte del No. Oltretutto, il CSM non è un organo rappresentativo della magistratura, ma amministrativo responsabile, tra le altre cose, di nomine, trasferimenti e promozioni, di conseguenza non dovrebbe essere a logiche di rappresentanza delle varie correnti e sensibilità interne alla magistratura. E il sorteggio verrebbe effettuato non sulla totalità di magistrati e giuristi attivi, ma solo su professionisti altamente qualificati, con almeno 15 anni di esercizio per i membri indicati dal Parlamento e 20 per i membri dell’Alta Corte Disciplinare istituenda.

Va poi ricordato un vincolo fondamentale: una futura legge ordinaria non può, da sola, stravolgere l’assetto costituzionale della magistratura. Qualunque norma che violasse lo spirito della Costituzione sarebbe verosimilmente dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale. Chi agita lo spettro di una “futura legge” che, in barba alla Carta, asservirebbe i magistrati al governo, finge di dimenticare come funziona il controllo di legittimità costituzionale.

Infine, c’è un elemento di pura razionalità politica: in un Paese come l’Italia, dove la regolare alternanza tra centrodestra e centrosinistra porta a cambi di governo ogni 24-36 mesi, quale maggioranza sarebbe così sprovveduta da consegnare oggi la magistratura a sé stessa, sapendo che domani lo stesso meccanismo la consegnerebbe all’avversario?

3. Una riforma non “di parte”, ma con radici trasversali

Un altro mantra delle campagne per il No è che questa riforma sarebbe “di destra”, “di parte”, “identitaria”. La realtà è più complessa.

L’Italia è l’unico Paese del G7 a non avere la separazione delle carriere. In Europa, solo Romania, Grecia, Bosnia e Italia non hanno separato le carriere tra giudici e pubblici ministeri. In altri ordinamenti europei saldamente democratici e garantisti, non c’è alcuna “deriva autoritaria” per il semplice fatto che i pm non appartengono allo stesso ruolo dei giudici. In Francia, ad esempio, i pm sono indicati dal governo e nessuno considera la Francia un regime antidemocratico per questo.

Sul piano politico, poi, la proposta che oggi arriva in referendum non nasce nel vuoto né esclusivamente nella cultura della destra italiana. Riprende:

  • una riforma del PSI del 1988, proposta da un partigiano, quindi da una tradizione di sinistra democratica;
  • proposte avanzate da coalizioni di centrosinistra al governo (D’Alema, Amato) tra fine anni Novanta e primi Duemila;
  • punti programmatici che erano presenti nei programmi di coalizioni di centrosinistra sia alle elezioni del 2001 (Ulivo-Rutelli) sia in quelle del 2022 (PD-Letta).

Oggi, inoltre, esistono comitati apertamente progressisti che sostengono il Sì: “Sinistra per il Sì” e “Progressisti per il Sì” riuniscono personalità come Augusto Barbera, Pina Picerno, Bobo Craxi, Pietro Bussolati, Enzo Bianco, Ivan Scalfarotto, Benedetto Della Vedova. Non esattamente un parterre di reazionari.

Definire questa riforma “di destra” serve solo a evitare la fatica di discutere sul merito. È una scelta di comodo, non un’analisi politica.

4. Referendum sulla giustizia, non plebiscito su Meloni

Chi vuole votare No ha il pieno diritto di farlo. Ma sarebbe onesto non far passare il No come uno strumento per “indebolire il governo”. L’idea che il referendum sulla giustizia sia il surrogato di un voto di sfiducia a Meloni è pericolosa per due motivi.

Primo, perché riduce una riforma strutturale, attesa da decenni e discussa da culture politiche diverse, a un sondaggio sull’elettorato di governo. Secondo, perché deresponsabilizza le opposizioni, che invece di proporre un progetto alternativo di giustizia – diverso, migliore, più garantista, più efficiente – si limitano a dire “No” sperando di capitalizzare il malcontento.

Se l’obiettivo è mandare a casa il governo Meloni, lo strumento si chiama elezioni politiche. La scadenza naturale è il 2027: è lì che va costruita un’alternativa politica credibile, coerente, liberaldemocratica, che non si appoggi a figure come Vannacci né a alleanze con forze che votano sistematicamente contro il sostegno all’Ucraina.

Allo stesso modo, chi ha a cuore i conti pubblici dovrebbe ricordare cosa è successo nel 2013-2021, con cinque governi in otto anni, tra cui il governo giallo-rosso che ha varato il superbonus edilizio da circa 200 miliardi di euro: il più grande buco di bilancio della storia della Repubblica, i cui effetti siamo ancora costretti a pagare, il tutto accompagnato, nel 2020, dall’ingresso in Italia di una missione russa con circa cento tra militari e agenti dell’FSB. È quella la parabola virtuosa a cui vogliamo tornare?

Chi vuole cambiare governo lo faccia nelle urne politiche, non snaturando il senso di un referendum costituzionale sul sistema giudiziario.

Per una generazione politica giovane e liberale, il referendum del 22-23 marzo è un banco di prova: dobbiamo dimostrarci capaci di discutere nel merito di una riforma complessa, che tocca equilibri delicati tra poteri dello Stato, anziché restare intrappolati nella logica infantile del “contro Meloni a prescindere”.

Le ragioni del No che si basano su paure esagerate (“fine della democrazia”, “magistratura nelle mani del governo”), su letture distorte della Costituzione o su argomenti identitari (“è una riforma di destra, quindi va bocciata”) risultano pretestuose perché eludono i fatti. Il referendum non è un voto di fiducia su questo governo, ma un giudizio su come vogliamo che funzioni il potere giudiziario nei prossimi decenni. Sta a noi decidere se usare la scheda per regolare conti politici di breve periodo o per affrontare, finalmente, una delle grandi questioni irrisolte della nostra democrazia.

(A cura di Riccardo Ferri)