Nuova legge elettorale: ultime news

da | Lug 8, 2026 | Giustizia e Riforme

La sera del 24 giugno è arrivato il via libera della commissione Affari Costituzionali della Camera alla riforma della legge elettorale scritta dalla maggioranza. Il Bignami bis sarà in Aula per la discussione generale venerdì mattina. Da luglio, in base al regolamento, l’esame potrà poi essere affrontato con tempi contingentati. La riforma si basa su un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato (fino a un tetto di 220 eletti alla Camera e 113 al Senato) per la coalizione che abbia ottenuto almeno il 42% dei consensi. Se nessuno arriva a questa percentuale, si procede con un proporzionale puro. La nuova riforma prevede un sistema proporzionale con premio di governabilità di 70 seggi alla Camera dei Deputati e di 35 al Senato con un tetto massimo di 220 seggi complessivi alla Camera e di 113 complessivi al Senato. Il premio viene attribuito alla lista o alla coalizione che sia arrivata prima in entrambi i rami del parlamento e non scatta in caso di risultati difformi o in caso di mancato raggiungimento del 42%. Tra le varie proposte vi era quella del ritorno delle preferenze, ma si rimane al sistema delle liste e il premio in listini circoscrizionali con i nomi indicati sulla scheda: previsto l’obbligo della doppia candidatura nel listino e nel collegio. Rimangono dall’attuale legge, il Rosatellum, le soglie di sbarramento del 10% per le coalizioni e del 3% per le liste, con la novità del ripescaggio nei confronti di chi si sarà coalizzato meglio. Un’altra novità della riforma riguarda il premier. Le liste o coalizioni devono indicare al momento del deposito del contrassegno il nome di chi indicheranno come candidato Premier al Presidente della Repubblica e il programma. Durante l’esame in commissione su indicazione del Premier si è specificata la salvaguardia dell’articolo 67 che prevede l’assenza di un vincolo di mandato e di quella dell’articolo 92 sulla prerogativa del capo dello Stato di nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri. La proposta di questa nuova legge elettorale ha sollevato molte problematiche di diversa natura: problemi di tipo costituzionale, incognite tecniche, politiche, incognite riguardanti la vita democratica del nostro paese, incognite riguardanti anche la stabilità dei governi. Ci sono varie discussioni anche all’interno della maggioranza stessa: Fratelli d’Italia era favorevole alla reintroduzione delle preferenze, ma Lega e Forza Italia si sono opposte affermando che questo emendamento avrebbe portato alla bocciatura della legge. Il tema delle preferenze è anche costituzionale come afferma il costituzionalista ed ex parlamentare del Partito Democratico, il quale afferma che “a causa della doppia lista bloccata, di partito, di coalizione, resta aperta la questione del rapporto effettivo di rappresentanza che lascia la questione del rapporto effettivo di rappresentanza che lascia il varco aperto per una sentenza additiva che introduca le preferenze, nell’arco di tempo tra l’approvazione di questo testo effettivo e l’effettivo svolgimento delle elezioni”. La Consulta, secondo Ceccanti e diversi esperti, non potrebbe restare ferma davanti a un sistema di voto che non prevede nessuna delle formule tipiche di elezione del parlamentare da parte dei cittadini: che siano le preferenze, i collegi uninominali o altre formule. Ceccanti spiega dal punto di vista tecnico quello che molte voci della società civile stanno cercando di dire dal punto di vista culturale: dove viene condotta la democrazia con una legge elettorale in cui il candidato da mandare a Roma è stato pre-selezionato da partiti e coalizioni? Il combinato disposto tra preoccupazioni dei costituzionalisti e ultimi sondaggi ha aperto inoltre un’altra faglia: è davvero sicuro che le coalizioni, o almeno una delle due, supereranno il 42% incassando il premio di maggioranza? È il secondo ostacolo che potrebbe tenere fermo a lungo il treno, specie nel passaggio tra Camera e Senato. C’è il tema, anch’esso costituzionale, dell’«obbligo» per le coalizioni di indicare il candidato a Palazzo Chigi, nonostante sia nota la procedura quirinalizia e parlamentare che porta all’insediamento di un nuovo Governo. E c’è la questione delle firme, che alcuni partiti non raccoglieranno grazie a rappresentanza parlamentari e altri invece, magari di analoga o maggiore forza elettorale, dovranno andare dispendiosamente a cercare. C’è il tema scottante del voto ai fuorisede, il quale viene promesso ogni volta da tutte le forze politiche ma ogni volta si evita la risoluzione di questa problematica. I nodi insomma aumentano cammin facendo, anziché diminuire. Al momento appare incrollabile la volontà di Giorgia Meloni di avere un nuovo sistema di voto che «eviti il pareggio», a beneficio della governabilità. Così come la volontà della premier di chiudere il cerchio in tempo utile ad anticipare le elezioni di qualche mese, spostandole in primavera e stoppando l’anomalia del voto in autunno. Argomentazioni legittime, ma c’è ancora tempo per riflettere sul “prezzo” di questi obiettivi: e il doppio listino bloccato, di partito e di coalizione, pare un prezzo troppo alto da pagare per molte voci che si chiedono se i cittadini riusciranno a trovare senso in un voto così “semplificato”, in cui decisiva non è la volontà degli elettori ma l’ordine in cui i partiti mettono in fila dei nomi.

(A cura di Luca Di Bello)