Disinformazione: solo una tessera del domino

da | Mar 24, 2025 | Giustizia e Riforme

Oltre alle consuete crisi di cui sentiamo parlare nei telegiornali e nei programmi televisivi, ve n’è una che serpeggia senza essere percepita; una che, in qualche modo, potrebbe fare da trait d’union fra tanti campi (dalla politica al giornalismo, dal discorso pubblico all’opinionismo) e che si manifesta in modi differenti (dalla comprensione di un testo al capire il significato di un messaggio o una dichiarazione, fino al recepire o all’esprimere un concetto in modo chiaro e diretto): è la perdita dell’importanza del significato delle parole.

La crisi dei significati porta con sé un domino di conseguenze che si riflette nel lungo termine sulla capacità di comunicare. La comunicazione è alla base di ogni attività umana: tutto è basato sull’uso della parola. La parola è il mattoncino fondamentale del linguaggio, a sua volta iscritto in un sistema più ampio: la lingua. La lingua è una vera e propria istituzione, codificata in secoli di storia, di studio e influenze. Si potrebbe essere portati a credere che parola e lingua siano sufficienti per completare il quadro della comunicazione, tuttavia così non è: questa visione potrebbe essere dovuta al modo con cui diamo la comunicazione per scontata.

Proprio perché quotidiana, spesso non si fa caso a quelle sfumature che completano pienamente la comunicazione: ad essa vanno associati gesti, sottointesi, non-detti, che fanno parte del processo tanto quanto l’uso della parola. Quindi, a lingua e parola va aggiunto un terzo elemento, essenziale per la comunicazione: il contesto.

Dati questi elementi, è dunque possibile capire che la comunicazione non è poi una cosa così semplice o scontata come normalmente siamo portati a credere. Tuttavia, a questa complessità, si aggiunge un elemento che negli ultimi anni ha indebolito sempre più la comunicazione, producendo quella crisi presentata poco fa: l’eccessiva semplificazione. Ad essere onesti, il processo di semplificazione del linguaggio è del tutto naturale: poiché il suo uso è quotidiano, piccole ma costanti modifiche intervengono nelle espressioni comuni, allo scopo di rendere un messaggio più immediato e comprensibile.

Ma a ben vedere, la politica dell’ultimo decennio ha una responsabilità importante in questo processo di semplificazione: da quando il concetto di “uno vale uno” ha fatto irruzione nel discorso politico, è diventato sempre più difficile parlare di temi complessi ed articolati senza incorrere in accuse di eccessiva e ostentata “accademicità”. Senza incorrere in fraintendimenti, l’humus dell’“uno vale uno” è in realtà profondamente nobile e democratico, e può essere fatto risalire al periodo d’oro della democrazia moderna: il voto del più povero ed umile dei popolani ha lo stesso valore del più ricco e colto degli amministratori della res publica.

L’idea nacque in un periodo storico in cui censo e ceto ancora delineavano la società, ragion per cui si rese necessario creare una livella che ponesse sullo stesso piano ogni persona, unendo tutti sotto la categoria di “cittadino”, un ruolo ben diverso da quello del semplice suddito o del popolano. Ad oggi, una così nobile idea è stata denaturata per delegittimare un altro concetto, che pure è stato alla base dei primissimi movimenti democratici moderni: la meritocrazia. Grazie al merito, chiunque avesse la possibilità di studiare poteva concorrere a cariche pubbliche per l’amministrazione dello Stato. Oggi, invece, la conoscenza approfondita su qualunque tema o materia è percepita come un esercizio di stile: nella rivisitazione odierna dell’“uno vale uno”, anche le opinioni sono ugualmente valevoli, non importa se esse siano fondate su studi, dati, analisi o su pareri personali, convinzioni, pregiudizi.

Riprendendo il filo di quanto detto prima, allo scopo di rendere la comunicazione politica maggiormente fruibile, la classe dirigente ha via via privilegiato uno stile di comunicazione semplice, vago, vacuo, tendente all’uso di motti e slogan. Questa tendenza ha finito, nel tempo, con il riflettersi anche sui contenuti: in un contesto in cui la comunicazione diventa politica, non vi è spazio per una proposta articolata; essa verrà ignorata dalla maggior parte dell’elettorato, a favore degli slogan che promuovono la stessa proposta. A quel punto, verrà meno per le forze politiche la necessità di giustificare ed elaborare la posizione del partito sui vari temi poiché l’elettorato, le masse, seguiranno fiduciose, o più banalmente non saranno interessate a conoscere i contenuti.

Un elettorato, o nel senso più generale, una massa non interessata a conoscere sarà naturalmente indotta a non approfondire. Da ciò deriva un’altra conseguenza che affligge la vita politica di oggi: la decadenza del giornalismo. Il giornalismo nel corso dei secoli ha avuto diversi ruoli, evolvendosi attraverso le varie fasi storiche: mezzo di informazione, propaganda, così come di opposizione; ad oggi, il giornalismo versa in uno stato di profonda crisi, dal momento in cui nessuno dei precedenti scopi è perseguibile per la mancanza di interesse di chi dovrebbe usufruirne.

Un’ipotetica soluzione potrebbe essere quella di un generale fact-checking nei confronti di coloro che, detenendo il potere, si espongono pubblicamente. In questo senso, lo scopo del giornalismo sarebbe quello di verificare la veridicità delle dichiarazioni di politici ed esponenti pubblici. Tuttavia, questa funzione è limitata già in partenza da due elementi: il già citato disinteresse dei votanti (spesso già schierati e quindi propensi a stabilire pregiudizialmente chi dice il vero e chi il falso) e la velocità di comunicazione dei new media.

Ad oggi, è impossibile stare dietro alla produzione di informazioni che viene riversata nel web. Basta che una notizia venga raccolta e fatta rimbalzare su pochi account affinché essa faccia il giro del globo, poco importa che il suo contenuto sia vero, falso, manipolato o malinteso. Infatti, nella realtà odierna una notizia non può essere solo vera o falsa: tra i due estremi emergono una serie di sfumature che permettono, entro un certo limite, la libera interpretazione della notizia, sicché diviene responsabilità del lettore (e non più dell’autore) quella di comprendere il vero contenuto di ciò che sta recependo. A questa considerazione, si aggiunge il fatto che spesso, soprattutto le testate online, riportino titoli appositamente fuorvianti e ambigui, giocando proprio sulla capacità di fare breccia nelle menti di chi si limita a cercare di confermare la propria posizione. L’esito è tristemente noto: la circolazione (apparentemente) inarrestabile delle fake news.

Di fake news ormai se ne sente parlare dai tempi del covid, quando il virus era legato a 5G, grafene ed assurdità varie. Tuttavia negli ultimi anni, l’uso di queste notizie false è divenuto sempre più sottile e sfrontato, divenendo una vera e propria arma politica. Durante le prime fasi della guerra in Ucraina, abbiamo visto come una colonna di carri russi a 50km da Kyiv sia diventata una colonna di 50km diretta verso la capitale, fomentando quella frangia filo-putiniana e “paci-finta” della popolazione che vedeva inesorabile la sconfitta ucraina e, per conseguenza, inutile il supporto occidentale.

Venendo a casi più recenti, troviamo due falsità che hanno investito il web: la prima, citata dal presidente Trump durante l’ormai tristemente noto incontro con Zelenskyj nello Studio Ovale, secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero dato in prestito $350mld per sostenere l’Ucraina; la seconda, per la quale il neocostituito fondo di ReArm Europe da €800mld sarà a carico dei singoli Stati.

Nel primo caso, si tratta di un numero tirato a caso: il working group del governo americano, Ukraine Oversight, ha tenuto traccia dei fondi messi a disposizione da Washington per Kyiv, indicando un ammontare di $183mld a cui si associano altri $20mld di prestiti messi in comune con i Paesi del G7. L’affermazione di Trump, è evidente, aveva lo scopo di arma politica: l’obiettivo era quello di mettere in difficoltà Zelenskyj, porlo in posizione di subalternità difronte all’elettorato repubblicano più schierato e vantare una posizione da azionista di maggioranza nella guerra, giustificando l’imposizione di determinate condizioni alla controparte (in particolare, l’accordo sulle terre rare).

Nel secondo caso, si è immediatamente diffusa la bufala secondo la quale gli Stati dell’Unione Europea dovranno versare €800mld per il riarmo, forzando una revisione delle spese nazionali a discapito di istruzione, sanità, pensioni ed altre voci di spesa, a cui soprattutto alcune frange politiche sono tanto legate, ma solo quando si parla di contribuire alle spese europee. La realtà è ben diversa: l’UE costituirà un fondo prestiti da €150mld per gli Stati che vorranno fare richieste per migliorare o espandere le loro forze armate, appaltando i restanti fondi a capitali privati, alla Banca Europea per gli Investimenti (BEI), alla creazione di incentivi all’investimento e, soprattutto, scorporando le spese militari dal Patto di stabilità, di fatto creando la possibilità di spendere a debito per la difesa. Di fatto, €650mld sono fondi ancora non garantiti, virtuali, che andranno trovati presso mercati ed investitori dagli Stati membri (grande difetto del piano).

Fin troppo spesso, la fake news viene comunicata come notizia di per sé, senza che ad essa segua un fact-checking che la smentisca e che riporti la realtà dei fatti. E d’altra parte, sono davvero pochi gli interessati che andranno a sviscerare la notizia, accorgendosi che qualcosa non torna e ritenendo necessario un maggiore approfondimento. Questo circolo di disinformazione alimenta una sistematica debolezza politica, che colpisce prima il corpo elettorale e poi la classe politica, che in risposta non si occuperà di quei temi percepiti come irrilevanti dalla popolazione; ciò crea un vuoto, che nell’era dell’info-warfare (guerra delle informazioni) lascia spazio a chi, al contrario, sa ben gestire e manipolare l’info-sfera.

Gli anticorpi per una minaccia simile sono difficili da creare: manca anzitutto la volontà della maggioranza della popolazione di fare attenzione a ciò che legge, a pesare le parole, a considerare i contesti, a dare il giusto significato al linguaggio. Mancando questi presupposti, si può solo pensare di fare un investimento nel lungo periodo: bisogna educare le giovani menti a elaborare e analizzare i testi, a capire come navigare nel web ed evitare le trappole della disinformazione e della mal-informazione. La Finlandia ha già preso questa direzione, introducendo nelle scuole l’educazione mediatica, volta allo sviluppo del pensiero critico e al riconoscimento della disinformazione, oltre che allo sviluppo della consapevolezza della parzialità informativa di ogni mezzo d’informazione.

 È necessario lo sviluppo di capacità informatiche e umanistiche che formino di pari passo la coscienza della cittadinanza del domani, che dovrà essere in grado non solo di smascherare le bufale gettate in pasto alla massa inerme, ma anche di riconoscere sistemi ingannevoli sempre più sofisticati, a partire dai prodotti dell’intelligenza artificiale, che già oggi raggira numeri spaventosamente alti di utenti sui social. Tuttavia, non possiamo aspettarci molto da chi ha come priorità il far studiare la Bibbia nelle scuole.

(A cura di Gabriele De Fazio)