Transizione o finzione? L’Italia tra retorica verde e caos operativo

da | Mag 4, 2025 | Energia e Ambiente

Nel biennio successivo alla crisi pandemica, l’Unione Europea ha rafforzato la centralità del Green Deal come architrave delle politiche economiche e ambientali del continente, invitando gli Stati membri a integrare la transizione ecologica nei rispettivi strumenti di programmazione. In questo contesto, l’Italia ha aggiornato il proprio Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC), fissando obiettivi ambiziosi al 2030: riduzione delle emissioni di gas serra, incremento dell’efficienza energetica e, soprattutto, una quota di almeno il 30% di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo. Questi obiettivi, formalmente allineati alla strategia europea, si sono però scontrati con una serie di incoerenze operative. Le misure adottate nel periodo post-pandemico, pur sostenute da risorse ingenti, si sono rivelate spesso scoordinate e non sistemiche. Il caso del Superbonus 110% è emblematico: concepito per favorire la riqualificazione energetica del patrimonio edilizio, ha finito per assumere una configurazione essenzialmente fiscale, con effetti economici distorti e impatti ambientali difficilmente misurabili. L’assenza di un sistema strutturato di monitoraggio, la frammentazione normativa e l’oscillazione delle aliquote hanno contribuito a comprometterne l’efficacia, rendendolo di fatto disallineato rispetto agli obiettivi del PNIEC. Parallelamente, la crisi geopolitica innescata dall’invasione dell’Ucraina ha spostato l’attenzione delle politiche energetiche verso la sicurezza degli approvvigionamenti. In questo quadro, l’Italia ha investito in rigassificatori, nuove interconnessioni e contratti di fornitura alternativa, privilegiando la continuità del sistema rispetto alla sua trasformazione strutturale. Il mix energetico italiano nel 2023 conferma una situazione di transizione incompiuta. La quota di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo si è attestata al 19,6%, ben al di sotto del target PNIEC. Nel settore elettrico, le rinnovabili – trainate da fotovoltaico, idroelettrico ed eolico – hanno coperto il 38,1% dei consumi, registrando una ripresa rispetto all’anno precedente, ma ancora insufficiente a garantire un ritmo compatibile con gli obiettivi al 2030. Persistono inoltre vincoli strutturali noti: lentezze autorizzative, resistenze locali, disponibilità limitata di aree idonee e una rete elettrica non pienamente predisposta alla generazione distribuita. A ciò si aggiunge la persistente dipendenza dal gas naturale, che nel 2023 ha coperto circa il 45% della produzione elettrica nazionale. Nonostante gli sforzi di diversificazione avviati dopo l’abbandono delle forniture russe, la dipendenza da mercati esteri resta elevata, configurando una vulnerabilità strutturale che complica l’attuazione del PNIEC. Mentre il piano climatico nazionale fissa traiettorie chiare, le politiche attuate negli ultimi anni hanno seguito una logica reattiva e discontinua, spesso contraddittoria. In assenza di una visione integrata, la distanza tra obiettivi e risultati tende ad ampliarsi, alimentando un divario che rischia di diventare strutturale. L’incongruenza tra obiettivi e strumenti si riflette chiaramente anche nelle scelte strategiche più recenti, a partire dalla riapertura del dibattito sul nucleare. È una tecnologia che, sotto il profilo scientifico e ambientale, merita attenzione: il nucleare di nuova generazione, in particolare i reattori modulari (SMR), offre una produzione stabile, continua, a zero emissioni dirette e con un impatto territoriale relativamente contenuto. Diversi paesi stanno investendo su questa opzione, non come sostituto delle rinnovabili, ma come elemento complementare alla decarbonizzazione. Il punto, però, è che i tempi di realizzazione e di autorizzazione di un impianto nucleare – anche nella sua versione modulare – sono troppo lunghi per essere compatibili con le scadenze che l’Italia ha già sottoscritto. Gli obiettivi del PNIEC per il 2030, così come quelli più ampi definiti a livello europeo entro il 2050, richiedono misure concrete oggi. Nessuna centrale può essere autorizzata, costruita e attivata nei prossimi cinque o sette anni, specialmente in un paese che ha dismesso il proprio programma nucleare oltre trent’anni fa e dove manca del tutto un contesto normativo, tecnico e culturale aggiornato. A questo si aggiunge un nodo fondamentale: la credibilità del processo autorizzativo. La lentezza cronica delle procedure italiane – già evidente nel settore delle rinnovabili – rende difficile pensare a una governance in grado di sostenere un programma nucleare in tempi certi e trasparenti. La discussione sul ritorno all’atomo, più che una strategia concreta, sembra spesso rispondere a logiche identitarie o propagandistiche, occupando spazio mediatico ma senza affrontare i nodi veri della transizione. Al contrario, l’Italia ha oggi la possibilità di agire su fronti dove esistono tecnologie consolidate, risorse economiche già stanziate, e un contesto europeo favorevole. Il potenziale di espansione delle fonti rinnovabili è significativo: basti pensare che, secondo l’ultima revisione del PNIEC, entro il 2030 sarà necessario installare almeno 70-75 GW di nuova capacità da fonti rinnovabili per centrare i target. Questo significa più del triplo rispetto al tasso attuale di sviluppo. Eppure, i progetti si arenano spesso per ostacoli procedurali, resistenze locali, mancanza di chiarezza nelle responsabilità tra enti centrali e territori. Oltre alla generazione elettrica, vanno affrontati anche i nodi dell’efficienza e della domanda. I consumi termici, la riqualificazione energetica degli edifici, l’elettrificazione dei trasporti e dei processi industriali sono tutti ambiti in cui l’Italia può intervenire con strumenti già disponibili, senza attendere rivoluzioni tecnologiche. Il Superbonus avrebbe potuto essere uno di questi strumenti, ma ha mostrato cosa accade quando si sostituisce la pianificazione con la spinta fiscale, senza un piano integrato e senza misurazione dei risultati. La transizione in corso non è solo una sfida ambientale: è una nuova rivoluzione industriale. Energia, tecnologie digitali, manifattura avanzata, materiali innovativi e biotecnologie stanno convergendo in un nuovo paradigma produttivo, che ridefinirà il posizionamento strategico dei paesi nei prossimi decenni. Se l’Italia vuole avere un ruolo in questo scenario, deve affrontare subito i propri ritardi strutturali: il disallineamento tra formazione e mercato del lavoro, la cronica difficoltà a trattenere i giovani più qualificati, la fragilità della ricerca pubblica e la scarsità di investimenti in innovazione da parte delle imprese. Le politiche energetiche non possono essere separate da quelle sociali, educative e industriali. Servono riforme che mettano al centro la qualità del capitale umano: rafforzare l’istruzione tecnico-scientifica, rendere attrattive le carriere nella pubblica amministrazione e nella ricerca, costruire percorsi di innovazione che valorizzino i territori anziché marginalizzarli. Solo così l’Italia può tornare a essere competitiva in settori ad alto valore aggiunto, guidati dalla sostenibilità. Abbiamo un’occasione storica per trasformare la transizione in un volano economico. L’Italia ha le competenze, le tecnologie e la posizione geografica per porsi come locomotiva europea in questa fase. E l’Europa, a sua volta, ha l’opportunità di giocare un ruolo globale come modello di sviluppo capace di coniugare sostenibilità, giustizia sociale e crescita. In un mondo segnato da instabilità, crisi ambientali e diseguaglianze crescenti, è questa la vera forza: non la rincorsa al ribasso, ma la capacità di tenere insieme ambiente, equità ed efficienza. La sostenibilità, se affrontata con coerenza e visione, genera nel lungo termine più ricchezza di qualsiasi altro modello. Crea benessere, riduce i rischi sistemici, rafforza la coesione sociale e stimola l’innovazione. È un investimento che restituisce valore, non solo ambientale ma economico, democratico e geopolitico. Abbiamo le risorse e la responsabilità per percorrerlo. Perderla non sarebbe solo un errore strategico: sarebbe una rinuncia definitiva al futuro.

(A cura di Simone Ferri)