Nell’ultimo decennio gli Stati europei non hanno certamente vissuto un contesto economico favorevole al loro sviluppo, barcamenandosi in maniera contraddittoria tra le retoriche economiche contrastanti dell’austerità e dell’intervento degli Stati nazionali nelle rispettive economie. In particolare, sia la crisi dei Debiti Sovrani (2010) che il periodo post-pandemico hanno mostrato come in realtà l’unica via per una ripresa economica nel breve periodo sia possibile solo tramite l’erogazione di risorse comunitarie e nazionali all’interno delle differenti economie domestiche, causando – inevitabilmente – un maggiore indebitamento dei Paesi europei.
Tuttavia, nonostante i recenti interventi del Fondo Europeo di Solidarietà, i dati economici del Vecchio Continente non possono essere ritenuti soddisfacenti. Dopo una crescita iniziale dei principali Stati Membri, la crescita del PIL dei medesimi sta registrando un significativo decremento. Addirittura, la Francia sta affrontando un periodo di recessione (anche per l’instabilità politica interna), mentre il governo tedesco, alle prese con un forte aumento della disoccupazione, si sta progressivamente indebitando sempre più. Tutti segnali dell’ennesima crisi produttiva continentale: una crisi alla quale le cancellerie non sanno apporre alcuna soluzione politica.
Il momento critico dell’industria europea – ormai vetusta e disfunzionale – mostra le nostre mancanze sia a livello di competitività interna (le piccole/medie imprese vengono supportate con regimi economici e fiscali differenti da Stato membro a Stato membro) che a livello di competitività con l’estero. I temi circa l’impiego di nuove tecnologie e la modernizzazione orientata alla green economy evidenziano le difficoltà del Continente europeo ad ergersi alla pari del competitor statunitense.
Pertanto, si pone un interrogativo fondamentale: come deve reagire l’Europa a questa nuova crisi economica?
Nei primi anni del nuovo millennio la principale esigenza era tenere i debiti pubblici nazionali sotto la soglia di guardia e la parola d’ordine è stata “austerity”. Invece, oggi la parola d’ordine è divenuta “investimento”. Non si tratta propriamente di una novità, ma di un principio di funzionamento essenziale e fondativo dello spirito e dell’architettura dell’Europa unita. Infatti, esso è sancito dall’articolo 178 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, uno dei due Trattati di Roma del 1958 e rinnovato da tutti i trattati successivi. L’articolo 178 disciplina e integra le politiche industriali degli Stati membri, affinché concorrano alla competitività dell’industria dell’UE. Tale articolo stabilisce che l’Unione possa promuovere misure sia per migliorare l’accesso delle imprese alle risorse finanziarie, la qualità del lavoro e la protezione dell’ambiente e sia per garantire che le politiche industriali siano sostenibili, inclusive e orientate al futuro. L’articolo 178 è stato ed è la base giuridica per molte iniziative europee, come quelle su ricerca e sviluppo, innovazione tecnologica e rafforzamento delle capacità industriali di fronte alle sfide globali.
Le politiche comunitarie in questo ambito sono progettate per rafforzare la coesione tra gli Stati membri, evitando che le crisi industriali generino iniquità e tensioni interne. Tuttavia, per funzionare una tale visione necessita di un’agenda programmatica europea che miri davvero all’armonizzazione dei regimi politico–economici dei diversi Stati. Il ruolo dell’Unione dovrebbe essere percepito come quello di garante di un mercato che si svolga nella piena trasparenza dei regolamenti e dove i sostegni alle imprese si orientino a creare uno stimolo produttivo interno che restituisca la giusta vitalità alle industrie nazionali, con la creazione di vere e proprie aree di sviluppo economico, la costituzione di aree di scambio e di impiego mirate all’internazionalizzazione delle imprese nazionali dentro il territorio comunitario, scoraggiando delocalizzazioni fuori dall’area comunitaria.
Il Consiglio Europeo per l’Innovazione si è già in parte impegnato ad assumere un ruolo simile con la costituzione del progetto “Orizzonte Europa 2021 -2027”. Questo nuovo programma quadro dell’Unione Europea per la ricerca e l’innovazione si propone di stimolare la ricerca nelle tecnologie industriali avanzate, sostenendo le aziende europee nell’affrontare le nuove sfide globali come la digitalizzazione, la sostenibilità e la competitività. Sono già stati stanziati fondi per un totale di 95 miliardi di euro. Tuttavia, non sono state definite in alcun modo le modalità di questo percorso. Segno questo che i programmi comunitari necessitino ancora oggi di tempi fin troppo lunghi prima della fattiva attuazione. Causa di questi ritardi sono anche gli interrogativi su quale sia il ruolo dell’Unione Europea. Interrogativi che sono aumentati con le ultime elezioni USA: queste ultime hanno fatto emergere seri dubbi su quale debba essere l’orientamento di una agenda industriale europea.
In particolare, nelle sedi politiche dell’Unione coesistono due filoni di pensiero differenti. Da un lato, c’è chi vede l’Unione come garante della stabilità fra gli Stati e soggetto esterno ad essi. Dall’altro lato, c’è chi invece ritiene che l’Unione abbia ormai acquisito essa stessa materie di carattere sovranazionale e che quindi debba porsi quale decisore principale nella politica economica degli Stati europei. Emergono, dunque, differenze tra una componente affine all’orientamento liberaldemocratico e una, invece, affine ad una visione più marcatamente liberista. Quest’ultima rimarca la necessità di una competitività esente da spesa pubblica comunitaria e diretta verso una “de-statalizzazione” dei settori produttivi, volta ad emulare un regime di concorrenza perfetta fra le parti in causa, dove la spesa pubblica si riduca progressivamente. Invece, la visione liberaldemocratica (attualmente più quotata) definisce un ruolo centrale dell’Unione Europea, che non si debba concepire come dirigista nell’economia dei Paesi membri: bensì, soggetto regolamentatore e distributore di risorse atte a porre le basi per la floridità del mercato interno.
Ciò, in via teorica, non darebbe spazio alla privatizzazione dei servizi primari. Anzi, secondo una visione pienamente moderna vedrebbe le istituzioni europee come centro di elargizione di risorse comuni garantite da comportamenti politici comuni. Un esempio di questa tendenza nella finanza comunitaria potrebbe essere l’acquisto da parte della BCE dei titoli di debito e la vendita all’esterno dei medesimi sottoforma di un più solido e garantito titolo europeo. A livello industriale, l’intervento comune diventerebbe fondamentale nell’equiparazione degli stipendi minimi, nella definizione di stili di vita e di consumo eguali nelle diverse zone d’Europa e armonizzando definitivamente i regimi fiscali nazionali. Dopotutto, il caso Stellantis è emblematico. Una privatizzazione completamente deregolamentata ed una conseguente delocalizzazione portano ad un indebolimento del tessuto economico e sociale dei territori. Al contrario, l’agenda industriale del continente europeo necessita di un garante, l’Unione, che supervisioni la costruzione di un mercato interno continentale che ancora oggi appare ben lontano dal definirsi unitario.
(A cura di Daniele Avignone)

