Le politiche economiche di Bettino Ricasoli

da | Lug 20, 2026 | Economia

Bettino Ricasoli (1809-1880), il “barone di ferro” toscano, è ricordato soprattutto per il suo ruolo politico-istituzionale nel processo di unificazione italiana, ma la sua azione economica merita altrettanta attenzione, sia come proprietario terriero innovatore sia come statista.

L’imprenditore agricolo

Prima ancora di diventare uomo di Stato, Ricasoli fu un modernizzatore dell’agricoltura toscana. Nella tenuta di Brolio applicò criteri scientifici alla viticoltura, sperimentando nuove tecniche di vinificazione che portarono, nel 1872, alla formulazione della celebre “formula Ricasoli” per il Chianti, basata su un preciso uvaggio di Sangiovese, Canaiolo e Malvasia. Al di là dell’aneddoto enologico, questo lavoro riflette una visione più ampia: il miglioramento delle tecniche agricole come leva di sviluppo economico e sociale per la Toscana rurale, in linea con la tradizione riformista granducale settecentesca.

La linea liberista e il rigore di bilancio

Come Presidente del Consiglio (due volte, nel 1861-62 e nel 1866-67), Ricasoli si mosse nel solco del liberalismo economico moderato tipico della classe dirigente piemontese-toscana: favore per il libero scambio, cautela verso il protezionismo, attenzione al pareggio di bilancio. Il contesto era però difficilissimo: il neonato Regno d’Italia ereditava debiti pubblici eterogenei dai vari Stati preunitari e doveva affrontare le spese straordinarie dell’unificazione amministrativa e militare.

Ricasoli sostenne l’unificazione del debito pubblico e della legislazione fiscale come passaggio necessario, anche a costo di misure impopolari, coerentemente con il suo temperamento rigido e poco incline ai compromessi clientelari. Fu in questo quadro che si inserirono, negli anni successivi al suo governo, misure come la tassa sul macinato, di cui Ricasoli non fu artefice diretto ma che rappresenta l’esito di quella stessa logica di rigore fiscale a tutti i costi.

Il Mezzogiorno e l’unificazione economica

Un nodo critico della sua azione fu l’estensione del modello amministrativo ed economico piemontese-toscano al Mezzogiorno, con l’imposizione di un sistema fiscale e doganale uniforme su realtà economiche profondamente diverse. Questa scelta, condivisa dalla classe dirigente liberale dell’epoca, contribuì ad aggravare gli squilibri territoriali che

avrebbero poi alimentato la “questione meridionale”.

Un’eredità ambivalente

Le politiche economiche di Ricasoli vanno lette insieme al suo carattere: rigido, moralista, convinto che lo Stato dovesse essere amministrato con onestà e severità anche a costo dell’impopolarità. Se la sua opera in Brolio resta un modello di modernizzazione agraria di successo, la sua azione di governo riflette i limiti e le contraddizioni del liberalismo risorgimentale: rigore fiscale necessario alla costruzione dello Stato unitario, ma applicato con scarsa sensibilità verso le disparità regionali che quello stesso processo di unificazione portava alla luce.

(A cura di Giacomo Pardini)