Il concetto di “ascensore sociale” rappresenta il cuore pulsante di ogni società che aspiri a definirsi liberale. Esso non incarna una promessa di uguaglianza dei risultati – concetto estraneo alla prassi del libero mercato – bensì la garanzia dell’uguaglianza dei punti di partenza. In una democrazia sana, il destino economico e professionale di un individuo dovrebbe essere il prodotto del binomio talento-impegno, non il riflesso speculare del codice postale di nascita o del patrimonio dei genitori. Tuttavia, i dati più recenti suggeriscono che in Italia questo meccanismo non sia solo rallentato, ma strutturalmente inceppato, trasformando la stratificazione sociale in una sorta di moderno sistema di caste.
Per comprendere l’entità del problema, è necessario guardare all’indice di elasticità intergenerazionale dei redditi. Secondo i dati OCSE e i report della Banca d’Italia (2024), l’Italia presenta una delle correlazioni più alte d’Europa tra il reddito dei padri e quello dei figli. Si stima che servano mediamente cinque generazioni perché una famiglia a basso reddito raggiunga il reddito medio nazionale.
Un confronto internazionale ravvicinato chiarisce la natura del problema: nei paesi del Nord Europa, spesso erroneamente etichettati come puramente assistenzialisti, la mobilità sociale è doppia rispetto alla nostra. Il segreto di nazioni come la Danimarca o la Svezia risiede nel coniugare un welfare efficiente con indici di libertà economica e flessibilità del mercato tra i più alti al mondo. Mentre l’Italia si ostina a proteggere il “posto” di lavoro esistente tramite vincoli normativi rigidi, i modelli più dinamici proteggono il lavoratore attraverso sistemi di riqualificazione continua, permettendo all’individuo di salire i piani della scala sociale senza rimanere imbrigliato in settori obsoleti o declinanti.
Al contrario, la “persistenza ai vertici” in Italia è quasi garantita: chi nasce nel top 10% della distribuzione della ricchezza ha probabilità enormemente superiori di mantenervi la posizione, indipendentemente dal reale contributo produttivo. Il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training – ovvero i giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione), che in Italia sfiora ancora il 19%, è il sintomo più evidente di un motore che ha smesso di aspirare energia dal basso.
Quello che qui metaforicamente viene denominato come blocco dell’ascensore sociale italiano, non è altro che il risultato di stratificazioni legislative e culturali che hanno privilegiato la stabilità alla crescita. Possiamo individuare tre pilastri che sorreggono questa immobilità:
1. L’istruzione come barriera invisibile e lo “Human Capital Investment”
Sebbene l’università sia teoricamente accessibile a tutti, il divario qualitativo e l’assenza di un sistema di scolarizzazione realmente competitivo creano una selezione ambigua tra conoscenze pratiche e teoriche. Qui si innesta il tema critico dell’investimento nel capitale umano: in un’ottica liberale, l’istruzione non può essere ridotta a un mero diploma formale dal valore legale, ma deve tradursi in competenze spendibili e aggiornate. È necessario incentivare fiscalmente le imprese che investono direttamente nella formazione di giovani talenti provenienti da contesti svantaggiati. Se il mercato “adotta” il potenziale inespresso attraverso borse di studio private o apprendistati di alta qualità, si passa dal sussidio sterile alla creazione di valore reale.
2. Il sistema delle corporazioni e le rendite di posizione
L’economia italiana è ancora profondamente segnata da barriere d’ingresso che scoraggiano l’innovazione. Ordini professionali chiusi, licenze limitate e una giungla burocratica che favorisce chi ha già le risorse per navigarla, agiscono come una tassa occulta sul merito. Laddove il mercato è ingessato, non vince chi offre il servizio migliore o il prodotto più innovativo, ma chi possiede la relazione giusta col risultato che la concorrenza viene sistematicamente sacrificata sull’altare della pace sociale dei gruppi d’interesse.
3. Il carico fiscale e lo squilibrio tra capitale e lavoro
Mentre la rendita – sia essa immobiliare o finanziaria ereditaria – gode di regimi agevolati o di tassazioni di successione tra le più basse d’Europa, il lavoro dipendente e l’impresa giovanile sono gravati da un cuneo fiscale asfissiante. Questo squilibrio impedisce l’accumulazione di capitale proprio da parte di chi non ha una “spinta” familiare. In breve: nell’Italia odierna è matematicamente più facile mantenere una ricchezza ereditata che costruirne una nuova partendo da zero.
In questo scenario, la risposta politica degli ultimi anni si è spesso rifugiata in un assistenzialismo di facciata. Appare dunque essenziale ribadire che il sussidio monetario a pioggia è un palliativo che anestetizza il problema senza risolverne le radici. L’assistenzialismo cristallizza l’individuo nella sua condizione di bisogno, rendendolo cliente dello Stato anziché cittadino libero di autodeterminarsi.
La vera politica per la mobilità sociale non dovrebbe concentrarsi sulla redistribuzione della ricchezza ex-post, ma sulla redistribuzione delle opportunità ex-ante.
Riparare l’ascensore sociale significa smantellare i monopoli, liberalizzare i servizi e premiare il rischio d’impresa. Lo Stato deve cessare di essere un “erogatore di assegni” per tornare a essere il “garante della competizione”, colui che assicura che il campo da gioco sia piano per tutti.
Per invertire la rotta, la politica economica deve agire su leve strategiche che restituiscano dinamismo al sistema:
- Defiscalizzazione totale per le startup giovanili nei primi cinque anni di attività, permettendo a chi non possiede patrimoni familiari di accumulare le risorse necessarie per scalare il mercato.
- Liberalizzazioni radicali nel settore dei servizi e delle professioni, abbattendo i costi per i consumatori e aprendo spazi di mercato per i nuovi entranti.
- Semplificazione amministrativa, eliminando le “rendite burocratiche” che fungono da barriera insormontabile per chiunque provi a innovare senza una struttura legale alle spalle.
In conclusione, urge stringere un nuovo patto generazionale.
Un’Italia che rinuncia alla mobilità sociale è un’Italia che accetta consapevolmente il proprio declino. È giunto il momento di denunciare lo squilibrio generazionale che caratterizza il nostro Paese: un sistema che chiede costantemente ai giovani di finanziare le sicurezze, le pensioni e le rendite delle passate generazioni, senza offrire in cambio un terreno di gioco equo su cui misurarsi. Riparare l’ascensore sociale richiede un nuovo patto basato sulla crescita anziché sulla conservazione dello status quo. Restituire le “chiavi” del merito ai cittadini significa scommettere sulla parte più vitale e coraggiosa del Paese. La libertà non è un concetto astratto: è la reale possibilità di migliorare la propria condizione attraverso l’ingegno, il rischio e la fatica. Senza questa possibilità, il liberalismo perde la sua forza propulsiva e la società si spegne nel risentimento e nella stagnazione.
(A cura di Daniele Avignone)

