La “nuova” guerra commerciale degli Stati Uniti d’America

da | Ago 11, 2025 | Economia

Mentre sono in corso trattative tra Unione Europea e Stati Uniti, Donald Trump non fa sconti all’Europa e minaccia dazi al 30% a partire dal 1° agosto (il giorno 27 Luglio è previsto un incontro tra Ursula Von Der Layen e Donald Trump). Trump fa tutto questo con una lettera alla Presidente della Commissione europea del tutto inusuale per forma e contenuto (che si aggiunge a quelle inviate ad altri paesi). Avverte anche che in caso di ritorsione da parte dell’UE “l’ammontare (del dazio europeo) sarà aggiunto al 30%”. In pratica, se l’UE rispondesse con dazi di pari entità si potrebbe arrivare a un incredibile dazio Usa del 60%. La minaccia di Trump si inserisce nella guerra commerciale che lui stesso ha inaugurato con il suo secondo mandato. A partire da aprile, i dazi medi sulle importazioni da tutto il mondo negli Usa sono passati dal 2,3% all’8,8%. Per l’UE questo si è già tradotto in un aumento medio dall’1,3% al 6,7%. Tra i paesi UE, l’Italia è uno dei più penalizzati, con un dazio medio già salito all’8%, contro l’11% della Germania e il 6,4% della Francia. L’UE si interroga su quali contromisure bisogna prendere fino alla fatidica data del 1° agosto. In gioco ci sono decine di miliardi di euro di crescita economica. Un dazio al 10%, come quello di oggi, si traduce in un rallentamento della crescita dello 0,1% per l’UE. Rallentamento che salirebbe a circa 0,4% nel caso di dazi al 30%. Le conseguenze per le imprese europee e italiane sono ulteriormente peggiorate dal deprezzamento del dollaro sull’euro (-13% dall’inizio del secondo mandato di Trump). I dazi, però, possono avere conseguenze negative anche per chi li impone: secondo la FED quest’anno l’economia americana crescerà dell‘1,4% (rispetto al 2,7% previsto a gennaio dal Fondo Monetario Internazionale).  Inutile ricercare una logica strettamente economico-commerciale dietro ai dazi “reciproci”, Trump continua a parlare alla sua base elettorale e cerca nuove entrare per un deficit federale che lui stesso sta aggravando.

-Conseguenze legate a queste misure:

 Sembrerebbe logico che il dazio medio americano che grava sull’Italia sia uguale a quello di tutto il resto d’Europa, dal momento che siamo in una unione doganale. Ma i dazi americani non sono identici in tutti i settori economici. Infatti, mentre Trump ad aprile ha portato il dazio minimo verso l’UE al 20%, per poi ridurlo al 10% (inaugurando un periodo di “tregua” che potrebbe concludersi il 1° agosto), su alcuni prodotti i dazi sono più alti (per esempio quelli sulle importazioni di alluminio e acciaio sono arrivati al 50%, mentre quelli sugli autoveicoli al 25%) o più bassi (come nel caso delle esenzioni finora concesse al settore farmaceutico). Tenendo dunque conto anche di quanto pesano questi prodotti nell’export verso gli Usa, l’Italia ne esce un po’ più penalizzata rispetto alla media UE. Se già prima dell’arrivo di Trump il dazio medio applicato al nostro paese gravitava intorno al 2,1% (contro l’1,3% medio dell’UE), a maggio era ormai arrivato all’8%. Peggio di noi fa la Germania (11%), mentre la Francia si ferma al 6,4%. Però le negoziazioni tra Unione europea e Stati Uniti non sembravano però procedere secondo i piani del Presidente Trump, che lo scorso maggio aveva già minacciato di applicare dazi fino al 50% sui beni europei, salvo poi tornare sui suoi passi e indicare la “tregua” fino al 9 luglio (ora interrotta con la minaccia dei dazi al 30% dal 1° agosto). Uno scenario che metterebbe a rischio i paesi il cui export verso gli Stati Uniti pesa di più sulle rispettive economie, come Germania e Italia. Naturale dunque attendersi maggiori impatti sull’economia per l’Italia e la Germania. In questo scenario di dazi al 30%, infatti, si può stimare (al momento in modo inevitabilmente approssimativo) che il PIL tedesco perderebbe lo 0,5% rispetto a uno scenario senza dazi, quello italiano intorno allo 0,36%, mentre quello francese “solo” allo 0,25%. Se poi l’UE rispondesse ai dazi di Trump con propri dazi equivalenti, si potrebbe addirittura arrivare a un dazio USA nominale del 60% con conseguenze ancora più drammatiche per le economie europee. Ma i problemi per gli esportatori europei non sono causati soltanto dai dazi.

A rendere ancora più cari i prodotti UE nel mercato Usa ci si mette anche l’andamento del tasso di cambio euro-dollaro. Il dollaro si è infatti notevolmente deprezzato rispetto all’euro: dall’entrata in carica di Trump (20 gennaio) a oggi ha perso il 13% del suo valore contro l’euro. A prescindere dalle ragioni dietro il deprezzamento del dollaro, rimane il fatto che per chi esporta verso gli Stati Uniti questo rappresenta a un “dazio aggiuntivo”. In sostanza, il “colpo medio” subito dagli esportatori italiani, in questo momento, non è quantificabile nel solo 8% del dazio medio, ma in un complessivo 21% che peggiorerebbe ulteriormente se entro il 1° agosto non si trovasse un accordo. Mentre per alcuni prodotti (come quelli di lusso) buona parte di questo potrebbe essere riversata sui consumatori americani (disposti comunque a pagare di più), per altri (soprattutto quelli di largo consumo che trovano maggiore concorrenza nel mercato Usa) si tradurrebbero in minori margini o addirittura in un abbandono del mercato americano. Dietro alle convinzioni ideologiche di Trump – non basate sulla teoria economica (“tutti i deficit commerciali fanno male”) – la strategia della guerra commerciale nasconde, neppure tanto velatamente, un secondo obiettivo: quello di usare le entrate dai dazi per ripianare un altro deficit americano, quello del bilancio federale. Imponendo dazi molto alti, in effetti, Trump sta già ottenendo entrate molto più elevate nelle casse federali: se per un anno andasse come lo scorso maggio, le entrate crescerebbero da meno di 80 a quasi 290 miliardi di dollari e, in teoria, anche ben oltre, se i dazi con l’UE (e gli altri paesi del mondo) si assestassero sui livelli delle lettere inviate da Trump nei giorni scorsi. Ma appunto soltanto teoricamente: con l’aumento delle aliquote sui dazi, le esportazioni verso gli Usa dovrebbero diminuire e, di conseguenza, anche gli introiti per le casse americane.    Se non ci fosse un accordo i mercati reagirebbero negativamente facendo così pressione su entrambe le parti per ulteriori negoziazioni. Un cattivo accordo (per l’UE) difficilmente sarebbe invece rinegoziato da Trump e rimarrebbe inalterato per molto tempo. Per evitare un risultato negativo nei negoziati, l’UE deve essere forte e credibile nella risposta contro queste misure. Per avere credibilità la Commissione Europea sta lavorando a una lista di prodotti USA su cui applicare i propri dazi. A ciò si aggiunge lo “strumento anti-coercizione” di cui l’UE si è già dotata, che può colpire anche gli investimenti USA e i servizi. Su questi ultimi in particolare l’UE ha un deficit verso gli Usa di circa 100 miliardi all’anno. Trump sembra però non tenere in considerazione questo dato, concentrandosi esclusivamente sul surplus dell’UE sulle merci. Il 28 Luglio è stato raggiunto un accordo tra Unione Europea e Stati Uniti: l’accordo prevede una tariffa al 15%, la quale verrà applicata nella maggior parte dei settori tra cui auto, semiconduttori, prodotti farmaceutici, ecc. Le aziende europee nei prossimi anni dovranno fare 600 mld di dollari di investimenti negli Stati Uniti, oltre a quelli già in atto. L’accordo non riguarda però l’alluminio e l’acciaio: su queste merci i dazi rimarranno al 50 % come prefissato dal presidente Trump in origine. Le esenzioni invece riguardano i settori più sensibili come ad esempio gli aeromobili e i vari componenti, industria aereospaziale (nessuno scontro tra l’americana Boeing e l’europea Airbus), robotica avanzata, alcuni prodotti chimici, alcuni farmaci generici, alcune tipologie di apparecchiature e semiconduttori, alcuni prodotti agricoli, risorse naturali e materie prime essenziali. Questo tipo di accordo potrebbe essere dannoso per i prodotti alimentari “made in Italy”, dal momento che aumenterebbe il rischio di trovare sugli scaffali dei supermercati Usa prodotti non fabbricati nel nostro paese ma con elementi che richiamano all’Italia (come ad esempio un colore, un nome, ecc.).

(A cura di Luca Di Bello)