La fine del lavoro? AI e il paradosso della post-scarsità

da | Dic 14, 2025 | Economia

Per secoli, la definizione stessa di economia è rimasta ancorata all’assioma formulato da Lionel Robbins nel 1932: lo studio dell’allocazione di risorse scarse per soddisfare bisogni concorrenti. Il capitalismo, in ogni sua forma, è stato il sistema operativo progettato per gestire questa scarsità. Ma cosa succede al sistema quando l’assunto di base crolla?

L’Intelligenza Artificiale (AI) generativa e l’automazione robotizzata ci stanno spingendo verso un nuovo orizzonte: la post-scarsità. Non si tratta della visione ingenua di un mondo in cui ogni desiderio materiale è istantaneamente esaudito, ma di una trasformazione strutturale in cui il costo di produzione di beni e servizi essenziali crolla verso lo zero, rendendo le attuali dinamiche di mercato obsolete. L’economista John Maynard Keynes nel suo saggio del 1930 sosteneva: potremmo essere la prima generazione a dover affrontare non il problema della produzione, ma quello di come gestire la libertà dall’oppressione economica.

Il motore di questa rivoluzione è il crollo del “costo marginale” il costo necessario per produrre un’unità aggiuntiva di un bene. Nel suo libro fondamentale “The Zero Marginal Cost Society” (2014), Jeremy Rifkin aveva anticipato come la rivoluzione digitale avrebbe portato i costi di informazione, energia e comunicazione vicino allo zero. L’AI accelera questo processo estendendolo al lavoro cognitivo.

Oggi, un sistema AI può scrivere codice, generare diagnosi mediche o progettare componenti meccanici a una frazione infinitesimale del costo di un esperto umano. Quando l’intelligenza diventa una utility a basso costo, simile all’elettricità, la capacità produttiva della società esplode. Come sottolinea Sam Altman, CEO di OpenAI, nel suo saggio “Moore’s Law for Everything” (2021):

<<Immaginate un mondo in cui, per decenni, tutto, alloggio, istruzione, cibo, vestiti, diventa ogni due anni meno costoso della metà.>>

Secondo questa visione techno-ottimista, o per alcuni broligarchica, l’AI sbloccherà un’abbondanza tale da rendere la povertà una scelta politica, non una necessità economica.

Tuttavia, l’abbondanza tecnologica porta con sé un paradosso mortale per il capitalismo tradizionale: il disaccoppiamento tra lavoro e reddito. Se l’AI sostituisce non solo le braccia (come nella rivoluzione industriale) ma anche i cervelli, il meccanismo principale di distribuzione della ricchezza, il salario, si inceppa.

L’economista del MIT Daron Acemoglu, co-autore di “Power and Progress”, avverte che l’automazione attuale è spesso “so-so automation“: abbastanza buona da sostituire i lavoratori e abbassare i salari, ma non abbastanza rivoluzionaria da creare nuovi compiti produttivi su larga scala. Il rischio è una crisi della domanda: fabbriche automatizzate che producono beni a costo zero per una popolazione di disoccupati che non può acquistarli.

Senza un intervento correttivo, la post-scarsità potrebbe trasformarsi in quello che l’ex ministro delle finanze greco Yanis Varoufakis definisce “Tecno-Feudalesimo”. In questo scenario, i mercati vengono sostituiti da piattaforme digitali (feudi) controllate da pochissimi signori del Big Tech, che estraggono rendite da ogni transazione economica, lasciando la maggioranza in una condizione di precariato permanente.

La transizione verso la post-scarsità non è un destino tecnologico, ma un campo di battaglia politico. Lo storico economico Aaron Benanav, nel suo “Automation and the Future of Work” (2020), smonta l’idea che la tecnologia porterà automaticamente al socialismo o all’abbondanza universale. Benanav sostiene che la vera scarsità che affrontiamo non è tecnologica, ma artificialmente mantenuta dalle strutture di potere attuali per preservare il profitto.

Se l’AI riduce la necessità di lavoro umano, abbiamo due strade:

  •     La via dell’esclusione: Creare “lavori inutili” (bullshit jobs) o lasciare che la disuguaglianza cresca fino a livelli insostenibili.
  •     La via della redistribuzione: Accettare la fine del lavoro come centro della vita umana e implementare nuovi contratti sociali.

Tra le soluzioni più discusse c’è il Reddito di Base Universale (UBI), finanziato non dalle tasse sul lavoro (che scompare), ma dalla tassazione del capitale e della terra, o addirittura dalla proprietà collettiva degli algoritmi. L’idea è che i dati su cui le AI sono addestrate siano un patrimonio comune dell’umanità, e quindi i dividendi dell’automazione debbano essere socializzati.

L’arrivo dell’Intelligenza Artificiale Generale (AGI) potrebbe segnare l’uscita dell’umanità dalla sua adolescenza economica. Fino a ieri, la nostra specie ha dedicato la quasi totalità delle sue energie alla lotta per la sopravvivenza. L’economia della post-scarsità ci pone una domanda molto più difficile, filosofica più che tecnica: cosa faremo quando non saremo più costretti a fare nulla? Come suggeriva Keynes quasi un secolo fa, il vero problema non sarà riempire lo stomaco, ma riempire le giornate. L’AI ci offre gli strumenti per costruire un’utopia dell’abbondanza, ma l’architettura sociale di quel mondo spetta a noi costruirla. Senza una riforma radicale della proprietà e della distribuzione, la post-scarsità per l’AI rimarrà solo una scarsità per i molti.