Ogni buon liberale consapevole di esserlo prova sempre di farsi un’idea del proprio pensiero politico e di dargli delle coordinate, tentando di comprenderne gli aspetti dirimenti e più personalmente distintivi. Il buon liberale cerca, quindi, stimoli da pensatori liberali più distanti da sé e, altre volte, anche conforto in quelle figure invece più prossime alla propria particolare sensibilità. Oltre alla lettura diretta dei classici, strumento indispensabile per tale scopo è dato senz’altro dalle introduzioni generali alla storia del liberalismo. Per noi italiani, un punto di riferimento irrinunciabile in questi decenni è stato Giuseppe Bedeschi (1939), storico della filosofia e docente presso le università La Sapienza, L’Orientale e a Cagliari.
In particolare, il suo libro Storia del pensiero liberale è il vero spartiacque tra la fase “marxista” e la fase “liberale” degli studi dell’autore e in generale degli studi di pensiero politico italiani con la fine della Guerra Fredda. Pubblicato nel 1990 da Laterza, Storia del pensiero liberale è una delle opere più significative nel panorama italiano per comprendere l’evoluzione del liberalismo come corrente filosofica e politica. Il volume è stato rieditato per due volte. La prima riedizione, sempre di Laterza, risale al 2003, mentre la seconda (che è quella che viene qui recensita) è stata data alle stampe nel 2015 dall’editore Rubbettino. Rispetto all’edizione del 1990, quest’ultima vede l’aggiunta di nuovi sottocapitoli su Adam Smith e sui dottrinari Royer-Collard e Guizot, mentre vengono esclusi dalla trattazione autori inglesi della fine del XIX secolo, come Jeremy Bentham, o pensatori italiani come Antoni, Mosca e Calogero, o ancora il teorico dello scambio politico Schumpeter.
Il testo di Bedeschi, diviso in cinque parti, propone un’ampia panoramica storico-filosofica, che va dal XVIII secolo al secondo Novecento. Nella prima parte, Bedeschi affronta le radici culturali e filosofiche del liberalismo, identificando attraverso i vari pensatori settecenteschi analizzati i singoli temi che avrebbero accompagnato tutta la successiva elaborazione liberale. Se i continentali Montesquieu e Wilhelm von Humboldt rinvengono la pars destruens di quella che sarebbe diventata la dottrina liberale nella necessità di limiti al potere statale, allora gli insulari John Locke e Adam Smith costituivano nella mercanzia, nella libertà dei movimenti di risorse e persone, nella proprietà e nell’introduzione della moderna concezione di “diritti”, la pars costruens che avrebbe riempito di significato e rivendicazioni la nuova visione politica. Una delle più grandi menti della storia umana a noi note, Immanuel Kant, sarebbe giunto a individuare nei diritti – distinti in privati e pubblici – e nella loro tutela il fondamento stesso dello stato e, contemporaneamente, della sua legittimità.
Nella seconda parte della sua dissertazione, Bedeschi analizza gli sviluppi del liberalismo laddove le idee di libertà dei pensatori settecenteschi precedentemente trattati avevano lasciato la loro più vistosa e gravida impronta nella storia del tempo: la Francia dell’età della Restaurazione. Lo studioso romagnolo evidenza, in particolare, le continuità e discontinuità tra l’elaborazione di Benjamin Constant e le idee dei cosiddetti “dottrinari”. I fatti del Terrore e la trasformazione della Rivoluzione in regime imperiale sotto Napoleone spingono tutti questi pensatori politici a sottolineare la necessità di un compromesso tra libertà rivoluzionarie e ordine sociale. Tuttavia, i dottrinari avrebbero esercitato una grande influenza sui conservatorismi dei decenni successivi, con l’idea di una monarchia sul modello britannico e con costituzioni ottriate che conducessero l’esercizio dei diritti individuali in subordine al suffragio per censo, al primato della stabilità istituzionale e a rigidi principi di virtù elitaria, estensibile solo con una crescente alfabetizzazione. Invece, Constant si mostra molto più attento al ruolo della partecipazione dell’opinione pubblica e alla sua capacità di disinnescare gli eccessi del potere statale, evidenziando come l’esercizio diretto del potere da parte degli individui fosse la concezione antica della libertà, mentre quella moderna coincide, al contrario, proprio con la limitazione dell’esercizio del potere statale verso l’individuo.
La terza parte del viaggio di Giuseppe Bedeschi attraverso la storia del liberalismo va alla metà dell’Ottocento e al confronto delle idee di diritti e libertà nel confronto con la nascente e giovane idea di democrazia. Un’idea che negli Stati Uniti, seppur tra gravi limiti, era già una realtà costituzionalmente data. Due sono gli studiosi su cui Bedeschi si sofferma: Alexis de Tocqueville e John Stuart Mill. Pur partendo da punti e sensibilità diverse, i due pensatori arrivano a concepire una inevitabilità della cornice democratica per la realizzazione dei principi del liberalismo, rendendo inscindibile l’affermazione dei diritti della persona dal cammino verso la democrazia. Un cammino, quello verso la democrazia, strutturato nell’affermarsi dell’istruzione dei votanti e nella prevenzione della tirannia della maggioranza. Una prevenzione, quella contro la tirannia della maggioranza, da attuarsi attraverso una democrazia rappresentativa con competizione di idee divergenti (Mill) e attraverso l’azione dei corpi sociali e professionali intermedi (Tocqueville).
La quarta parte del lavoro di Bedeschi va direttamente alla prima metà del Novecento, affermando che gli sviluppi del liberalismo tra le due guerre siano poveri, risentendo della crisi dei valori individuali borghesi che avevano guidato gli sviluppi precedenti nel quadro della sempre più massificata e omologata società urbana industriale nata dagli anni ’70 dell’Ottocento. Bedeschi sottolinea infatti come i due più importanti pensatori che si richiamino al liberalismo tra le due guerre mondiali, Croce e Kelsen, siano sostanzialmente indifferenti in materia di libertà economiche e di impresa, privilegiando una interpretazione del liberalismo maggiormente incentrata sulle istituzioni e sull’ordinamento giuridico. Dedicando spazio alla polemica tra Croce e Einaudi e alla chiamata di Guido De Ruggiero per una democrazia liberale che non schiacci l’individuo nella società industriale massificata, Bedeschi rafforza la sua posizione su un liberalismo messo in crisi dall’avvento della società di massa e incapace di ampiare la sua sfera tematica e la sua influenza.
Il secondo Novecento vede per Bedeschi una rivitalizzazione una riorganizzazione dei temi tradizionali del liberalismo a fronte della nuova situazione sociale ed economica e della affermazione delle democrazie occidentali. Se il logico austro-britannico Karl Popper identifica nella società libera che esercita verso credenze e tradizioni il razionalismo critico la via per una società di uomini razionali e liberi da rischi totalitari, il suo connazionale Friederich von Hayek mette invece al centro la radicale ignoranza dell’uomo di socratica memoria: nessuno ha la conoscenza del totale, ragion per cui ogni forma di dirigismo statale non può che costituire un pericolo.
Nel momento in cui von Hayek rimette a sistema gli oggetti costituenti della dottrina liberale (libertà economica, diritti civili) in una accezione profondamente timorosa dello stato, il filosofo francese Raymond Aron matura una rivalutazione dell’ordinamento politico. Riprendendo le concezioni elitiste di Mosca, Michels e Pareto, Aron valuta come nei regimi a costituzione democratica e pluralista le possibilità di accesso all’élite di governo sia molto maggiore che sotto altri tipi di regime. In ogni regime c’è una élite che influenza la maggioranza e perché il regime democratico liberale funzioni, è necessario che tale élite sia in grado di incidere concretamente una volta al potere, usando strutture istituzionali e statali adeguatamente funzionanti.
La scelta di Bedeschi di concludere con Aron non è neutra e pone la necessità di un compromesso necessario con tutte le organizzazioni tra individui, a partire dallo stato. Inoltre, Bedeschi sottende una limitazione tematica del liberalismo, che si esaurisce sempre negli stessi temi, semplicemente rielaborati in modo diverso a seconda dei tempi. Questa concezione che fa del liberalismo novecentesco verso quello settecentesco un po’ quello che il modernismo letterario pensava di fare delle opere delle altre epoche è, nel suo insieme, estremamente problematica.
Inoltre, al netto delle assenze volute per rendere l’opera una sintesi davvero efficace e comprensibile degli sviluppi della dottrina liberale, ignorare i soggetti più divisivi e forieri di drammatici e forse irreparabili divorzi dentro il liberalismo contemporaneo, oltre che di grande impatto nel discorso e nell’immaginario pubblico, è un limite consistente di questa Storia del pensiero liberale. Von Hayek è un punto di riferimento della parte finale del libro, ma il suo maestro von Mises è stato a sua volta maestro di Murray Rothbard. Questi non voleva alcun compromesso tra stato e individuo ed è il padre del libertarianesimo moderno.
Si tratta di filiazioni troppo importanti e dense di conseguenze per essere trascurate. Allo stesso modo, non può essere trascurato in una dissertazione sul liberalismo John Maynard Keynes, oggi ancora ritenuto da molti un simbolo dell’antiliberalismo e in realtà in più fasi della sua vita attivissimo nei liberali inglesi al fianco, tra gli altri, di David Lloyd George. Queste divergenze così nette su teoria economica e ruolo dello stato in economia hanno spinto da vari decenni la tradizione liberale dell’anglosfera a una contrapposizione dicotomica che abbraccia l’intero scenario e immaginario politico: quella tra i libertarian (antistatalisti e fautori della più assoluta libertà economica e personale) e i liberal (post-keynesiani, ormai sinonimo di leftist). Nonostante alcuni limiti, l’opera di Bedeschi offre, anche grazie a una sintassi piana e a un linguaggio non povero ma accessibile, un’esposizione chiara e fruibile. L’autore evidenzia le peculiarità dei singoli pensatori politici presi in analisi e i motivi comuni alle correnti del liberalismo prese in considerazione, quali la difesa delle libertà dell’individuo e del pluralismo politico. In definitiva, Storia del pensiero liberale è un lavoro ottimo come introduzione agli autori trattati al suo interno e per le coordinate cronologiche generali della storia d’insieme dello sviluppo del liberalismo, con dei limiti per quanto riguarda i pensatori liberali italiani e le elaborazioni liberali (o perlomeno che si auto-percepiscono come tali) più eccentriche.
(A cura di Gennaro Romano)

