Lo scorso 17 luglio, Stephen Colbert ha annunciato la cancellazione del suo show serale “The Late Show”. Per chi non lo conoscesse, Colbert è un comico americano che si è “fatto le ossa” scrivendo i servizi satirici per Fox News. Dal 2014 Colbert aveva preso le redini del “The Late Show”, programma che prende il nome dall’omonimo format, in cui il presentatore – un comico – intervista personaggi famosi dello spettacolo, politica e dello sport, accompagnando il tutto con delle gag e, soprattutto, tanta satira. Nel caso di Colbert, il destinatario prediletto delle sue battute satiriche è stato Donald Trump, da lui definito una gigantesca bufala, pronta a trasformare un grande paese – gli USA – in una barzelletta.
Sebbene l’emittente che trasmette il “The Late Show”, la CBS, abbia comunicato che i motivi della cancellazione dello spettacolo siano meramente legati ai bassi ritorni commerciali del programma, si sospetta che l’eliminazione tout-court dello show sia da ricercarsi in un tentativo di captatio benevolentiae della Paramount (proprietaria della CBS) verso il Presidente degli Stati Uniti, da sempre molto ostico nei confronti dello stesso Colbert.
I sostenitori di questa tesi vedono troppe coincidenze: a cominciare da quella col risarcimento da 16 milioni di dollari accordato a Donald Trump per i supposti danni subiti in periodo elettorale da un montaggio “ad arte” di un’intervista con Kamala Harris a “60 Minutes” (altro programma della CBS). Antefatto di uno scenario più complesso, incentrato sull’imminente fusione da 8 miliardi di dollari tra la Paramount e Skydance Media, operazione per la quale è indispensabile un benestare governativo, in pratica un assenso trumpiano, puntualmente ottenuto il 25 luglio.
Se le cose stessero veramente così, ci ritroveremmo nell’ennesimo caso di conflitto tra potere politico e satira, terminato, in questo caso, con il primo che è riuscito a silenziare il secondo. Ma perché preoccuparci di tutto questo? Perché mai dovremmo prendere le parti di un comico satirico di cui magari non condividiamo il pensiero politico o le cui battute, per noi, sono di cattivo gusto?
Del resto, si potrebbe sostenere che la presa in giro di politici e funzionari pubblici ha aperto la porta a un populismo guidato dai media e dai social network, negli Stati Uniti come in altri paesi, che va ben oltre lo scherno della pomposità politica o una valvola per la rabbia pubblica. I media si sono trasformati in attivisti con cause mutevoli, responsabili solo della massimizzazione dell’audience. Il principale effetto della satira oggi sarebbe quello di polarizzare ulteriormente una popolazione che è già ampiamente divisa in fazioni.
Tuttavia, è proprio questa la natura della satira. Sin dalla nascita del genere satirico nella Roma repubblicana e imperiale, autori come Lucilio, Orazio, Giovenale e Marziale utilizzavano versi pungenti per mettere alla berlina vizi, corruzione e ipocrisie dell’élite romana. Non si trattava solo di intrattenimento: la satira, pur senza l’esplicita volontà rivoluzionaria, serviva a svelare le contraddizioni del potere, spesso rischiando la censura o l’esilio.
Durante l’Illuminismo la satira divenne un mezzo con cui autori del calibro di Swift e Voltaire criticavano l’assolutismo, la religione dogmatica e la miseria dell’uomo moderno, mentre nel corso del ventennio fascista continuò – seppur con evidenti difficoltà dovute alla censura fascista – a sopravvivere grazie alle sue connaturate forme di espressione indirette e metaforiche.
Proprio i toni al vetriolo e la capacità di colpire nel segno hanno sempre reso la satira qualcosa di indigesto alla politica e al potere. Spesso, infatti, la politica ha cercato di stigmatizzare o di censurare la satira nascondendosi dietro giustificazioni legate al cattivo gusto di alcune battute, o all’accanimento su uno specifico bersaglio.
Anche l’Italia non è esente dall’avere un rapporto complicato col genere. Se da un lato fu possibile pubblicare una rivista come il Male, dall’altro si susseguirono negli anni diversi casi di inibizione: il licenziamento di Vianello e Tognazzi dalla RAI per aver alluso allo scivolone dell’allora presidente Gronchi a un incontro con De Gaulle, l’allontanamento di Beppe Grillo dalla RAI dopo la sua battuta su Bettino Craxi durante la trasmissione Fantastico 7, o le controverse vicende di Sabina Guzzanti e la sua trasmissione Raiot.
Certamente si potrà contestare che tutti gli episodi sopra citati siano avvenuti in trasmissioni della TV di stato, e quindi si potrebbe accusare questi satiri di aver fatto un uso politico della RAI. Tuttavia, la RAI non è l’unica emittente pubblica che ha dato spazio alla satira politica. Dal 1990 sulla BBC viene trasmesso il programma satirico Have I Got News for You? (nemmeno esso esente da polemiche).
Nell’ottica di una democrazia liberale, occorre quindi chiedersi se il vero problema sia un comico che fa satira (ovviamente nei limiti delle leggi sulla libertà d’opinione) contro un governo sulla TV di stato, o un governo che influenza la linea editoriale delle emittenti pubbliche; se il vero problema sia Charlie Hebdo (rivista satirica francese) che, all’indomani del terremoto di Amatrice, pubblica una vignetta di cattivo gusto, o il fatto che le istituzioni si siano ben viste dal fare prevenzione infrastrutturale in un’area a rischio sismico. Che piaccia o meno, la satira è sempre stata un mezzo efficace per fare emergere – in toni semplici ed impattanti – le storture del potere. Il suo libero esercizio è un segno di salute politica; la sua assenza o persecuzione è un segno di malattia.
(A cura di Marco Tuttolomondo)

