Referendum sulla cittadinanza: un’occasione sprecata

da | Lug 3, 2025 | Diritti Civili

Il fallimento del referendum sulla cittadinanza degli scorsi 8 e 9 giugno è ormai passato alle cronache. Mentre l’attenzione si è quasi integralmente concentrata sugli altri quesiti referendari riferiti al tema del lavoro, su quello della cittadinanza ci si è semplicemente soffermati a commentarne l’esito (per alcuni) sorprendente: circa un terzo dei votanti non è stato favorevole al dimezzamento (da dieci a cinque anni) dei tempi di residenza legali degli stranieri extracomunitari per la richiesta della cittadinanza italiana.

Col senno di poi questo risultato non è per nulla inaspettato; molti sono stati infatti gli errori commessi sul tema della cittadinanza, a partire dal volerlo gestire via referendum, passando per una comunicazione che, da parte degli oppositori, è stata spesso fuorviante, mentre è stata inefficace da parte dei sostenitori. Infine, non si può escludere che abbia giocato a sfavore la sua inclusione in un gruppo di referenda intersezionali che univano istanze diverse entro un unico fronte.

La sensazione è che la gran parte dei sostenitori del “si” abbia voluto affrontare l’argomento come una questione di principio, anziché stressarne le effettive implicazioni e limitazioni. Si è insistito sulla componente (sacrosanta) del diritto, trasformando così un’opportunità per il nostro paese di accettare e integrare la sua moderna dimensione multietnica (che è cosa diversa dal multiculturalismo), in una battaglia ideologica.

Per comprendere quindi il senso di questo referendum, innanzitutto sarebbe stato utile conoscere i motivi per cui il legislatore decise – con la legge 91 del 1992 – di porre a dieci gli anni di residenza legale in Italia. Leggendo i documenti dei lavori preparatori al disegno di legge, emerge da subito che la principale preoccupazione del legislatore fosse il riconoscimento della cittadinanza italiana per i discendenti dei numerosi emigrati italiani nel mondo, a cui del resto è dedicata gran parte della norma. Per quanto concerne gli stranieri, viene appunto previsto un periodo di residenza legale dimezzato per i soli cittadini comunitari, “in linea con lo spirito europeistico che informa la politica italiana” (citazione tratta dal documento N° 1815 della Camera).

L’attuale normativa, quindi, non solo pone una discriminante arbitraria per avere una differenziazione meramente “tecnica” tra cittadini comunitari e no, ma soprattutto guarda ad un’Italia che non esiste più. Il nostro è adesso un paese di immigrazione in cui, secondo l’ISTAT, al 1° gennaio 2024 risiedevano circa 5,3 milioni di cittadini stranieri, pari all’8,9 per cento della popolazione residente; di questi, 3,6 milioni (circa il 68%) sono extracomunitari (nota: i numeri sono riferiti ai migranti regolari).

La normativa sulla cittadinanza agli stranieri, dunque, non necessita tanto di modifiche per motivi ideologici, ma perché risulta anacronistica ed inadatta alla realtà fattuale dell’Italia di oggi e rappresenta un ulteriore ostacolo nel lungo processo di integrazione socioeconomica degli stranieri.

Sebbene da un punto di vista meramente legale, per un extracomunitario che acquista la cittadinanza italiana, la principale differenza consista nella totale acquisizione dei diritti politici e nella trasmissione della cittadinanza italiana ai suoi discendenti, evidenze empiriche recenti mostrano l’esistenza di un “premio occupazionale”, ossia una maggiore probabilità degli extracomunitari naturalizzati di trovare un’occupazione rispetto ai non naturalizzati (circa l’8%), soprattutto tra le donne. Questo dato risulta più che doppio rispetto al corrispettivo “premio occupazionale” degli stranieri comunitari (fonte: Settimo Rapporto annuale dell’Osservatorio sulle migrazioni del Centro Studi Luca d’Agliano e del Collegio Carlo Alberto).

A questo punto si potrebbe obiettare che l’acquisizione della cittadinanza abbia in realtà rappresentato un “premio” per quegli extracomunitari che già si erano inseriti nel contesto socioeconomico del paese ospitante; ciò giustificherebbe dei criteri estremamente selettivi per il suo ottenimento. In realtà, ulteriori studi pubblicati su riviste come Science Advances ed Economic Journal, analizzando rispettivamente le procedure di naturalizzazione di Svizzera e Germania, evidenziano che gli extracomunitari beneficiari di termini più semplici per il conseguimento della cittadinanza hanno avuto traiettorie di integrazione molto più rapide ed efficaci di chi non ha potuto usufruirne (specialmente tra donne e tra chi lavora nei settori più marginali dell’economia).

Certamente sarebbe naif pensare che con la sola cittadinanza si riescano a risolvere tutti i problemi legati alla quantità, qualità e integrazione degli immigrati in Italia. L’adattamento legislativo del nostro paese da nazione di emigranti a destinazione di immigrazione richiede riforme ben più complesse e organiche di quanto un referendum possa fare. Tuttavia, la vittoria del “si” avrebbe assicurato una più rapida integrazione economica, sociale e culturale di chi è già da noi. In aggiunta, a differenza di quanto una cattiva o incompleta informazione abbiano lasciato credere, la riforma avrebbe interessato solo gli extracomunitari legalmente entrati in Italia, con una conoscenza adeguata della lingua italiana, un reddito appropriato e l’assenza di precedenti italiani; anzi, gli stranieri responsabili di reati sarebbero comunque stati soggetti alla revoca della cittadinanza italiana, come già previsto oggi.

La vittoria del “si” avrebbe quindi reso più facili le riforme per stimolare ancora di più chi arriva ad integrarsi, a imparare la nostra lingua, a capire la nostra cultura, a pagare le nostre pensioni e a non cadere tra le braccia della criminalità. Di recente, lo stesso governatore di Bankitalia, Fabio Panetta, ha proprio stressato come, per una società che invecchia, un flusso migratorio (che va comunque gestito) possa essere un’importante correttivo per l’economia nazionale. Il fallimento del referendum sulla cittadinanza non rappresenta quindi che l’ennesimo esempio di una politica nazionale incapace di ragionare secondo una visione strategica del paese.

(A cura di Marco Tuttolomondo)