La lotta generazionale per le periferie

da | Set 14, 2024 | Diritti Civili

“Quartieri difficili”, “ghetti”, “zone pericolose e malfamate”: ecco alcuni dei termini utilizzati per stigmatizzare le periferie. Si tratta di epiteti da cui traspare una concezione delle periferie come luoghi di insicurezza, criminalità, rivolta e problematiche di ordine pubblico.

Se da un lato è innegabile l’esistenza di questi casi, dall’altra sono ormai consolidate in letteratura le influenze che il contesto familiare e sociale in cui si nasce hanno sull’istruzione e sulla formazione civica dei delle persone. In altre parole, ora più che mai il luogo in cui si nasce impatta il nostro futuro. Quest’ultima constatazione ci fa capire l’importanza che il recupero delle periferie deve avere nel nostro dibattito.

Prima di ogni cosa è però importante chiarire cosa si intenda per periferia.

In questo articolo non si guarda solo alle periferie fisiche, ma soprattutto a quelle sociali, ossia alle aree contraddistinte da alti livelli di disoccupazione, carenza di servizi e opportunità culturali, isolamento sociale e politico, deprivazione materiale e disuguaglianze socioeconomiche e abitative.  Ne consegue che, per esempio, a Napoli risultano essere periferie sociali i centrali quartieri di Montecalvario, Pendino e Mercato, mentre non lo sono le più lontane zone di Vomero, Fuorigrotta o Posillipo.

Secondo i dati ISTAT più recenti, circa il 5 percento della popolazione nazionale vive in aree caratterizzate da disuguaglianze ed esclusione sociale. Guardando alle sei principali città metropolitane (Genova, Torino, Milano, Roma, Napoli e Palermo), le percentuali di famiglie che vivono in condizioni di potenziale disagio economico variano dal 2,6 percento del quartiere Triulzo Superiore di Milano sino al 10% del quartiere Brancaccio a Palermo.

A questo dato, si aggiunge quello drammatico dei giovani NEET (che non studiano e non lavorano), con percentuali che toccano il 52% nel quartiere centrale di Palazzo Reale – Monte Di Pietà a Palermo.

Se si considera che – secondo l’organizzazione Save The Children – nelle periferie vive la maggior parte dei residenti tra zero e diciannove anni delle città metropolitane, è opinione di chi scrive che la condizione di deprivazione di questi bambini e adolescenti non sia ammissibile se si ha a cuore il loro futuro individuale e, di riflesso, il benessere collettivo del paese.

Difficilmente si può immaginare che chiunque nasca in contesti di case sovraffollate (il 39,1% dei minorenni italiani), con difficoltà a ricevere acqua corrente (9,7% delle famiglie italiane) e con un reddito familiare che a stento riesce a sostenere le spese per la casa (5,5% dei minorenni in Italia) sia in grado, con le sue sole forze, di dotarsi di un’istruzione ed una formazione che li permettano di essere pienamente libero.

Il quadro viene ulteriormente complicato dalle carenze nell’offerta di spazi adeguati nelle scuole: carenze che si concentrano nelle aree socio-economicamente più svantaggiate. La percentuale di scuole primarie o secondarie che offrono il tempo pieno, il servizio di refezione, oppure la palestra è più bassa nelle province italiane con più del 25% degli studenti in condizioni di svantaggio socioeconomico. Sono le stesse province in cui il numero di studenti che non raggiunge un livello di apprendimento sufficiente è più elevato. La mancanza di spazi adeguati e inclusivi influisce negativamente sull’apprendimento, sulla salute e sulla socialità dei minori. A questo punto, sarebbe ridondante spiegare come più bassi livelli di istruzione determinino, in età adulta, bassi salari e quindi condizioni di vita precarie.

Nelle periferie sociali si è quindi creato un circolo vizioso, destinato ad autoalimentarsi sino a quando non si intraprenderanno delle azioni per spezzarlo. A livello di istituzioni pubbliche, per chi scrive si tratta di un compito che deve essere assunto dai comuni, anche valorizzando e sostenendo le tante esperienze di protagonismo, auto-organizzazione delle comunità e impegno delle scuole e del terzo settore.

Sebbene infatti le problematiche delle periferie sociali siano abbastanza comuni tra le diverse aree del nostro paese, la maniera con cui esse incidono e le relative dinamiche cambiano di territorio in territorio. Sono i comuni, in quanto più vicini ai cittadini, e non lo stato centrale le istituzioni pubbliche che possono agire in maniera efficace.

Allo stato centrale spetta invece il compito di fornire ai comuni risorse e mezzi per agire. Invece, Roma ha spesso bloccato i fondi: ciò è accaduto nel 2020 per il miliardo e seicento milioni di euro che erano stati stanziati dai governi Renzi e Gentiloni. Più di recente, sono stati tagliati tre miliardi e trecento milioni di euro previsti dal PNRR per ridurre le situazioni di emarginazione e degrado sociale.

Queste risorse aiuterebbero i comuni a mettere a terra alcune azioni chiave, come:

  • raccolta dati e indicatori a livello micro-territoriale, con un focus specifico sulle condizioni dell’infanzia e dell’adolescenza, per analizzare nel dettaglio le realtà territoriali;
  • miglioramento dei servizi educativi per l’infanzia, includendo anche mense, palestre, aule tecniche e di informatica, e libri in comodato d’uso gratuito;
  • scuole aperte tutto il giorno per assicurare il tempo pieno e con apertura dei plessi scolastici e offerta di attività di sostegno allo studio e attività;
  • spazi aggregativi giovanili che prevedano anche orientamento e accompagnamento per i ragazzi e le ragazze che non sono inseriti in alcun percorso di istruzione e formazione, né lavorativo;
  • recupero degli spazi pubblici abbandonati e dei beni confiscati alla criminalità a favore di attività rivolte ai minorenni;
  • miglioramento dei collegamenti tra centro e periferie;
  • più aree verdi e luoghi di rilevanza culturale/educativa nelle periferie;
  • una rinnovata edilizia popolare diffusa sull’interno territorio comunale e non solo in specifici quartieri.

L’emancipazione delle periferie è quindi processo di lungo periodo, che guarda alle prossime generazioni, basato su politiche di inclusione sociale, lotta alla dispersione scolastica, miglioramento dei trasporti, creazione di aree ricreative e culturali nelle varie aree della città, ma per il quale non mancano i casi di successo.  Ad esempio, la città colombiana di Medellin è riuscita a trasformarsi da capitale mondiale del narcotraffico in una delle realtà più vive del mondo, grazie alla voglia di rivalsa dei suoi cittadini, al contributo economico del settore privato e alla visione di lungo periodo delle diverse amministrazioni comunali.

Carlo Rosselli sosteneva che non sia possibile essere liberi sino a quando sussistono condizioni di miseria materiale e morale e, prima di lui, Adam Smith stressava l’importanza di garantire un’istruzione adeguata alle fasce più deboli della popolazione. Chi scrive crede che solo accompagnando queste aree delle nostre città lungo il loro percorso di autoliberazione dalla condizione di disagio in cui versano potrà attivarsi il processo di rinnovamento culturale e civile che auspichiamo per il nostro paese. Ecco perché è importante per i liberali (di ogni colore) parlare di periferie e agire concretamente per loro.

(A cura di Marco Tuttolomondo)