La lenta e invisibile erosione delle libertà

da | Mar 19, 2025 | Diritti Civili

Nel suo saggio “Media e Potere”, Noam Chomsky presenta il cosiddetto principio della rana bollita.

La logica è più o meno la seguente: immaginiamo di avere un pentolone pieno di acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola e l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale e adesso l’acqua è calda, un po’ più di quanto la rana non apprezzi; si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50°C avrebbe dato un forte colpo di zampa e sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.

Chomsky utilizzò questa metafora per descrivere il comportamento che alcuni individui hanno verso situazioni avvilenti: adattarsi e rimanere passivi di fronte allo svolgersi di quest’ultime, senza preoccuparsi delle conseguenze che potrebbero causare e senza opporsi, per pigrizia, mancata volontà, inconsapevolezza o menefreghismo.

Potrà quindi sembrare assurdo ai più leggere che noi italiani, per quanto concerne le nostre libertà, siamo proprio nella situazione della rana; tuttavia, per chi scrive i segni sono evidenti: basta mettere insieme i puntini per individuare un filo rosso che tradisce alcune tendenze illiberali degli ultimi anni.

In principio fu il “Decreto rave”, nel novembre 2022. Si trattò del primo decreto in assoluto del governo Meloni, prodotto sull’onda dell’attenzione che proprio un rave party aveva generato in quelle settimane. Quello che colpì del decreto, non fu tanto la fattispecie di reato che aggrediva (di fatto il decreto aggiunse delle aggravanti al reato di occupazione illecita della proprietà privata), ma le sanzioni penali che prevedeva: carcere da tre a sei anni per chi è organizza o semplicemente promuove l’evento. Già da questi elementi si evince come la sproporzione tra la condotta criminosa – l’organizzazione o la promozione del raduno – e le relative sanzioni sia palese in base non solo al diritto, ma anche al buon senso; l’attuale Codice penale prevede infatti la reclusione da sei mesi a cinque anni per chi è colpevole di omicidio colposo, sono solo massimo tre gli anni previsti per chi occulta un cadavere.

Le modifiche del decreto sicurezza, ancora in discussione, sono arrivate a prevedere l’aggravante nel caso in cui azioni violente o insulti siano rivolte a pubblici ufficiali durante la realizzazione di un’opera pubblica o infrastruttura strategica (leggasi Tav o Ponte sullo Stretto di Messina); il carcere per le donne incinte e le madri di figli che hanno meno di un anno; l’invenzione del reato di rivolta in carcere, che punisce non solo i detenuti che effettuano violenze, ma anche quelli che scelgono la “resistenza passiva” (ad esempio tramite lo sciopero della fame); il divieto di avere una Sim telefonica per non chi ha un permesso di soggiorno; la trasformazione della cannabis light in una sostanza stupefacente. In aggiunta, l’articolo 31 del decreto in discussione prevede l’obbligo per gli enti pubblici (ad esempio le università) di fornire, quando richieste, informazioni ai servizi segreti anche in deroga alle normative di settore in materia di riservatezza. A questo occorre aggiungere l’introduzione di zone rosse nelle città, ossia aree in cui individui “segnalati” non possono accedere.

Infine, è stata avanzata la proposta di non prevedere l’iscrizione automatica nel registro degli indagati delle forze dell’ordine coinvolte in una potenziale fattispecie di reato e anche l’accesso automatico al patrocinio gratuito in caso di rinvio a giudizio. Essendo l’azione penale avviata dal pubblico ministero, ossia un pubblico ufficiale, è evidente che con queste due norme avremmo la situazione in cui lo stato (le forze dell’ordine) si difende da sé stesso (il PM). La sperequazione rispetto al trattamento che toccherebbe a qualunque privato cittadino è evidente, ad avviso di chi scrive.

Vale quindi la pena chiedersi se questo panpenalismo giustificato da una maggiore sicurezza sia coerente o meno con i principi liberali della difesa dell’individuo dalle prevaricazioni dello stato.

L’invasione nella sfera individuale non finisce però qui. Un altro esempio di modus operandi “invisibile” è quello del recentemente introdotto codice della strada. La nuova normativa, in tema di consumo di sostanze stupefacenti o psicotrope, non richiede più che il guidatore si trovi in stato di alterazione psico-fisica determinato dall’assunzione di tali sostanze per ricadere nell’illecito o ancora peggio nel reato, ma basta averne appurato il consumo tramite appositi accertamenti (p.e. controllo saliva, sangue o urine). Tutto questo quando proprio la normativa sul consumo di droghe si limita all’illecito e non prevede alcun reato. In aggiunta, per quanto riguarda l’uso di droghe leggere, rischierebbero di cadere nel penale anche chi, per esempio, ha fumato uno spinello a giorni di distanza, chi è stato esposto al fumo passivo dello stesso oppure utilizza oppiacei o cannabinoidi a scopi terapeutici.

Un altro esempio di limitazione “invisibile” lo si potrebbe leggere anche nella totale assenza di politiche volte a garantire l’effettivo godimento dei diritti sanciti dalla legge 194 del 1978 sull’interruzione volontaria di gravidanza. I dati più recenti mostrano come in alcune regioni d’Italia la libertà di abortire non è garantita: il Molise con il 90,9 per cento di personale obiettore è la regione più in difficoltà, seguita dalla Sicilia con l’81,5 per cento e dalla Basilicata con il 79,2 per cento. A questo occorre aggiungere la progressiva chiusura di consultori, continuando così a disattendere la legge che ne prevede uno ogni 20.000 abitanti; tuttavia, come documentato dai dati del 2022, oggi il dato è di 0,6 per cento per 20.000 abitanti. Si potrebbe bypassare il problema degli obiettori e dei pochi consultori dando più spazio all’aborto farmacologico in autosomministrazione, ma questa opzione è ad oggi permessa solo da Emilia-Romagna e Lazio.

Ci sono poi altre libertà che stanno venendo lentamente erose e che riguardano maggiormente la sfera dei pesi e contrappesi della democrazia liberale. Una fra tutte è la libertà di stampa.

Inutile ricordare l’importanza che ha svolto in passato proprio il giornalismo di inchiesta nel denunciare gli abusi del potere (si pensi allo scandalo del Watergate o ai reportage di Politkovskaya); tuttavia, nel nostro paese si cerca di tenere questo cane da guardia ben incatenato. Nello specifico, non si tratta soltanto delle rinnovate “censure” accadute in RAI (anche se quella avvenuta alla giornalista Serena Bortone è stata addirittura oggetto di una lettera che l’European Movement International ha inviato alla Commissione Europea), ma ad un tentativo di stanare ciò che la stampa libera ha di più prezioso (e per questo tutelato dal diritto): le fonti. Così, politici infastiditi dalle notizie pubblicate sul loro conto, anziché denunciare i giornalisti per diffamazione, chiedono direttamente ai magistrati di investigare su quali siano le fonti; oppure si propone di rendere i giornalisti penalmente responsabili dell’eventuale illiceità con cui le fonti hanno ottenuto le informazioni (se questo criterio fosse stato sempre valido, non avremmo avuto il Watergate).

Sempre alcuni giornalisti critici, insieme ad alcuni attivisti e membri di ONG, sono stati aggetto di spionaggio informatico (di cui ancora non si sanno i dettagli sul perché e chi lo abbia ordinato) eseguito tramite lo spyware Graphite, un software in dotazione solo alle istituzioni pubbliche e alle forze dell’ordine.

Come se non bastasse, a questi fatti di varia gravità se ne aggiungono altri che rappresentano una vera e propria aneddotica su quello che sta accadendo: un caso su tutti è quello del loggionista alla Scala Marco Vizzardelli, 65 anni giornalista esperto di equitazione e di opera lirica, identificato dalla Digos per aver gridato “viva l’Italia antifascista” il giorno della prima. Probabilmente, tutte le connessioni viste tra gli episodi descritti sopra sono frutto delle fisime di chi scrive e non c’è nessuna impercettibile erosione delle libertà. Ciononostante, rimane la sensazione che nessuno stia controllando la temperatura dell’acqua nella pentola…

(A cura di Marco Tuttolomondo)