Il caso Almasri ha in parte riacceso l’attenzione nazionale sulla situazione disumana che vivono le persone rinchiuse nei lager libici, caratterizzata da croniche violazioni dei diritti umani fondamentali. Questa vicenda, che ha scosso l’opinione pubblica, evidenzia come dietro ogni tragedia si nasconda un sistema di sfruttamento e indifferenza istituzionale che ha radici profonde. Uccisioni arbitrarie, torture e violenze sessuali sono solo alcune delle accuse rilevate dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), l’agenzia delle Nazioni Unite che monitora il fenomeno migratorio e confermate dalle storie dei sopravvissuti che di quegli orrori portano i segni sulla loro pelle. Intorno ai corpi dei migranti si è infatti sviluppato un vero e proprio business, dove l’intero sistema, dall’organizzazione delle partenze alla detenzione, passando per l’estorsione, le torture a scopo di ricatto e il traffico di esseri umani ha generato entrate significative per individui, gruppi terroristici e persino istituzioni statali colluse, creando un circolo vizioso in cui la violenza alimenta il profitto, e il profitto giustifica ulteriormente la violenza. Il tutto mentre i governi europei chiudono entrambi gli occhi.
E questo nonostante tale sistema sia stato usato coscientemente fin dai tempi di Gheddafi per ricattare i paesi dell’Unione, e in particolare l’Italia, trasformando i flussi migratori in un’arma politica e diplomatica. Aprendo o chiudendo il rubinetto dei migranti in base alle necessità del momento – che si trattasse di riconoscimento internazionale o bisogno di aiuti finanziari – la Libia è sempre stata in grado di tenere l’Italia al guinzaglio. Ma meccanismi simili sono stati introdotti anche da altri paesi, dalla Turchia di Erdogan che chiedeva maggiori investimenti europei alla Bielorussia che ha usato la pressione migratoria come forma di vendetta per le sanzioni europee.
Ecco i risultati del processo di esternalizzazione delle frontiere messo in atto dalla fortezza Europa negli ultimi anni. A suon di retorica securitaria da una parte, che vede nell’immigrazione un pericolo per il vecchio continente, e dall’altra di una visione dei migranti come vittime della tratta da salvare, nel corso del tempo l’Unione – e i singoli stati nazionali – hanno progressivamente chiuso i propri confini. Un approccio che non solo h rimodellato le politiche di sicurezza, ma ha anche alimentato una cultura dell’esclusione che ha reso sempre più difficile la realizzazione di politiche di integrazione efficaci. A ciò si è accompagnato specularmente anche un cambiamento nelle politiche di sviluppo messe in campo dall’UE verso gli stati di transito o partenza. Alle misure di sostegno economico, volte alla sedentarizzazione della popolazione (il cosiddetto “aiutiamoli a casa loro”), si sono infatti accompagnate richieste di un maggior sostegno da parte di quei paesi nella lotta alla migrazione clandestina. Il tutto senza preoccuparsi troppo di come quel contrasto sarà praticato e, di conseguenza, delle condizioni di chi indipendentemente da queste misure cercherà comunque di partire. Sì, perché quello che spesso fingiamo di dimenticare è che per quanto si possano rendere più rigide le norme sull’immigrazione, per quanto si possano costruire muri per fermare i flussi, le persone non smetteranno mai di muoversi. Cambieranno le rotte e se ne apriranno di nuove, spesso ancora più impervie e pericolose, ma difficilmente chi lascia tutto perché non ha nulla da perdere (se non forse la vita) si farà frenare dal partire.
Questo atteggiamento ha dato vita ad accordi, oltre ai già citati casi della Libia e della Turchia, anche con paesi come Tunisia ed Egitto, ossia i principali porti di partenza delle rotte migratorie che attraversano il Mediterraneo. Questi patti, intorno ai quali spesso c’è ben poca trasparenza, hanno contribuito a creare un confine tra legalità e illegalità sempre più labile. Ma fino a qualche tempo fa questa non era la norma, tutt’altro. Prima del 2016, data in cui il Consiglio Europeo sottoscrisse un accordo con la Turchia di Erdogan che prevedeva il rimpatrio dei profughi (in stragrande maggioranza siriani) che tentavano di raggiungere la Grecia, accordi del genere sarebbero stati impensabili. Cambio di atteggiamento che si è visto con ancora più evidenza quando parliamo del nostro paese. Siamo infatti passati dalla operazione Mare Nostrum, una missione di ricerca e salvataggio dei migranti lungo il canale di Sicilia, inaugurata a pochi giorni dal tragico naufragio che nell’ottobre 2013 causò la morte di quasi 400 persone, agli accordi con la Libia sottoscritti nel 2017 dall’allora ministro degli interni Minniti. A giustificare il cambio di atteggiamento il timore che l’aumento esorbitante degli sbarchi (quasi 120mila quell’anno) mettesse a rischio la “tenuta democratica del Paese”. L’accordo prevedeva il finanziamento, l’addestramento e la fornitura di mezzi da parte dell’Italia alla Guardia costiera libica. Questi accordi, nonostante le tante contestazioni e l’emergere di legami sempre più stretti tra ufficiali libici e trafficanti di uomini, sono stati rinnovati da tutti i governi che si sono succeduti da lì in avanti. Certo, in termini numerici gli accordi hanno funzionato: sia gli sbarchi che le morti in mare sono infatti diminuite. Poco importa però se le sofferenze, le torture e i decessi si sono semplicemente spostati dal Mediterraneo alle coste libiche. Questo trasferimento geografico della crisi però, non risolve il problema, ma si limita ad allontanare da noi la questione, nascondendola sotto il tappeto, lasciando tuttavia intatte le violazioni dei diritti umani.
Il paradosso di questa situazione è che a furia di condannare tutto il fenomeno migratorio si perde di vista il fatto che flussi controllati di immigrazione regolare sono uno strumento essenziale, per non dire necessario, a garantire crescita e sviluppo economico. Basti pensare a come il vecchio continente, seppur in misura differente nei vari stati dell’Unione, stia vivendo oggi un inverno demografico che pare incontrovertibile, con tutti i problemi che una bassa natalità comporta. In primo luogo per la sostenibilità del sistema previdenziale. Non serve star qui a spiegare come se aumentano le pensioni erogate, ma diminuiscono i lavoratori che versano i contributi, il sistema non può stare in piedi. E se gli italiani, per mille motivi (tutti legittimi) non fanno più figli il modo più semplice per aumentare il numero di lavoratori è quello di incrementare il numero di immigrati regolari. Situazione questa per altro aggravata da una fuga di cervelli che pere orami inarrestabile e che ha visto oltre mezzo miliardo di giovani lasciare l’Italia dal 2011 a oggi. Ma il ruolo positivo dei flussi migratori non si limita a questo. Quante volte infatti si parla degli italiani che non vogliono più fare certi lavori? Il fenomeno, che riguarda soprattutto determinati settori (quelli più umili), ha una portata tale da non poter essere più ignorata. Secondo Confindustria, infatti, nella prima metà del 2024 quasi il 70% delle aziende italiane riscontrava difficoltà nel reperire nuovo personale. Ma al di là dei dati sull’occupazione della forza lavoro straniera, che certifica come si concentri in mestieri poco o nulla qualificati, basta rifarsi alla nostra esperienza quotidiana per renderci conto che ci sono settori dove gli italiani sono diventati la minoranza. Penso a chi si spacca la schiena in cantiere, ai lavoratori domestici, a chi passa la giornata tra la terra nei campi o con gli animali negli allevamenti. Certo, forse davanti a chi fugge da morte certa, davanti a chi mette a rischio la propria vita, e magari quella dei propri figli, per avere accesso a una vita dignitosa, e soprattutto di fronte al numero incalcolabile di vittime (30mila quelle stimate dall’OIM negli ultimi 10 anni) che colorano di rosso il Mediterraneo, più che all’aspetto economico bisognerebbe guardare a quello umano. Ma laddove le coscienze non arrivano, quando l’empatia collettiva sembra ormai essersi affievolita a tal punto da non riconoscere più la sofferenza altrui, forse può arrivare il portafoglio. Non dimentichiamoci mai infine che gli italiani sono stati loro stessi emigranti e proprio come gli immigrati di oggi hanno subito sulla loro pelle tutte le difficoltà di farsi accettare da paesi che li vedevano come un pericolo da arginare. Magari un bagno nel nostro passato, nella nostra storia nazionale – segnata anche da tragedie come quella di Marcinelle – può aiutarci a riscoprire un senso di umanità che forse negli ultimi anni si è assopito un po’ troppo.
(A cura di Luca Bellinzona)

