Sergio Ricossa contro Sraffa: la difesa del valore soggettivo

da | Mag 11, 2026 | Economia

Il bersaglio: Produzione di merci a mezzo di merci (1960)
Quando Piero Sraffa pubblicò nel 1960 il suo breve e denso volume, lo presentò egli stesso — nel sottotitolo — come sole premesse a una critica della teoria economica. Nella prefazione scrisse: «È carattere particolare della serie di proposizioni che vengono ora pubblicate che esse, per quanto non si addentrino nell’esame della teoria marginale del valore e della distribuzione, sono state tuttavia concepite così da poter servire di base per una critica di quella teoria. Se la base terrà, la critica potrà essere tentata più tardi, o dall’autore o da
qualcuno più giovane e meglio attrezzato per l’impresa.» Il progetto teorico era ambizioso. Sraffa si proponeva di gettare le basi per una critica della scuola marginalista e di perfezionare la teoria classica del valore sviluppata da Ricardo, analizzando un modello di produzione lineare in cui fosse possibile determinare la struttura dei prezzi relativi e una delle due variabili distributive — saggio di profitto o di salario — data
esogenamente l’altra variabile e la tecnologia. Il risultato era un sistema in cui la teoria dei prezzi diveniva completamente autonoma, da un punto di vista logico, da qualsiasi teoria del valore: per determinare prezzi e saggio del profitto non occorreva riferirsi né a quantità di lavoro né a utilità soggettive.


Chi era Sergio Ricossa
Proprio questa pretesa di autonomia divenne il bersaglio principale di Sergio Ricossa (1927–2016), professore di Politica economica all’Università di Torino e vicepresidente della Mont Pelerin Society, accademico dei Lincei e presidente onorario dell’Istituto Bruno Leoni. Liberale intransigente, formatosi alla scuola di Bruno Leoni e in contatto con Friedrich von Hayek, Ricossa dedicò anni all’attacco sistematico del sistema sraffiano. Dopo aver dedicato anni a smontare le teorie di Piero Sraffa, sintetizzò il suo percorso critico in Teoria unificata del valore
economico (Giappichelli, 1981).


Il cuore della critica: il sistema è «chiuso» e irreale
L’accusa fondamentale di Ricossa è di ordine metodologico. È in un serrato confronto con il «costruttivismo» prevalente nella scienza economica che Ricossa sviluppa interesse e attenzione per i grandi temi del liberalismo, demolendo soprattutto la teoria di Sraffa. Il termine «costruttivismo» è rivelatore: Ricossa rimproverava a Sraffa di aver edificato un sistema logicamente coerente ma artificiosamente chiuso, fondato su condizioni tecniche date e su coefficienti fissi di produzione, tagliando fuori tutto ciò che rende vivente un’economia reale: la scarsità, la preferenza, la scelta del consumatore, il dinamismo imprenditoriale.
Sraffa considera la produzione come un processo «circolare» in cui le stesse merci appaiono sia tra le quantità prodotte che tra i mezzi di produzione, tipica prospettiva dei primi economisti classici. Per Ricossa questa impostazione, pur matematicamente raffinata, presuppone un’economia in stato stazionario, priva di cambiamento tecnico endogeno, di preferenze dei consumatori, di incertezza: un mondo che non esiste.
Il valore senza soggetto: un’economia senza uomini La critica più profonda tocca la teoria del valore. Sraffa, eliminando sia il lavoro marxiano sia l’utilità marginale come fondamento del valore, costruisce un sistema di prezzi puramente oggettivo e relazionale. Per Ricossa questo era il tallone d’Achille dell’intera costruzione. Nella sua prospettiva liberale, ispirata alla tradizione soggettivista austro-marginale (Menger, Böhm-Bawerk, Hayek), il valore non può prescindere dalla valutazione individuale: i prezzi sono segnali informativi che emergono dall’interazione di soggetti che scelgono in condizioni di scarsità. Un sistema che prescinde dall’utilità soggettiva non spiega i prezzi reali: li postula. I contributi di Ricossa si incentrano nell’incisiva e corposa analisi che collega la dimostrazione dei gravi limiti del modello di Sraffa — al quale si attribuiva la demolizione dell’economia neoclassica — alla teoria unificata del valore economico, nella prospettiva di un neomarginalismo. In altri termini, Ricossa non si limitava a difendere la tradizione neoclassica, ma tentava di fondare una sintesi unificata capace di resistere alle obiezioni sraffiane, pur mantenendo il primato del soggetto e della preferenza individuale. Una polemica ideologica? Non mancarono letture riduttive della posizione di Ricossa, che in certi ambienti marxisti e keynesiani veniva liquidata come mera difesa ideologica del liberismo. Secondo Ricossa «la libertà economica è gran parte della libertà tout court», sottolineando come «difficilmente chi non si occupa della libertà economica potrà occuparsi delle altre libertà dell’uomo». Il nesso
tra teoria economica e visione politica era, in lui, esplicito e rivendicato: smontare Sraffa non era un esercizio puramente tecnico, ma parte di un impegno intellettuale più vasto a difesa dell’ordine spontaneo del mercato contro ogni pianificazione razionalistica.


Un confronto rimasto aperto
La critica di Ricossa non diventò mai la confutazione definitiva che egli ambiva a scrivere, né il fronte neo-ricardiano cessò di essere influente nel dibattito accademico internazionale. Tuttavia il suo lavoro rappresenta una delle poche voci italiane che, nel clima culturale degli anni Sessanta e Settanta dominato dall’influenza gramsciano-marxista, si oppose con rigore analitico — e non solo con argomenti politici — alla fortuna di Sraffa. Per anni Ricossa fu l’unico punto di riferimento per quella minoranza coraggiosa di italiani che non aveva smesso, nonostante la sbornia ideologica degli anni Settanta, di preferire la libertà economica
all’economia di piano. Il confronto tra Sraffa e i suoi critici liberali rimane aperto, e testimonia quanto la teoria del valore — apparentemente astratta — sia sempre anche una presa di posizione sull’idea di
società che si intende difendere.