Scrivo queste righe sull’onda di una discussione che ho avuto su quello che ancora mi piace chiamare Twitter. Tutto parte da una foto della Sindaca di Genova Silvia Salis ricondivisa da un utente che si augurava fosse lei la candidata Premier del centrosinistra.
Non voglio qui entrare nel merito, anche perché penso che cosa debba o non debba fare Salis lo deciderà lei senza che la si tiri per la giacchetta.
Quello che mi interessa è fare un ragionamento su una serie di commenti in cui, partendo da un parallelismo tra la sindaca di Genova e la segretaria del PD Schlein, si riduceva il successo di Salis alla sua mera qualità estetica. Le sue decisioni ridotte a scelte prese da altri più esperti, le posizioni che prende copiate da altri politici, e le persone che guardano a lei con favore liquidate a gente che sceglie in base all’estetica. Il sottotesto era chiaro: Salis e Elly Schlein dicono le stesse cose, solo che una è più bella dell’altra e questo, secondo l’autore del commento, spiegherebbe tutto.
Che Silvia Salis sia una donna di bell’aspetto e che curi la sua immagine non è certo una scoperta. Così come non lo è il fatto che parte del suo carisma dipenda anche da questo. In politica, dove la telecamera diventa uno strumento fondamentale, avere una bella presenza torna utile, tanto per le donne quanto per gli uomini (eppure a loro nessuno lo fa notare). Ma questo presunto privilegio porta con sé un rovescio della medaglia che finisce per pesare molto di più del vantaggio: una donna attraente che occupa un ruolo di responsabilità, specie uno storicamente maschile, rischia sistematicamente di essere considerata poco competente, come se bellezza e intelligenza fossero qualità mutualmente esclusive. E questo tipo di commento ne è la prova.
Un pregiudizio, quello per cui l’estetica e la competenza siano due caratteristiche mutualmente escludenti, ancora molto radicato nella società. Si tratta di un’idea che ha radici profonde e lontane nella storia, che si riallaccia alla visione patriarcale per cui la donna è ridotta a oggetto estetico, il cui valore dipende unicamente dall’apparenza. Angeli del focolare che dovevano curare sé stesse e la famiglia, lasciando agli uomini il resto, con l’intelligenza che si codificava come esclusivamente maschile. Nel corso della storia ciò ha portato non solo a ostracizzare e ostacolare le donne nell’accesso all’istruzione — soprattutto a quella di alto livello — e alle professioni intellettuali, ma anche a invisibilizzare il loro contributo a favore dei colleghi uomini. Un retaggio che arriva fino ai giorni nostri, condannando le donne a essere giudicate sempre e comunque attraverso il filtro dell’estetica, costrette a scegliere tra intelligenza e apparire. E, come vedremo, non esiste un modo giusto di stare dentro quel filtro.
Tutto questo, manco a dirlo, non vale per gli uomini, dove essere di bell’aspetto spesso si traduce in un apparire più carismatici, più competenti, con maggiori capacità di leadership. Se gli uomini attraenti ne beneficiano vedendo aumentata la loro capacità percepita, le donne si scontrano con il preconcetto che il loro aspetto fisico sia il loro principale punto di forza. Un doppio standard che le costringe a lottare continuamente per essere riconosciute per quello che dicono e fanno, non per come appaiono.
E non è l’unico caso in cui la stessa caratteristica produce effetti opposti a seconda del genere. Le qualità considerate preziose in un politico maschio come assertività, ambizione e sicurezza in sé stessi, diventano difetti quando le incarna una donna: la rendono “antipatica”, “aggressiva”, “supponente”. Un meccanismo che meriterebbe una trattazione a parte, ma di cui i commenti ricevuti da Kamala Harris durante la campagna elettorale del 2024 sono un esempio plastico: la stessa determinazione che in un uomo sarebbe stata letta come forza, in lei è diventata materiale per attacchi personali.
Il caso di Silvia Salis non è isolato, e non riguarda solo il centrosinistra. Mara Carfagna, due volte ministro, vicepresidente della Camera e parlamentare da oltre dieci anni, si sente ancora oggi rinfacciare la partecipazione a Miss Italia e il passato da showgirl. Un meccanismo che non conosce confini geografici. Sarah Palin, prima donna governatrice dell’Alaska e candidata vicepresidente degli Stati Uniti nel 2008, si trovò a dover rispondere di una sua partecipazione anni prima a un concorso di bellezza, come se questo minasse la sua serietà e la sua competenza come candidata.
Eppure, sarebbe un errore pensare che il problema riguardi solo le donne di bell’aspetto. Il paradosso infatti è che anche apparire poco curate o trascurate ha un costo altissimo. Rosy Bindi venne definita in senso dispregiativo “più bella che intelligente”, Teresa Bellanova fu massacrata il giorno stesso del giuramento del Governo Conte II per il suo abbigliamento. Hillary Clinton, dal canto suo, durante la sua campagna per le presidenziali USA venne costantemente derisa per il suo abbigliamento e descritta come troppo mascolina, critiche identiche a quelle rivolte a Meloni. Insomma, alle donne non viene perdonato niente sul piano estetico. Un caso emblematico in tal senso è quello di Elly Schlein, che è stata attaccata sia perché considerata poco avvenente (si potrebbe citare la disgustosa vignetta pubblicata dal Fatto Quotidiano dove la segretaria del PD è rappresentata imbruttita e col nasone), ma al contempo non le venne perdonato l’aver chiesto il sostegno di una consulente d’immagine (la famosa polemica dell’armocromista). Tutti attacchi che non hanno nulla a che fare con la politica, ma che alle donne vengono riservati con una frequenza e una ferocia che non ha paragoni maschili.
Quando la politica è donna, i contenuti spariscono. Le proposte, le decisioni, i risultati, tutto oscurato da giudizi su come è vestita, quanto è o non è attraente. Considerazioni che raramente vengono espresse quando si parla di uomini. Certo, capita anche a loro. Basti pensare ai commenti inaccettabili rivolti a Mario Adinolfi o Renato Brunetta. Ma è un fenomeno che, per quanto grave, è numericamente trascurabile e certamente non strutturale come lo è invece per le donne. Questo porta le donne a partire svantaggiate rispetto agli uomini, a doversi preoccupare non solo di quello che dicono e dei risultati che portano a casa, ma anche a doversi destreggiarsi tra giudizi e commenti sulla loro estetica. E alla fine ciò che resta è la sensazione che per una donna in politica non basti mai essere brava, bisogna anche sembrarlo nel modo giusto. E il modo giusto, evidentemente, non esiste. Quello che sarebbe auspicabile per una democrazia matura come dovrebbe essere la nostra è un dibattito politico dove al centro ci siano i contenuti, e tutto il resto — il genere, l’estetica, la simpatia, la vita privata — passi in secondo piano. Perché il confronto politico deve poggiare sul piano delle idee, e quando trascende sul personale smette di essere politica e diventa qualcos’altro. Un primo passo sarebbe semplice, anche se evidentemente non lo è: giudicare una donna per quello che dice e fa, non per come appare. Come si fa, da sempre, con gli uomini.
(A cura di Luca Bellinzona)

