L’ascensore sociale italiano: il merito rimane fermo al Piano Terra

da | Mar 23, 2026 | Economia

Il concetto di “ascensore sociale” rappresenta il cuore pulsante di ogni società che aspiri a definirsi liberale. Esso non incarna una promessa di uguaglianza dei risultati – concetto estraneo alla prassi del libero mercato – bensì la garanzia dell’uguaglianza dei punti di partenza. In una democrazia sana, il destino economico e professionale di un individuo dovrebbe essere il prodotto del binomio talento-impegno, non il riflesso speculare del codice postale di nascita o del patrimonio dei genitori. Tuttavia, i dati più recenti suggeriscono che in Italia questo meccanismo non sia solo rallentato, ma strutturalmente inceppato, trasformando la stratificazione sociale in una sorta di moderno sistema di caste.

​Per comprendere l’entità del problema, è necessario guardare all’indice di elasticità intergenerazionale dei redditi. Secondo i dati OCSE e i report della Banca d’Italia (2024), l’Italia presenta una delle correlazioni più alte d’Europa tra il reddito dei padri e quello dei figli. Si stima che servano mediamente cinque generazioni perché una famiglia a basso reddito raggiunga il reddito medio nazionale.

​Un confronto internazionale ravvicinato chiarisce la natura del problema: nei paesi del Nord Europa, spesso erroneamente etichettati come puramente assistenzialisti, la mobilità sociale è doppia rispetto alla nostra. Il segreto di nazioni come la Danimarca o la Svezia risiede nel coniugare un welfare efficiente con indici di libertà economica e flessibilità del mercato tra i più alti al mondo. Mentre l’Italia si ostina a proteggere il “posto” di lavoro esistente tramite vincoli normativi rigidi, i modelli più dinamici proteggono il lavoratore attraverso sistemi di riqualificazione continua, permettendo all’individuo di salire i piani della scala sociale senza rimanere imbrigliato in settori obsoleti o declinanti.

​Al contrario, la “persistenza ai vertici” in Italia è quasi garantita: chi nasce nel top 10% della distribuzione della ricchezza ha probabilità enormemente superiori di mantenervi la posizione, indipendentemente dal reale contributo produttivo. Il fenomeno dei NEET (Not in Education, Employment or Training – ovvero i giovani tra i 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non frequentano corsi di formazione), che in Italia sfiora ancora il 19%, è il sintomo più evidente di un motore che ha smesso di aspirare energia dal basso.

​Quello che qui metaforicamente viene denominato come blocco dell’ascensore sociale italiano, non è altro che il risultato di stratificazioni legislative e culturali che hanno privilegiato la stabilità alla crescita. Possiamo individuare tre pilastri che sorreggono questa immobilità:

​1. L’istruzione come barriera invisibile e lo “Human Capital Investment”

Sebbene l’università sia teoricamente accessibile a tutti, il divario qualitativo e l’assenza di un sistema di scolarizzazione realmente competitivo creano una selezione ambigua tra conoscenze pratiche e teoriche. Qui si innesta il tema critico dell’investimento nel capitale umano: in un’ottica liberale, l’istruzione non può essere ridotta a un mero diploma formale dal valore legale, ma deve tradursi in competenze spendibili e aggiornate. È necessario incentivare fiscalmente le imprese che investono direttamente nella formazione di giovani talenti provenienti da contesti svantaggiati. Se il mercato “adotta” il potenziale inespresso attraverso borse di studio private o apprendistati di alta qualità, si passa dal sussidio sterile alla creazione di valore reale.

​2. Il sistema delle corporazioni e le rendite di posizione

L’economia italiana è ancora profondamente segnata da barriere d’ingresso che scoraggiano l’innovazione. Ordini professionali chiusi, licenze limitate e una giungla burocratica che favorisce chi ha già le risorse per navigarla, agiscono come una tassa occulta sul merito. Laddove il mercato è ingessato, non vince chi offre il servizio migliore o il prodotto più innovativo, ma chi possiede la relazione giusta col risultato che la concorrenza viene sistematicamente sacrificata sull’altare della pace sociale dei gruppi d’interesse.

​3. Il carico fiscale e lo squilibrio tra capitale e lavoro

Mentre la rendita – sia essa immobiliare o finanziaria ereditaria – gode di regimi agevolati o di tassazioni di successione tra le più basse d’Europa, il lavoro dipendente e l’impresa giovanile sono gravati da un cuneo fiscale asfissiante. Questo squilibrio impedisce l’accumulazione di capitale proprio da parte di chi non ha una “spinta” familiare. In breve: nell’Italia odierna è matematicamente più facile mantenere una ricchezza ereditata che costruirne una nuova partendo da zero.

​In questo scenario, la risposta politica degli ultimi anni si è spesso rifugiata in un assistenzialismo di facciata. Appare dunque essenziale ribadire che il sussidio monetario a pioggia è un palliativo che anestetizza il problema senza risolverne le radici. L’assistenzialismo cristallizza l’individuo nella sua condizione di bisogno, rendendolo cliente dello Stato anziché cittadino libero di autodeterminarsi.

​La vera politica per la mobilità sociale non dovrebbe concentrarsi sulla redistribuzione della ricchezza ex-post, ma sulla redistribuzione delle opportunità ex-ante.

Riparare l’ascensore sociale significa smantellare i monopoli, liberalizzare i servizi e premiare il rischio d’impresa. Lo Stato deve cessare di essere un “erogatore di assegni” per tornare a essere il “garante della competizione”, colui che assicura che il campo da gioco sia piano per tutti.

​Per invertire la rotta, la politica economica deve agire su leve strategiche che restituiscano dinamismo al sistema:

  • ​Defiscalizzazione totale per le startup giovanili nei primi cinque anni di attività, permettendo a chi non possiede patrimoni familiari di accumulare le risorse necessarie per scalare il mercato.
  • ​Liberalizzazioni radicali nel settore dei servizi e delle professioni, abbattendo i costi per i consumatori e aprendo spazi di mercato per i nuovi entranti.
  • ​Semplificazione amministrativa, eliminando le “rendite burocratiche” che fungono da barriera insormontabile per chiunque provi a innovare senza una struttura legale alle spalle.

​In conclusione, urge stringere un nuovo patto generazionale.

​Un’Italia che rinuncia alla mobilità sociale è un’Italia che accetta consapevolmente il proprio declino. È giunto il momento di denunciare lo squilibrio generazionale che caratterizza il nostro Paese: un sistema che chiede costantemente ai giovani di finanziare le sicurezze, le pensioni e le rendite delle passate generazioni, senza offrire in cambio un terreno di gioco equo su cui misurarsi. ​Riparare l’ascensore sociale richiede un nuovo patto basato sulla crescita anziché sulla conservazione dello status quo. Restituire le “chiavi” del merito ai cittadini significa scommettere sulla parte più vitale e coraggiosa del Paese. La libertà non è un concetto astratto: è la reale possibilità di migliorare la propria condizione attraverso l’ingegno, il rischio e la fatica. Senza questa possibilità, il liberalismo perde la sua forza propulsiva e la società si spegne nel risentimento e nella stagnazione.

(A cura di Daniele Avignone)