Il 3 gennaio del 2026, il mondo si è svegliato con una sorpresa dal sapore agrodolce, uno scenario che l’amministrazione Trump ormai paventava da tempo ma che in pochi credevano sarebbe stata implementata fino in fondo: durante la notte, in seguito a bombardamenti mirati contro obiettivi militari e simbolici (come il mausoleo di Chavez), la Delta Force statunitense ha catturato e deportato negli Stati Uniti il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. La piccola guerra tra Stati Uniti e Venezuela (di cui si è parlato approfonditamente in un precedente articolo) va ormai avanti da mesi, prendendo di mira presunte imbarcazioni di narcotrafficanti che Washington accusa di essere legate direttamente alla presidenza venezuelana, di fatto esercitando pressione sul regime. Tuttavia, Donald Trump ha infine deciso: in seguito a strette sempre più soffocanti verso il regime, Maduro si è dichiarato disponibile a collaborare, ma gli Stati Uniti hanno infine optato per il pugno duro, inscenando una vera e propria dimostrazione di forza che ha ben pochi precedenti.
Pochi mesi fa, analisti ed esperti spiegavano la nuova politica estera trumpiana come una riesumazione della Dottrina Monroe accompagnata da un “Corollario Trump”, che estende l’applicazione della “non ingerenza” straniera a tutto l’Emisfero Occidentale. L’assertività di questa nuova posizione internazionale, detta anche “Dottrina Donroe”, pone la pietra tombale al già indebolito sistema internazionale nato in seguito alla Seconda Guerra Mondiale e di fatto accetta la creazione di un mondo multipolare dominato da tre grandi attori: Stati Uniti, Russia e Cina. Per spiegare il motivo di questa nefasta conclusione, è necessario tornare a quanto accaduto in Venezuela e soprattutto ai motivi (percepiti e reali) che hanno portato al rapimento del dittatore chavista.
Occorre partire analizzando gli aspetti positivi della vicenda: la caduta del regime. Il Venezuela, un tempo uno degli Stati più ricchi del Sudamerica, è stato distrutto e impoverito dal chavismo. Negli ultimi anni, la situazione per la popolazione era divenuta insostenibile, portando il regime a fare sempre più leva su propaganda e repressione. A riportare sotto gli occhi della comunità internazionale la drammatica situazione venezuelana, è stata l’assegnazione del Premio Nobel per la pace a Maria Corina Machado, leader dell’opposizione anti-Maduro, premiazione che ha colpito negativamente Donald Trump, autocandidatosi a ricevere l’onorificenza. L’intervento americano potrebbe quindi essere letto come un aperto e solidale supporto alla coraggiosa opposizione che ha sfidato per anni clandestinamente il regime nonostante la feroce persecuzione politica. Da qui deriva la prima interpretazione: colpendo Maduro, gli Stati Uniti avrebbero aperto le porte al regime change e, dato il ruolo di Machado, avrebbero portato conseguentemente al ritorno della democrazia in Venezuela; in quest’ottica, l’azione sarebbe stata un male necessario per amor di democrazia.
Tuttavia, l’intera interpretazione non regge al confronto con la realtà, sia per quanto riguarda le modalità dell’operazione che con ciò che realmente è accaduto immediatamente dopo la cattura di Maduro. Partendo dal principio, la missione è stata unilaterale: gli Stati Uniti hanno condotto un’azione in territorio straniero senza il coinvolgimento di nessuno, mancando completamente di una legittimazione internazionale. Dal 2022 fino ad oggi, il diritto internazionale è stato violato sistematicamente da diversi attori (dalla Russia che in primis ha scatenato una guerra su larga scala sul suolo europeo, da Israele nella sua risposta spropositata su Gaza, da India e Pakistan con le loro schermaglie, dall’Iran nella sua violenta repressione dei propri cittadini, in Yemen ed in Sudan dalle varie milizie armate), indebolendo l’intero sistema internazionale post-bellico e aprendo le gabbie a comportamenti pericolosi e sempre più sfrontati; l’operazione statunitense legittima questa tendenza (essendo stato Washington il primo tutore di questo ordine mondiale), svuotando il già debole diritto internazionale di qualunque senso. A peggiorare la gravità della situazione, è stata la decisione di Trump di sottoporre Maduro alla giustizia statunitense: ciò implica che Washington non riconosce la sovranità di Caracas sul territorio venezuelano ed aprendo le porte alla possibilità di estendere la propria giurisdizione in maniera pericolosamente indefinita.
A conferma di ciò, vi sono le dichiarazioni del presidente americano sul futuro politico del Paese: chi nelle prime ore considerava l’azione come un male necessario per amor di democrazia, ha dovuto fare i conti con il rifiuto di Trump di incaricare Machado alla guida della fase transitoria del Paese. La leader dell’opposizione venezuelana gode infatti della legittimazione democratica della propria popolazione, avendo vinto le ultime elezioni contro Maduro (che si è prontamente dichiarato invece vincitore); Trump ha invece dichiarato che Machado non è popolare presso l’opinione pubblica venezuelana ed ha stabilito che saranno gli stessi Stati Uniti a guidare il Paese finché lo riterranno necessario. Ancora una volta, però, The Donald ha rivelato le vere intenzioni di questa amministrazione: a scapito della tanto agognata svolta democratica, Washington ha riconosciuto nella vicepresidente venezuelana Delcy Rodríguez il ruolo di presidente ad interim del Paese. La decisione potrebbe essere giustificata con l’idea di garantire continuità tra Maduro ed il nuovo assetto istituzionale che si prospetta per il Paese; tuttavia, ciò è messo in dubbio dal fatto stesso di aver messo a capo del Paese una navigata figura del regime chavista, a discapito della democraticamente legittimata Machado.
Il riconoscimento di Rodríguez come presidente ad interim e l’idea trumpiana di guidare il Venezuela “a tempo indeterminato” sembrano in apparente contraddizione, ma così non è per due motivi: anzitutto, Trump ha di fatto legato le sorti della nuova leader venezuelana al regime change, affermando che se non avesse collaborato con gli Stati Uniti sarebbe andata incontro alla stessa fine di Maduro; ma soprattutto, nelle ore successive al rapimento, Trump ha fatto sapere al mondo intero che sarebbe stata Washington a prendere il controllo del petrolio di Caracas, mettendo immediatamente sul mercato una quantità stimata tra 30 e 50 milioni di barili di greggio venezuelano, una quantità minima rispetto all’estrazione annuale del Venezuela, ma che simbolicamente segna il passaggio di proprietà della produzione petrolifera.
La decisione di gestire direttamente il petrolio venezuelano potrebbe essere giustificata con una lettura cinica di quelli che erano i rapporti economici del regime chavista: Caracas esportava la maggior parte del proprio petrolio verso Cina e Russia, permettendo a questi due Paesi di sostenere il proprio sforzo bellico (per Mosca) ed il proprio fabbisogno energetico (per Pechino). Si potrebbe pensare che sotto il controllo americano, Russia e Cina possano subire un calo del fabbisogno di petrolio, capace di rallentare i loro sforzi; tuttavia, se così fosse, è facile ipotizzare che la diminuzione delle quantità di greggio non farebbe altro che stringere la cooperazione economica ed energetica di Russia e Cina, collaborazione già molto forte in Artico e Siberia per la ricerca di giacimenti sotterranei ed il loro sfruttamento, aumentando ancora di più la competizione geostrategica nella regione artica e partecipando ad aumentare il senso di insicurezza che ormai soffia nell’Artide. Inoltre, dati i precedenti di questa amministrazione, è molto più probabile che ciò venga fatto per costringere Mosca e Pechino a trattare con Washington, dando a quest’ultima uno strumento in più per poter controllare il prezzo del petrolio e potendo così favorire quello statunitense, o più banalmente guadagnarci condividendo con Caracas una parte dei guadagni. A dimostrazione di ciò, è utile chiamare a testimone l’incontro alla Casa Bianca avvenuto pochi giorni fa tra Trump, Rubio ed i delegati di alcune grandi compagnie petrolifere per convincerle ad investire in Venezuela per aumentare le capacità estrattive e di raffinazione. Contrariamente alle aspettative del presidente, i magnati del petrolio non hanno risposto positivamente all’appello di Trump, con il delegato di ExxonMobil che ha apertamente dichiarato il Venezuela come “uninvestable”, data l’instabilità politica che attualmente vige nel Paese.
Le tifoserie scatenatesi finora potrebbero dunque arrivare alla conclusione che la rimozione di Maduro sia stata un errore e che la dittatura chavista dovesse proseguire. Al contrario, la fine del regime è un bene; il vero problema è che mettendo fatti, conseguenze e motivazioni sul piatto della bilancia, essa pende negativamente mostrando una serie di ricadute che potrebbero causare uno smottamento globale. L’amministrazione Trump avrebbe dovuto tenere conto di due aspetti per rivestire l’azione di un minimo di legittimità internazionale: in primo luogo, coinvolgere alleati, istituzioni internazionali o altri attori regionali, conducendo l’operazione in nome di una coalizione per la salvaguardia della regione (seppur non sia sufficiente a giustificare l’operazione in sé, ma almeno ne distribuisce le responsabilità); in secondo luogo, avrebbe dovuto consegnare Maduro ad un tribunale internazionale (anche se su di esso non pendeva alcun capo di accusa internazionale, ma quantomeno avrebbe permesso lo svolgimento di un equo processo al di sotto della giurisdizione internazionale).
Tuttavia, la migliore delle ipotesi avrebbe visto gli Stati Uniti portare Machado a Caracas subito dopo il rapimento di Maduro, l’istituzione di una sua presidenza ad interim e la formazione di un governo di transizione, che avrebbe dovuto portare all’istaurazione di un governo democratico, il quale si sarebbe incaricato di processare Maduro secondo le proprie leggi, così favorendo un processo di riconciliazione interna al Paese (così come è avvenuto in Cambogia negli anni ‘70 e Sudafrica negli anni ’90), evitando rischiose rotture traumatiche interne, come invece ora si rischia tra Rodríguez ed i più ferventi cittadini pro-democratici ed anti-chavisti.
Perché Trump ha deciso per un’azione unilaterale? Ce lo dice il suo comportamento: il rapimento di Maduro è avvenuto in meno di 3 ore e la sua cattura funge da trofeo per sé stesso e minaccia verso altri. Nella stessa giornata, il presidente statunitense ha minacciato i presidenti di Colombia, Messico e Cuba, accusandoli di essere responsabili per il traffico di stupefacenti (stessa imputazione mossa contro Maduro) e minacciando di prendere militarmente il controllo della Groenlandia. Condurre un’operazione congiunta o multilaterale avrebbe distribuito responsabilità ma anche meriti tra i partecipanti, mentre Trump vuole attestarsi in solitaria il pieno successo di quanto avvenuto, assumendo un potere ed un peso negoziale con altri Paesi che solo la minaccia dell’uso della forza poteva dargli; la cattura di Maduro dimostra che l’amministrazione americana è disposta ad andare oltre le minacce, assumendo un atteggiamento che si avvicina spaventosamente al gangsterismo.
I Paesi europei non possono seguire gli Stati Uniti in questa anacronistica ubriachezza di potere. L’ordine mondiale costruito a fatica dopo il ’46 ha bisogno di riformatori, non distruttori. Appoggiare l’atteggiamento statunitense significa tornare ad accettare l’utilizzo della forza nelle relazioni internazionali e le minacce a Groenlandia, Messico e Colombia sono la prova che l’interesse di questa amministrazione non è la salvaguardia della democrazia (come la deposizione di Maduro ha fatto pensare), ma il mero perseguimento dei propri interessi economici attraverso ogni mezzo. L’Unione Europea e le liberaldemocrazie di tutto il mondo devono difendere il diritto all’autodeterminazione dei venezuelani, premere affinché Machado possa guidare la transizione democratica del suo Paese e sostenere la rinascita di un Venezuela libero dalle ingerenze russe, cinesi e (a questo punto) statunitensi. Non capirlo significa dare il via libera alla Cina su Taiwan e alla Russia su tutta l’Europa orientale, poiché questa amministrazione apprezza l’idea di un mondo multipolare e tripartito e quando (e se) Washington deciderà di ritornare sui propri passi, forse i danni alla propria immagine ed al proprio soft power saranno troppo grande per essere risanati, poiché un male chiama un altro male, anche se al principio di tutto vi era un male necessario.
(A cura di Gabriele De Fazio)

