Educazione sessuale: un NO che fa male alle nuove generazioni

da | Nov 9, 2025 | Diritti Civili

Il giorno in cui abbiamo appreso della morte di Pamela Genini — l’ennesimo femminicidio che mostra quanto la violenza contro le donne resti una ferita aperta nel nostro Paese — la Commissione Cultura della Camera ha approvato un emendamento che limita fortemente le attività di educazione affettiva e sessuale nelle scuole italiane.

L’emendamento, che vede come prima firmataria la deputata della Lega Giorgia Latini, vieta «attività didattiche e progettuali, nonché ogni altra eventuale attività avente ad oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità» nelle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie di primo grado. Per le scuole superiori, invece, viene introdotto un meccanismo di consenso informato, che deve essere fornito per iscritto dai genitori. I progetti, i loro obiettivi, i contenuti, i metodi e gli esperti coinvolti dovranno quindi essere preventivamente comunicati alle famiglie e potranno svolgersi solo dietro la loro autorizzazione.

Il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara (Lega), ha risposto alle critiche delle opposizioni sostenendo che l’educazione sessuale resta nei programmi attraverso le nuove Indicazioni nazionali. Lo stesso Valditara, infatti, nel settembre 2024 aveva firmato il decreto contenente le linee guida per l’insegnamento dell’educazione civica. All’interno del documento, tra le altre cose, si parla di “relazioni improntate al rispetto verso il prossimo” e si invita a “educare a corrette relazioni per contrastare ogni forma di violenza e discriminazione, al fine altresì di promuovere la parità fra uomo e donna”. La stessa impostazione si ritrova anche nelle Indicazioni nazionali per il primo ciclo pubblicate a giugno di quest’anno, in cui si parla di educazione all’empatia e al rispetto della donna.

Le motivazioni con cui il Governo giustifica questa scelta — la tutela dei bambini da presunte derive ideologiche e la protezione dei minori da temi ritenuti disorientanti — non reggono. Le attività di educazione affettiva, infatti, non sono lezioni sul “fare sesso”, ma percorsi graduali di conoscenza del corpo, delle sue trasformazioni con la pubertà, del consenso, della prevenzione e del rispetto reciproco.

A guardare i dati, parrebbe poi che l’unica ideologia sia quella che muove le scelte del Governo in materia di educazione. Se mettiamo da parte la propaganda dei movimenti pro-vita, ci rendiamo facilmente conto che la sessualità tra i più giovani si manifesta sempre più presto e spesso senza che ragazzi e ragazze siano pienamente consapevoli di ciò che fanno. Secondo l’Osservatorio Giovani e Sessualità — una ricerca realizzata da Durex in collaborazione con Skuola.net — su oltre 15.000 giovani tra gli 11 e i 24 anni, quasi 1 su 10 (9,8%) ha avuto il primo approccio alla sessualità prima dei 13 anni, e il primo rapporto sessuale completo entro i 19. Circa la metà dei giovani dichiara di non parlare mai di sesso o contraccezione in famiglia. Allo stesso tempo, la principale fonte di informazione è ormai internet: secondo una ricerca di Save the Children e IPSOS, il 47% degli adolescenti sceglie il web per informarsi sulle pratiche sessuali e il 57% per approfondire il tema delle infezioni sessualmente trasmissibili.

Anche sul fronte della prevenzione i segnali sono preoccupanti: l’uso regolare del preservativo tra i giovani è diminuito dal quasi 60% del 2019 a circa il 45% nel 2025, con un calo netto soprattutto nelle fasce più giovani, dove una quota significativa dichiara di non usare alcun metodo di protezione. A ciò si aggiunge che quasi il 40% dei ragazzi non sa come utilizzare correttamente il profilattico, e che molti di quelli che lo sanno hanno imparato “sul campo”, insieme al partner. Il riflesso di questi comportamenti è un aumento delle infezioni sessualmente trasmissibili (IST). I dati contenuti nell’ultimo Notiziario dell’Istituto Superiore di Sanità mostrano come nel 2023 le IST siano aumentate del 16% rispetto al 2021. In particolare, le diagnosi di gonorrea sono cresciute dell’83%, quelle di sifilide del 25,5% e quelle di clamidia del 21,4%. Per quanto riguarda le fasce d’età, la più colpita è quella tra i 24 e i 44 anni (59,3% delle diagnosi), mentre quella tra i 15 e i 24 anni rappresenta il 15,9%. Sempre secondo l’Osservatorio Giovani e Sessualità, meno della metà dei ragazzi è in grado di riconoscere le principali malattie veneree. Quanto alla prevenzione delle gravidanze indesiderate, il 33% degli intervistati — un ragazzo su tre, per intenderci — è ancora convinto che il coito interrotto sia un metodo contraccettivo efficace. Niente di più sbagliato.

A tutto questo si aggiunge un altro fenomeno che non può essere sottovalutato: l’accesso precoce alla pornografia online. Oggi gli adolescenti si avvicinano al porno già durante gli anni delle scuole medie, senza però disporre di strumenti che consentano loro di sviluppare un approccio critico a questo tipo di contenuti. Il porno finisce così per “insegnare” modelli relazionali distorti, normalizzando dinamiche di performance e, spesso, rappresentazioni violente o degradanti della sessualità. Nonostante ciò, quasi un adolescente su quattro ritiene il porno una rappresentazione realistica dell’atto sessuale.

Di fronte a questi dati, il divieto o lo slittamento dell’educazione affettiva e sessuale verso una mera dimensione biologica appare una scelta miope e pericolosa. Numerose organizzazioni internazionali — a partire dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’UNESCO — ribadiscono da anni come l’introduzione di percorsi scientificamente fondati e adeguati alle diverse fasce d’età sia essenziale per prevenire gravidanze precoci, infezioni sessuali e violenza di genere, oltre che per insegnare il rispetto reciproco e l’importanza del consenso. Tuttavia, secondo la ricerca di Save the Children citata in precedenza, in Italia meno di uno studente su due ha ricevuto un’educazione sessuale a scuola, una percentuale che scende al 37% nelle regioni del Sud e nelle Isole. La politica ha il dovere (o quantomeno dovrebbe) di confrontarsi con dati ed evidenze scientifiche. Se l’obiettivo è tutelare i minori, la risposta non è oscurantismo o divieti, ma programmi chiari e standard formativi per docenti ed esperti. Ne va della salute e del benessere delle prossime generazioni.

(A cura di Luca Bellinzona)