Una delle lezioni che la storia ci ha insegnato è che lo sviluppo economico è sostenuto, se non causato, dall’innovazione tecnologica. A volte l’innovazione è così dirompente da trasformare non solo i sistemi di produzione, ma anche le strutture sociali delle comunità; in altre parole, può innescare una “rivoluzione industriale”. Le rivoluzioni industriali precedenti sono state caratterizzate da un cambiamento nella struttura occupazionale del mercato del lavoro: in un caso si passò dall’agricoltura e dall’artigianato alla produzione industriale; successivamente, l’economia basata strettamente sul modello fordista lasciò sempre più il passo ad un’economia basata su servizi e posizioni amministrative o dirigenziali.
L’avvento dell’intelligenza artificiale (AI) e la sempre maggiore pervasività dell’automazione del lavoro stanno però aggiungendo un elemento di novità rispetto al passato. [1] La rivoluzione industriale innestata da queste tecnologie sta economizzando l’uso della manodopera a ritmi superiori a quelli con cui la società è in grado di trovare impieghi alternativi per i lavoratori. In breve, molti lavori stanno già venendo automatizzati prima che il mercato del lavoro sia in grado di creare posti di lavoro sostitutivi. Questo rischio deriva dal fatto che, a differenza dell’informatizzazione del passato, i progressi tecnologici attuali minacciano concretamente non solo i lavori routinari, ma anche quelli definiti “intellettuali”.
Infatti, se qualcuno può imparare a svolgere un lavoro studiando una documentazione dettagliata di tutto ciò che è stato fatto in passato, o se qualcuno può diventare esperto semplicemente ripetendo i compiti già completati, allora c’è una buona probabilità che un giorno un algoritmo possa imparare a svolgere gran parte o tutto quel lavoro, o che una macchina possa eseguirlo pedissequamente.
Secondo uno studio di Microsoft, la sola AI generativa (che rappresenta solo un tipo di AI tra quelle attualmente disponibili) potrebbe sostituire i traduttori, gli scrittori, i data scientist ed i consulenti finanziari. Allo stesso modo non deve sorprendere se, secondo il World Economic Forum, i lavori con maggior domanda attesa nei prossimi cinque anni sono: lavoratori agricoli, autisti di furgoni leggeri o addetti alle consegne, sviluppatori di software, carpentieri e commessi.
Inoltre, non si può escludere che nei prossimi decenni vengano introdotte ulteriori innovazioni dirompenti che potrebbero accelerare ulteriormente l’attuale tendenza alla sostituzione, soprattutto se si considerano i computer quantistici e le loro capacità di calcolo sempre più elevate.
I primi effetti di questo cambio di paradigma sono già visibili. Aziende internazionali come Accenture e Microsoft hanno in programma di licenziare migliaia di lavoratori che ricoprono ruoli considerati obsoleti o non adattabili all’AI. Ad essere maggiormente a rischio, secondo la letteratura economica più recente, sono soprattutto le posizioni che dovrebbero ricoprire i giovani che si affacciano nel mondo del lavoro. Ciò determinerebbe un circolo vizioso in cui, la forza lavoro che pian piano va in pensione o risale gli organigrammi aziendali, non verrebbe più sostituita nelle posizioni che lascia, semplicemente perché nessun “apprendista” verrà assunto nel frattempo (non essendocene bisogno).
Siamo quindi di fronte ad un cambiamento dirompente e dagli effetti imprevedibili. Trincerarsi dietro alla solita narrativa che ci saranno lavori nuovi, che ancora non riusciamo ad immaginare, sarebbe il risultato di un ottimismo male informato. Non si tratta di una, eufemisticamente parlando, traslazione della manodopera dalle campagne alle fabbriche e dalle fabbriche agli uffici. In quei casi si trattava di lavori che venivano abbandonati a fronte di nuove mansioni che si andavano generando e che, tendenzialmente, garantivano anche uno standard lavorativo migliore.
Diversamente, con la rivoluzione dell’AI e la sempre maggiore automazione dei processi, determinati lavori stanno scomparendo senza dare un’alternativa equivalente o migliorativa.
Quello che possiamo imparare dagli errori della storia è che determinati fenomeni socioeconomici così epocali necessitano di essere inquadrati e, ove necessario, governati; l’automazione del lavoro a cui assistiamo sembra quindi richiederci di agire radicalmente su tre ambiti: l’istruzione e la formazione, il welfare e la regolamentazione. Le approndiremo nella seconda parte.
(A cura di Marco Tuttolomondo)

