Oltre la critica: Israele, Palestina e il rischio del pregiudizio

da | Lug 30, 2025 | Politica Internazionale

Chi scrive ritiene che figure come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich rappresentino posizioni estremiste che, se non fossero inserite nel contesto israeliano, sarebbero difficilmente distinguibili da ideologie autoritarie e illiberali.

Tuttavia, è altrettanto importante riconoscere che molte delle manifestazioni a favore della causa palestinese, specialmente in Europa, assumono spesso toni che travalicano la critica legittima a Israele e sfociano in forme di antisemitismo più o meno esplicite. Un esempio recente è l’aggressione a un padre ebreo con suo figlio in un autogrill vicino Milano, avvenuta unicamente per la loro identità ebraica.

La critica a Israele è lecita e persino necessaria in molti casi, soprattutto alla luce delle recenti politiche del governo Netanyahu e delle sofferenze della popolazione civile palestinese. Ma quando questa critica diventa selettiva, cieca e accompagnata da una costante demonizzazione di Israele come unico Stato colpevole nel mondo, si rischia di perdere la bussola etica. Una denuncia autentica delle ingiustizie dovrebbe essere coerente e fondata sui princìpi, non sull’ideologia.

In Israele vivono circa due milioni di cittadini arabi con pieni diritti civili: votano, siedono in parlamento, insegnano nelle università e ricoprono cariche pubbliche. Questo non significa che non esistano discriminazioni o problemi – ce ne sono, come in ogni paese – ma è essenziale riconoscere la complessità della società israeliana e la sua capacità di autocritica, testimoniata dalle numerose manifestazioni contro il governo e le sue politiche, anche da parte di ebrei israeliani.

A Gaza, invece, Hamas governa con metodi autoritari, limitando fortemente i diritti individuali, in particolare delle donne, della comunità LGBT e di chiunque osi dissentire. Raramente si vedono proteste di massa contro il regime, anche per il timore di repressioni violente. Questa differenza tra una democrazia imperfetta e un regime fondamentalista dovrebbe indurre a una maggiore cautela nell’attribuire responsabilità in modo unilaterale.

Eppure, soprattutto negli ambienti universitari e nei media, assistiamo spesso a una polarizzazione semplificata del conflitto, dove Israele è presentato come l’unico aggressore e i palestinesi come vittime assolute, senza distinzione tra popolazione civile e leadership armata.

Questa narrazione ignora le contraddizioni interne a entrambe le società e impedisce una comprensione profonda del conflitto. La funzione dell’informazione e della formazione dovrebbe essere quella di favorire un’analisi complessa e non ideologizzata, capace di distinguere tra critica politica e pregiudizio identitario, tra difesa dei diritti umani e propaganda partigiana.

A tal proposito, risulta fondamentale ricordare che il conflitto israelopalestinese ha radici storiche, religiose e geopolitiche che risalgono ad un periodo ben antecedente rispetto al 1948, data di fondazione dello Stato di Israele. Ignorare tale comprensione storica o ridurla ad uno schema binario di “oppressore” ed “oppresso”, significa deformare la realtà, impedendo un vero tentativo di mediazione. Le sedi universitarie, che dovrebbero ergersi quali luoghi di comprensione e formazione, troppo spesso rischiano di alimentare slogan ideologici che semplificano un conflitto ricco di movimenti armati, accordi provvisori e anni di diplomazia fallita.

Piuttosto che promuovere il confronto e la complessità argomentativa di cui il tema è caratterizzato, si preferisce produrre “tifo ideologico”, rinunciando alla funziona formativa che le stesse università dovrebbero avere. Vale la pena riflettere su una frase attribuita a Yasser Arafat: “La nostra fortuna è che i nostri nemici sono ebrei.” Una frase amara, che dice molto su quanto il conflitto israelo-palestinese sia stato spesso strumentalizzato, anche in Occidente, per alimentare vecchi pregiudizi sotto nuove bandiere.

(A cura di Federico Mancuso)