La necessità di ripensare la sicurezza

da | Lug 13, 2025 | Giustizia e Riforme

L’altro giorno, scorrendo distrattamente i social, mi sono imbattuto nell’ennesimo video che raccontava di un’aggressione in pieno centro a Milano. Protagonisti un gruppo di ragazzi di seconda generazione. Nulla di nuovo. Per farmi ulteriormente del male ho però deciso di aprire la sezione commenti, non l’avessi mai fatto. In una bolgia infernale in cui il più moderato parla come Vannacci, non mi sorprende che poi nelle nostre città nascano ronde autogestite di cittadini – penso a Milano al caso degli “Articolo 52” – che spesso finisco per prendersela con la prima persona non bianca che passa.

Oggi siamo nella società della paura, una paura che cresce e a cui la politica non riesce a dare risposte che non siano ideologiche e di conseguenza inefficaci. Più ci penso, più mi convinco che sul tema della sicurezza abbiano fallito un po’ tutti. La destra, con i suoi slogan muscolari (e che spesso puzzano vagamente di razzismo), e la sinistra, con un atteggiamento che spesso ha oscillato tra il negazionismo e il silenzio. Anche se forse, ancora prima, abbiamo fallito quando si è perso di vista che la sicurezza è un bisogno primario dell’uomo, ciò che tutela i più deboli dalla legge del più forte, relegandola a slogan politico da tirare fuori in campagna elettorale.

Eppure una strada percorribile ed efficace ci sarebbe, basterebbe ritornare a quello che disse l’ex Premier britannico Tony Blair: “Duri col crimine, duri con le cause del crimine”. Sono convinto infatti che sia proprio da qui che bisognerebbe ripartire, mettendo da parte slogan e ideologie. Che poi affrontare le complessità cercando di dare soluzioni efficaci dovrebbe essere proprio il compito della politica anche se, troppo spesso, se ne dimentica.

Sì perché ormai da troppo tempo il dibattito pubblico italiano oscilla inesorabilmente tra due estremi stili pendoli di Schopenhauer. Da un lato, come abbiamo accennato, una destra che brandisce la parola “sicurezza” come clava identitaria, che rincorre l’inasprimento delle pene come unica strategia, che immagina le città come territori da militarizzare. Lo abbiamo visto molto bene negli ultimi anni con il susseguirsi dei vari decreti rave, Caivano e da ultimo i decreti sicurezza. Una destra che invece di rispondere al crescente disagio sociale lo criminalizza. Il tutto portando avanti una narrazione pericolosa, alimentata da media e talk show compiacenti, che esaspera la percezione di insicurezza e la converte in paura xenofoba, con gli stranieri che vengono usati come capro espiatorio da esporre al pubblico linciaggio. Arrivando al paradosso per cui quando poi a commettere un reato è un italiano di colpo la nazionalità perde di importanza. Dall’altro lato del pendolo poi abbiamo una sinistra che ha deciso di abbandonare il campo, rinunciando – salvo rare eccezioni – ad affrontare il tema se non con frasi di circostanza che alle volte ci si chiede se siano state prese da una confezione di Baci Perugina. Come se occuparsi di sicurezza fosse un tradimento dei propri valori facendogli perdere il patentino di progressisti certificati. Poi pazienza se a chiedere maggiore sicurezza sono spesso gli ultimi, i più fragili, quelli che storicamente la sinistra ha sempre cercato di rappresentare. Forse nelle ZTL dove risiede il grosso della classe dirigente dell’attuale centrosinistra questi problemi non ci sono. Ma non mi pare una giustificazione per ignorare, se non negare, questo bisogno. Questo vuoto però ha fatto danni enormi, perché ha consegnato alla destra una battaglia che invece dovrebbe essere di tutto, lasciando che fossero i vari Salvini e Meloni a dettare l’agenda sul tema. Chi ha provato a riappropriarsi del tema, penso all’ex ministro degli interni Marco Minniti, è stato non solo criticato, ma quasi rigettato come fosse un corpo estraneo.

Se allora vogliamo dare una risposta che sia efficace serve un cambio di paradigma. Serve una visione nuova e pragmatica della sicurezza che coniughi un pugno duro contro chi delinque a un investimento senza precedenti nel sociale. Perché finché continueremo a occuparci solo dei sintomi visibili del disagio sociale che affligge strati sempre più ampli della popolazione (come le borseggiatrici delle metro) invece di intervenire sulle cause profonde saremo costretti a rincorrere il crimine invece di prevenirlo.

Certo, non possiamo ignorare il fatto che, stando ai dati, i reati in Italia sono in calo ormai da anni. Anche se, a ben guardare, pur in un contesto di complessivo calo nell’ultimo periodo le denunce hanno visto una crescita rispetto ai dati pre-covid. E questo nonostante l’approccio repressivo del governo delle destre, quasi a voler dimostrare anche ai più convinti che aumentare le pene non è sufficiente. Nonostante questo calo però, cresce la percezione di insicurezza, che non può certo essere archiviata come un capriccio collettivo. Perché quando le persone hanno paura di uscire la sera, quando evitano certi quartieri, quando si sentono abbandonate dallo Stato, allora qualcosa si è rotto, indipendentemente dai numeri. Anche perché se le istituzioni rinunciano a farsi da garanti della sicurezza, ci saranno altri a occuparsene. E vorrei davvero evitare che la deriva della giustizia sommaria fai da te si espanda ulteriormente.

È importante quindi che lo Stato ci sia, sia presente e soprattutto visibile. Le forze dell’ordine devono presidiare il territorio non stare chiuse negli uffici o, peggio, fare da dogsitter di qualche cane randagio in un canile da quasi un miliardo di euro posto in Albania. Ma ciò non basata. Perché il crimine nasce spesso da condizioni di marginalità, da un tessuto sociale sempre più lacerato, da vite precarie che faticano ad andare avanti in città sempre più costose e oggetto di fenomeni di gentrificazione che allontanano gli ultimi come fossero rifiuti di cui vergognarsi. Povertà, isolamento, mancanza di spazi di ascolto e supporto, famiglie in difficoltà, giovani senza alternative. È lì che bisogna intervenire. Con investimenti nella scuola, nei servizi sociali, nel welfare anche collaborando con le tante realtà del terzo settore che provano a sopperire alle carenze dello Stato. Ma vuol dire, e può sembrare sciocco, investire nel bello, tornare a investire nelle periferie delle nostre città, riqualificare i quartieri popolari spesso dimenticati delle amministrazioni locali e investire nel nostro patrimonio di edilizia pubblica. Se il quartiere è trascurato, se i lampioni sono spenti, nessuno raccoglie la spazzatura o interviene per impedire furti e vandalismi allora si creano tutte le condizioni per far esplodere comportamenti pericolosi.

Ci sarebbe poi un altro nodo cruciale da affrontare, spesso sottovalutato ma determinante: quello della narrazione pubblica della sicurezza. È un discorso lungo, spinoso e complesso, ma urgente. Perché la percezione di insicurezza non nasce solo dai fatti, ma da come quei fatti vengono raccontati. E oggi questo racconto è spesso distorto, parziale, sensazionalista. Sui social, certo ma anche sui media tradizionali. È evidente che la cronaca nera fa clic, fa ascolti, fa share. Ma il problema è che, a forza di enfatizzare ogni singolo episodio di violenza, ogni borseggio in metropolitana, ogni rissa in piazza, si finisce per creare una rappresentazione amplificata e distorta della realtà, che produce un effetto devastante sul senso comune. Ogni notizia diventa la conferma di un’idea preconcetta: che le città siano invivibili, che il crimine sia fuori controllo, che l’unico modo per difendersi sia irrigidire le regole, chiudersi, alzare muri. Le parole non sono mai neutre. Le immagini nemmeno. Continuare a raccontare la sicurezza solo attraverso il filtro dell’allarme, della minaccia e del capro espiatorio non è solo scorretto: è pericoloso. Perché, così facendo, si contribuisce a costruire una società spaventata, arrabbiata, divisa. Oggi più che mai, su questo tema così importante, servirebbe una politica (indipendentemente dalla collocazione destra, sinistra o centro) capace di affrontare il problema con una nuova prospettiva che prediliga soluzioni concrete agli slogan. Un sogno forse visto lo stato spesso pietoso del dibattito pubblico attuale, dove ottenere il consenso conta più di qualsiasi altra cosa.

(A cura di Luca Bellinzona)