Negli ultimi mesi ha fatto discutere l’iniziativa della Commissione Europea per preparare al riarmo gli Stati membri dell’Unione Europea: polemiche e voci (perlopiù sterili) provenienti indistintamente da destra e sinistra hanno parlato di una tragica e scellerata corsa alle armi decisa da Bruxelles e dai suoi freddi burocrati, allo scopo di preparare la guerra contro la Russia a scapito del benessere dei cittadini. Stando agli oppositori del piano ReArm Europe, l’Unione Europea avrebbe chiesto agli Stati membri di creare un fondo da 800 miliardi di euro da usare per il programma di riarmo, forzando i vari Paesi a tagliare la spesa pubblica soprattutto (per qualche motivo) in sanità, istruzione e pensioni. Stando ai più oltranzisti, è la sola Italia a dover versare €800mld per il piano di riarmo.
Spiegare la falsità e la malafede dietro queste affermazioni è, senza giri di parole, una perdita di tempo. Piuttosto, conviene parlare di ReArm Europe nel concreto, spiegarne lo scopo, il bisogno, il funzionamento e l’utilità. Occorre pertanto fare un passo indietro: con l’aumentare delle tensioni politiche e militari, i Paesi dell’Europa orientale hanno iniziato a rivedere i propri bilanci statali allo scopo di aumentare le spese in materia di difesa, sentendosi direttamente minacciati da Mosca. Nel contempo, i Paesi dell’Europa occidentale sono entrati in una profonda crisi dovuta all’azione propagandistica russa, non considerando la Russia come una minaccia esistenziale alla stabilità europea.
Nel marzo di quest’anno, la Presidente della Commissione Europea Ursula Von Der Leyen ha annunciato il piano di riarmo europeo finalizzato al sostegno della spesa degli Stati membri in materia di difesa: il progetto ha il duplice scopo, da un lato, di coordinare gli Stati membri nel ripristino degli eserciti nazionali e, dall’altro, di incentivare anche i Paesi più scettici ad ammodernare le proprie dotazioni belliche.
L’idea di sostenere il riarmo nasce non solo dalla minaccia proveniente da Est, ma anche da una esigenza securitaria concreta: fin dalla fondazione del progetto di unità europea, gli Stati Uniti sono stati garanti della sicurezza dei Paesi alleati, tramite la NATO. Tuttavia, la seconda amministrazione Trump ha ripreso e rilanciato, in forme molto più assertive, una posizione già affermata nel mandato 2017-2021: Washington non difenderà l’Europa se i Paesi europei non aumenteranno le loro spese nel campo della difesa. Questo messaggio, affiancato alle minacce costanti della Russia, ha creato la condizione per cui il riarmo dei Paesi europei diventa una necessità, più che una volontà politica, guidata dall’Unione Europea, che gioca il ruolo di maggiore “punto di raccolta” dei Paesi europei (già membri NATO ad eccezione di Austria e Irlanda).
Sul piano interno, i report dei capi di stato maggiore di Francia, Germania e Regno Unito hanno evidenziato come, nel caso di conflitto ad una intensità simile a quella russo-ucraina, i vari eserciti possano sostenere lo stesso tasso di consumo per un tempo variabile di due settimane fino al massimo ad un mese, lanciando l’allarme presso le cancellerie europee più avvedute. In caso di emergenza, insomma, i maggiori Stati europei andrebbero incontro al logoramento ad una velocità impressionante. Tuttavia, per evitare il pericolo di non riuscire a sostenere una eventuale Materialschlacht (guerra di materiali), si è ritenuto necessario coinvolgere e coordinare gli sforzi di riarmo dei singoli Paesi: una scelta senz’altro lungimirante che si è tradotta nel ReArm Europe.
Per quanto encomiabile, il progetto presenta delle mancanze a dir poco gravi, incomprensibili se viste sotto l’ottica di un’idea che sembra riprendere (anche se solo a grandi linee) il piano della CED degli anni ’50. Se nello scorso secolo l’obiettivo era quello di creare un vero e proprio esercito comune, ad oggi il traguardo è quello di mettere gli Stati europei nella condizione di poter sostenere un conflitto prolungato e simmetrico. A tale scopo, l’Unione Europea si pone come garante finanziario per gli Stati membri, attraverso l’istituzione di un fondo a debito dal valore stimato di €800mld, diviso in ulteriori due pacchetti di risorse:
- Il primo da €150mld, finanziati attraverso l’emissione di debito comune, ai quali è possibile accedere tramite condizionalità volte a promuovere la standardizzazione dei dispositivi militari:
- Acquisti congiunti da parte di almeno due Stati degli stessi sistemi d’arma
- Investimento in progetti interoperabili tra le forze armate nazionali
- Il secondo da €650mld sotto forma di deroga al Patto di Stabilità, quindi sotto forma di deficit che gli Stati possono sfruttare, con un limite del 1,5% del PIL per 4 anni, dedicati esclusivamente a spese per la difesa.
Per quanto il piano rappresenti uno sforzo imponente, soffre di un difetto di fondo: il progetto è un piano politico concepito con logiche politiche, non considerando pertanto alcune questioni che, nell’ambito militare, sono fondamentali. La prima questione è: qual è l’obiettivo del riarmo? A livello politico, si può argomentare che il fine sia quello di stimolare il processo di riarmo in via emergenziale e, nel lungo periodo, favorire l’integrazione del settore della difesa riducendo le piattaforme militari europee, inevitabilmente legate a dinamiche e necessità nazionali, abbattendo anche i costi logistici legati alla produzione. Ma dal punto di vista militare, la domanda si accompagna necessariamente ad un’altra questione: contro chi avviene il riarmo?
La risposta porta con sé implicazioni diverse. In base al nemico identificato, il riarmo può avere sfide o obiettivi differenti. Nel caso specifico, seppur la Russia rappresenti la più grande minaccia a livello securitario, non è stata apertamente indicata come causa del progetto di riarmo. Si può argomentare che l’obiettivo sia sottointeso, ma la mancanza di indicazioni chiare crea le condizioni per indebolire o screditare il progetto in partenza.
L’assenza di un obiettivo chiaro e condiviso crea un paradosso: il piano di riarmo pensato per rafforzare la difesa comunitaria potrebbe finire, in fin dei conti, per indebolirla. Ciò è possibile per la natura stessa del piano: degli €800mld, solo €150mld sono legati all’esplicita condizionalità della standardizzazione. La restante parte è, fondamentalmente, debito che uno Stato può contrarre in modo individuale. Ciò crea il rischio che gli Stati meno sensibili al tema della difesa possano sfruttare l’occasione per dare priorità alle esigenze nazionali, privilegiando le proprie istanze securitarie a scapito della difesa collettiva, ma comunque giustificando il tutto come operazione di riarmo nel contesto emergenziale indicato dalla stessa Commissione.
L’assenza di linee guida, obiettivi espliciti e coordinamento implica l’assenza di una delimitazione per gli Stati, i quali quindi non devono giustificare o adattarsi a precise indicazioni che comportano obblighi e persino costi per chi li infrange. Per gli Stati “egoisti”, l’indebolimento della difesa comunitaria può essere percepito come un “costo nullo”, poiché non percepiscono il pericolo di una minaccia. Al contrario, possono vedere l’uso di atteggiamenti opportunistici come un’occasione per ottenere dei vantaggi ad un costo inferiore della norma.
I due principali problemi da affrontare sono l’assenza di obiettivi comuni e l’assenza di coordinamento. Le due questioni sono strettamente legate fra loro, al punto da essere in alcuni casi causa ed effetto l’uno dell’altro. Tuttavia, non sempre sono coincidenti: l’assenza di obiettivi comuni ha, tra i vari effetti, anche l’assenza di coordinamento; anche qualora dovessero essere fissati degli obiettivi comuni da raggiungere a livello comunitario, l’assenza di linee guida potrebbe comunque lasciare spazi che renderebbero subottimali gli investimenti.
L’assenza di un organo di controllo, capace di definire obiettivi comuni e regole stringenti, lascia la possibilità ai Paesi di tutelare le proprie esigenze securitarie (a scapito di quelle comunitarie) e, in alcuni casi, di fare uso di comportamenti di free riding o fraudolenti. Gli Stati conoscono meglio lo stato delle proprie forze armate e delle riserve militari; la Commissione, al contrario, può solo sottostare ai report degli Stati membri. Gli Stati, che rimangono titolari della propria sovranità e della difesa, hanno pertanto un incentivo per valorizzare la propria industria nazionale ed i propri bisogni strategici. L’effetto può essere un rafforzamento delle piattaforme militari, andando a balcanizzare ulteriormente il già affollato mercato europeo della difesa.
Alcuni Stati che presentano alti tassi di corruzione o comunque bassi livelli di trasparenza, potrebbero sfruttare l’occasione per accedere ai fondi e sfruttarli per spese che non riguardano strettamente i piani di riarmo, ma rientrano comunque nelle spese militari o, nella peggiore delle ipotesi, dirottarli verso altre voci di spesa incompatibili con i piani iniziali.
In altri casi, alcuni Paesi lontani da quelli considerati come fronti caldi (come Portogallo o Irlanda), potrebbero non fare ricorso al fondo per gli investimenti in spese militari, poiché non percepirebbero un rischio securitario. In questo modo, ancora una volta, il progetto di una forte difesa comunitaria va indebolendosi, venendo meno il supporto di alcuni membri.
La seconda questione, legata all’assenza di coordinamento comporta, induce alla creazione di investimenti subottimali. Pur ipotizzando l’accettazione di un obiettivo comune di riarmo (al momento inesistente), la mancanza di un coordinamento tra gli Stati implica il rischio di un riarmo disomogeneo, il quale comporterebbe la perdita di interoperabilità (sia tecnologica che strategica) e l’incentivo paradossale a ridurre le spesse al minimo indispensabile (adagiandosi sul riarmo degli altri).
La discrasia tra esprit politique (la profonda intenzione politica) e res bellica (la questione militare) è, in nuce, il peccato originale di ReArm Europe: la vocazione primaria dell’Unione Europea è eminentemente politica, economica e monetaria; non vi è da sorprendersi, dunque se, un progetto di carattere militare, finisca con l’essere incoerente o, estremizzando, dannoso. Tuttavia, è necessario prendere atto di questa debolezza e farne tesoro, aggiustare il tiro finché si è in tempo e, più di ogni altra cosa, promuovere il coordinamento attraverso meccanismi di controllo ex-ante ed ex-post, affidando alla Commissione Europea un ruolo attivo e di primo ordine. L’occasione fornita da ReArm Europe non deve essere sprecata: essa ha tutte le potenzialità per tornare a promuovere una forte integrazione europea e, di conseguenza, creare un nuovo bastione per la difesa della democrazia.
(A cura di Gabriele De Fazio)

