Una cosa curiosa (forse, anche disturbante per molti degli uni e degli altri) è l’interesse dei marxisti e dei liberali per gli stessi fenomeni. Infatti, e per quanto assurdo possa sembrare al lettore poco avveduto in filosofia e storia, entrambi gli approcci sono molto interconnessi sia genealogicamente sia metodologicamente. Marxismo e liberalismo fanno partire la loro riflessione dall’osservazione scientifica della realtà. Marxismo e liberalismo pongono i dati empirici in un’interrelazione paritaria con i principi morali che hanno per riferimento, non ponendo un rapporto di causalità e gerarchico tra le due cose. Che poi, nonostante questo terreno metodologico comune e questi comuni oggetti di interesse, le interpretazioni siano contrastanti e spesso antitetiche, non ci piove, ma non è il tema che si vuole affrontare.
Una questione che ha interessato sia liberali sia marxisti negli ultimi decenni è senz’altro l’appiattimento in età recente della proposta politica e l’emergere, per reazione, dei populismi. Senza voler strafare e allargare l’analisi al Nuovo mondo, ci basta osservare come nel corso degli anni ’90 e poi ‘2000, si è imposta in Europa una narrazione sempre più trasversale alle principali famiglie politiche europee: l’Europa è la nostra casa, l’Europa è un progetto in espansione irreversibile, il mercato è il luogo del benessere se ben temperato da regole e welfare, le privatizzazioni sono spesso necessarie, l’immigrazione è indispensabile, la tutela dell’ambiente non è meno importante dell’economia, la pace e la democrazia sono inscindibili tra loro e da un’alleanza inossidabile con gli USA.
Nel leggere l’imporsi nel corso degli anni ’90 e primi ‘2000 di questa visione a cavallo tra le tradizionali scuole politiche europee (popolarismo, conservatorismo, liberalismo, socialismo democratico e, in parte, sinistra radicale), i marxisti hanno letto perlopiù l’imporsi di un non meglio identificato neoliberismo imperante, stimolato dal venir meno del concorrente sovietico e del metus hostilis generato dal comunismo stalinista. La politica avrebbe sentito meno la necessità di ottemperare alle istanze sociali delle classi lavoratrici per paura dell’affermazione del comunismo e avrebbe iniziato a fare macelleria sociale anche da sinistra, con tagli alla spesa pubblica, privatizzazioni e competizione verso il basso tra lavoratori low-skilled nativi e immigrati. I più arditi marxisti parlano addirittura di pensiero unico dominante tra le varie associazioni politiche dell’establishment e fantasiosi piani per incentivare la disaffezione alla politica e alla vita civica.
Al di là di questi ultimi esagerati, è abbastanza chiaro che anche la versione più ragionevole e scientificamente apprezzabile risente di un forte feticismo per il classismo metodologico e, come bias di conferma, estende a tutta l’Europa e al mondo una qualche una influenza del neoliberismo che fu propria della sola anglosfera per un periodo limitato e in maniera tutt’altro che onnipervasiva.
Rimane però vero che le narrazioni politiche si sono appiattite, finendo per appiattirsi agli occhi della popolazione, che per interessi e sensibilità è molto più stratificata e varia dell’offerta politica. Il populismo si è sviluppato proprio a partire dal dare una risposta a tutto quello che la narrazione trasversale ha tenuto fuori: la paura del diverso, la formazione del lavoro, le crisi sindacali, le periferie, i diritti civili, i limiti della transizione ecologica, le delocalizzazioni, la tradizione religiosa, l’orgoglio e la diversità dei territori. I populismi di destra la fanno da padrona in questi scenari, ma anche i populismi di sinistra e ambientalisti non sono stati da meno.
Tutti i populismi, infatti, sfruttano temi divisivi e fuori dal coro (o che perlomeno lo erano fino a un po’ di tempo fa), vivendo di battaglie specifiche particolari. Quando le battaglie particolari perdono presa o interesse, i populismi attendono la prossima questione scottante rafforzando il proprio ruolo di difensori del popolo vero e buono contro gli zombie che votano per l’establishment che gli pratica il lavaggio del cervello. A questo scopo, si usano tutti gli strumenti a disposizione per creare gruppo e identità alla stregua del tribale: gli slogan, i richiami mitici di vario tipo (al passato glorioso, alla nazione o alla classe sociale) e il culto della personalità del leader.
I populismi tendono sempre più a convergere tra loro, così come abbiamo visto per le forze tradizionali: il loro avversario politico è troppo ingombrante e tradizionalmente ben collocato al potere per essere affrontato gli uni senza gli altri e imporre un nuovo ordine (che, dallo scoppio della guerra in Ucraina, non è più solo interno, ma anche internazionale ed economico). D’altro canto, le forze politiche convenzionali aderiscono a tutte le strategie di consenso del campo populista per recuperare il terreno perso: slogan, simboli mitici (peculiare e grottesco il caso del rainbow-washing dei partiti laici europei, così come le frettolose sbandierate israeliane dei popolari nei primi mesi dopo il 7 ottobre, salvo poi rendersi conto che le cose scivolavano in modo differente) e, soprattutto, i personalismi. Tanto la santificazione e il culto della personalità intorno ad Angela Merkel in Germania quanto il rilievo dato dai libdem francesi alla figura di Èmmanuel Macron sono esempi di questa tendenza, così come pure Tony Blair e David Cameron nel Regno Unito (con risultati altalenanti).
In Italia la tendenza al personalismo è più antica: da Craxi e Pannella in poi, il corpo del leader-Messia ha assunto sempre più centralità con Silvio Berlusconi e con i suoi molti emuli, fino alla bulimia attuale di vertici politici, sia di establishment che antisistema. Nemmeno il piccolo centro politico italiano, sia liberale che cattolico, si è estromesso da questa tendenza, accentuando la propria frantumazione intorno a figure tanto desiderose di protagonismo quanto fragili.
La politica europea è quindi diventata un gioco di personalismi e slogan, con due bande eterogenee – l’”establishment” della Große Koalition e della maggioranza Ursula e il fronte antisistema populista dai verdi ai cinquestelle passando per le estreme destre – che si fronteggiano ignorando le differenze e le contraddizioni interne. Si può mai pretendere di spiegare questa situazione così intricata con la sola fine della Guerra fredda e il parziale venire meno di politiche keynesiane?
Sicuramente la fine della Guerra fredda ha sbloccato le sinistre al governo da ragionamenti strettamente dialettici, ma ci sono dei processi di portata ancora maggiore nella vita quotidiana delle persone e che, perciò, hanno avuto molto più impatto sulla disaffezione dalla vita pubblica, sull’appiattimento dell’offerta politica concorrente e sul conseguente emergere del populismo. Anzitutto, vi è l’emergere della società dei consumi: al netto di giudizi morali, la diffusa consapevolezza dagli anni ’80 in poi che non vi sarebbero state più carenze energetiche, che nessuno sarebbe morto al freddo e al gelo e che nessuno sarebbe morto per fame (e, anzi, un segno di povertà nelle società occidentali sarebbe diventato l’obesità e non la denutrizione) ha demotivato, dopo decenni di problemi da risolvere e di battaglie di vario tipo, la partecipazione democratica e l’interesse generale per la cosa pubblica.
In secondo luogo, sempre in quegli anni vi è stata una grande trasformazione mediatica. La diffusione ormai massiccia della televisione a colori, dei computer e della telefonia mobile e la conseguente possibilità di comunicazioni rapide e interattive hanno favorito un nuovo modo di comunicare, più incentrato sulle esigenze della persona ricevente, che mette il mittente nelle condizioni di raggiungere subito una vasta platea, spesso in modo naturale. La comunicazione politica e istituzionale ha risentito di questa rapidità, anche dei feedback, delle risposte dell’opinione pubblica. Risalgono a quest’epoca i primi sondaggi, i primi exit poll di ampia diffusione presso l’opinione pubblica.
La necessità di presentarsi bene, di essere dinamici, la maggiore attenzione al politico, ormai anche corpo e non più solo figura le cui dichiarazioni sono riportate dai giornali e non ultima la sempre maggior disattenzione di un cittadino ormai primariamente privato consumatore – sono tutti elementi che hanno spinto la politica a cercare la chiave del successo elettorale nell’affabilità dei modi e della comunicazione e nell’investimento sul personaggio prima ancora che sul politico. Idee troppo complesse, che rispecchiassero la complessità del reale su cui il decisore politico va ad agire, erano fuori da questo calcolo di ‘simpatia’: la nuova proposta politica doveva essere fresca e inclusiva e recare dispiacere al minor numero possibile di potenziali elettori. Ecco spiegato perché le diverse offerte politiche hanno teso ad assomigliarsi sempre di più: non c’era più spazio per lo scontro, per la distonia, per la sana competizione tra idee distanti e con una storia alle spalle. La Storia sapeva di vecchio e le teorie (sbagliate) di Francis Fukuyama certamente non hanno aiutato…
La Storia non è finita, la politica in democrazia è l’arte del consenso sulle scelte e non una gara di bellezza o popolarità e le idee, fondate all’interno di tradizioni capaci di rinnovarsi a ogni ciclo, sono essenziali per rispondere ai problemi, con l’approccio olistico e la visione organica, di insieme, che solo le grandi tradizioni politiche recano in sé. La narrativa della politica europea “di establishment” riportata a inizio articolo non è sbagliata, ma è troppo ‘amichevole’, inclusiva, surreale, da reclama pubblicitaria: la realtà è complessa, stratificata, talvolta antipatica e capace di svilupparsi nelle più diverse e imprevedibili direzioni, sia gradevoli che sgradevoli.
Le scuole politiche tradizionali e antipopuliste devono iniziare a parlare come se ognuna volesse tornare a governare da sola, informando effettivamente con i propri programmi elettorali la realtà che ci circonda, senza dare per scontato agli occhi dell’elettore che si governerà per forza con altri. Si deve tornare di nuovo a costruire davvero un mondo nuovo, secondo visioni coerenti, anche laddove si può andare allo scontro con chi è di un’altra sigla politica, per quanto non ritenuta totalmente incompatibile. Liberali, socialisti democratici, popolari e, in misura minore, parte dei conservatori e delle sinistre più radicali o verdi, sono diversi tra loro e non possono pensare di sgonfiare i populismi a colpi di leaderismi, slogan semplicisti (che peraltro è come sfidare i ghepardi sui 100m su pista), questioni particolari e larghe intese. Se qualcuno lo pensa, è un illuso: ci si deve tornare a scontrare secondo linee ideologicamente coerenti, anche se da principio potrà sembrare poco conveniente. Tra i socialisti, la strada la sta tracciando Sanchez. Tra i popolari, per quanto possibile, Merz. Invece, i liberali sono ancora troppo ondivaghi: vedere alcuni parlamentari libdem a Bruxelles attestarsi su posizioni ambientaliste, altri liberali assumere in Germania e Europa orientale posizioni più conservatrici e anti-migrazioniste di alcune destre o, infine, sentire Macron accreditarsi presso la stampa internazionale quale un leftist… sono tutte cose a cui bisognerà mettere necessariamente un punto.
(A cura di Gennaro Romano)

