L’Occidente ha un problema, uno dei tanti. Un problema nato da una opportunità che l’Occidente stesso ha creato. Un problema che ha origine antiche, che ha un bagaglio storico, culturale, religioso, sociale, persino psicologico. Un problema che più e più volte si è ripresentato in forme diverse davanti alla collettività occidentale e che più volte è stato affrontato con successi e fallimenti alterni. Un problema che oggi rischia di essere una palla al piede pesantissima nelle dinamiche internazionali: la tensione tra difesa e diritto.
Occorre partire da un assunto storico: l’Europa è stata per secoli un enorme campo di battaglia tra imperi, regni, nazioni e potentati locali. Le guerre fratricide hanno forgiato e disegnato la forma attuale del Continente, influenzando la direzione politica degli Stati sempre in virtù di un obiettivo particolaristico. Non da ultime, le due guerre mondiali: senza scadere in affermazioni tautologiche, i due grandi conflitti dello scorso secolo hanno determinato la definitiva caduta della centralità europea, spostando il centro politico e economico del mondo al di fuori dell’Europa per la prima volta nella Storia.
Ciò non è da vedere necessariamente come un male: la perdita di centralità ha portato gli Stati a spogliarsi di parte del proprio orgoglio nazionale e ad accettare una nuova forma di ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti e dal loro sistema liberale e democratico. Non è poi da ignorare il ruolo dell’Unione Sovietica: le atrocità commesse da Mosca sui propri cittadini e sui Paesi alleati, ha spinto le nazioni dell’Europa occidentale ad abbracciare ancora più convintamente il progetto liberale. Il termine della Seconda Guerra Mondiale ha inoltre permesso, seppur per pochi anni, una certa comunione d’intenti tra quelli che sarebbero stati i due futuri blocchi: primo tra tutti, la volontà di impedire lo scoppio di nuove guerre.
Da qui, la fondazione dell’ONU e tutti i suoi organi, nel tentativo di creare un forum internazionale che avesse come prima prerogativa la trasformazione di possibili conflitti in confronti diplomatici. La Carta delle Nazioni Unite prevede di spogliare gli Stati del loro potere di offesa, rendendo il Consiglio di Sicurezza l’unico in grado di poter ricorrere all’uso della forza per primo e solo per intervenire in casi di estrema necessità. Ciò non significa che gli Stati siano privati dei loro eserciti: lo strumento militare rimane in mano ai singoli Paesi, ma il suo utilizzo è ridotto alla sola difesa, propria o di alleati.
L’intento evidente è quello di rendere l’inizio di un conflitto virtualmente impossibile: se il ricorso unilaterale all’uso della forza comporta automaticamente la condanna della comunità internazionale e l’isolamento diplomatico, i costi di un eventuale successo militare rimarrebbero spropositatamente più grandi rispetto a qualunque vittoria sul campo. Sulla carta, ha perfettamente senso. Tuttavia, la teoria viene compromessa non solo dall’applicazione, ma anche dal contesto nel quale gli Stati si trovano immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. La Guerra Fredda, la contrapposizione dei blocchi e la corsa all’espansione delle aree d’influenza, ha portato inevitabilmente a compromettere le fondamenta dell’unilateralismo della forza a favore di interventi mirati, atti a difendere un principio, fosse esso quello del socialismo o della democrazia.
Preso atto di questa pesante debolezza, possiamo trarre le prime conclusioni: l’aggressività sovietica dimostrata dal ’46 in poi verso Paesi a loro teoricamente alleati, ha posto l’Occidente in stato di allerta, permettendo il riarmo e il mantenimento di eserciti pronti a combattere e a difendere le democrazie. A questa capacità, si accompagna la consapevolezza psicologica, anche e soprattutto da parte della popolazione, che la difesa delle istituzioni democratiche non passa solo dall’attaccamento interno agli organi dello Stato, ma anche dalla capacità di arginare attacchi provenienti dall’esterno.
Un secondo tentativo di applicare alla lettera la nuova concezione dell’utilizzo della forza fu fatto con la caduta dell’Unione Sovietica e l’avvento della Pax Americana. La Golden Age del nuovo millennio vede il prevalere dei principi liberali e democratici, che lascia ben pensare ad un’epoca in cui l’uso della forza non sia più necessario per risolvere le controversie tra Stati. Anche in questo caso, il principio è minato da alcune discutibili iniziative militari occidentali, che vedono tuttavia fondamento nel tentativo di fermare massacri contro civili (Jugoslavia) o annessioni di Stati sovrani (nel caso di Iraq e Kuwait). Nonostante ciò, gli interventi occidentali furono percepiti come azioni neocolonialiste; purtroppo, la percezione spesso sovrascrive la realtà ed ha investito sia Paesi economicamente emergenti che quelli europei.
Da questo punto in avanti, una parte di Occidente, la parte europea, ha totalmente smesso di concepire lo strumento militare come uno strumento valido. La difesa, uno dei compiti cardine dello Stato, previsto proprio dalle teorie del liberalismo più classico, veniva appaltata a pochi fattori: la forza dell’interdipendenza economia, il rispetto del diritto internazionale e, più pragmaticamente, agli Stati Uniti.
Con l’abbattimento del Muro di Berlino, lo scioglimento del Patto di Varsavia, la caduta dell’URSS, la riconciliazione e l’integrazione europea, l’Europa si candidava ad essere il Continente della Pace e della fraternità dei popoli. Pertanto, lo strumento militare diventava secondario, se non addirittura terziario, eclissato dall’elemento economico e politico. Obiettivo primario dei Paesi europei divenne quello di stabilire relazioni economiche forti ed integrate, e di costruire un Welfare State capace di garantire benessere e assistenza a tutti i cittadini.
L’elemento economico, insomma, diveniva predominante: per lungo tempo rimase la lente attraverso la quale leggere il processo di formazione ed allargamento dell’Unione Europea, costruita sull’attrito dato da spinte all’integrazione e freni nazionali. Tuttavia, l’economia offriva una buona via di mezzo tra questi due assi: da una parte ha permesso lo sviluppo dei commerci e l’avvicinamento fra Paesi europei, creando appunto quell’interdipendenza che si cercava; dall’altra, ha riversato questa tendenza, ritenuta vincente, nei rapporti tra l’UE ed altri Stati, Russia compresa (nonostante gli attacchi diretti alla Cecenia, alla Georgia, all’Ucraina e a quelli ibridi contro Estonia e Repubblica ceca). L’idea (è necessario ribadirlo) era che una grande interdipendenza economica scoraggiasse gli Stati dall’intraprendere azioni militari che avrebbero inevitabilmente danneggiato le relazioni economiche.
L’effetto è duplice: in primo luogo, si consolida un pensiero di fondo per cui la forza dell’economia è in grado di soppiantare i rapporti di forza; pertanto diventa giustificabile la riduzione della spesa militare a favore di spese sociali più o meno utili, più o meno (mal)gestite. Il venire meno delle spese militari si traduce nel tempo in una generale mancanza di interesse all’argomento tout court, che ha come esito l’assenza di una “cultura dell’arme”, la perdita della dimestichezza con le categorie e le priorità di spesa e, infine, la formazione di un senso di estraneità dalle questioni militari, di cui oggi scopriamo gli effetti: gli Stati europei hanno dimostrato di non avere né la capacità né la volontà di impegnarsi in fronti bellici, anche se a loro vicini.
In secondo luogo, si fa strada l’idea per la quale è possibile appoggiarsi al diritto internazionale per risolvere conflitti tra Stati. Il concetto è di per sé nobile ed auspicabile, ma è azzoppato da un elemento a cui nessuno fa caso: la volontà degli Stati. È un fatto che il diritto internazionale, a differenza del diritto interno, non ha impalcature volte alla sua implementazione; esso dipende completamente sulla compiacenza degli Stati. In effetti, il cieco affidamento al diritto internazionale sarebbe possibile solo e soltanto nel caso in cui tutti i Paesi del mondo accettassero di sottomettere una parte della propria sovranità ad un consesso globale. Purtroppo, ad un simile obiettivo non si è mai arrivati neanche lontanamente vicini. Cercando di dare il buon esempio, i Paesi europei hanno di fatto creato una situazione di squilibrio: va da sé che gli Stati che rispettano e adempiono al diritto internazionale, che “giocano” secondo le regole, si trovano in una posizione di svantaggio rispetto a quelli che “barano”, che si muovono in base ai propri interessi senza guardare troppo alle regole comuni stabilite dalla comunità internazionale.
Nel caso in cui l’interdipendenza economica ed il diritto internazionale non avessero dovuto funzionare, i Paesi europei avrebbero giocato il supporto statunitense come “jolly”: godendo di un rapporto privilegiato con Washington, dovuto al trascorso ed al legame transatlantico, l’Europa poteva (pensare di) vantare di benefici globali, sentendosi protetta dall’ombra della superpotenza americana; questa convinzione nasce non solo dal supporto ricevuto durante la Guerra Fredda, ma anche dal legame ideologico che dovrebbe unire le due sponde settentrionali dell’oceano. Tuttavia, non si è tenuto conto del fatto che, tale legame, era dettato da interessi strategici e, se vogliamo, imperiali. Tale rapporto iniziò ad allentarsi già durante la prima fase della globalizzazione, ed oggi sperare di mantenere questo equilibrio sbilanciato rischia di essere persino controproducente e dannoso, a tratti infattibile da perseguire. Gli Stati Uniti di Trump stanno riorganizzando la loro politica estera su un assetto diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere: il tutto lascia pensare ad un parziale o quasi totale ritiro dell’impegno statunitense dal suolo europeo, senza però dare indizi su quali scenari e fronti vorrà ora guardare Washington.
Dunque, l’Europa si è trovata nella condizione di non avere il supporto militare del suo alleato principale; per di più, non è in grado di riorganizzare la difesa a livello dei singoli Stati (salvo poche lodevoli eccezioni); ha inoltre fallito nel sostituire la spada con la moneta e vede calpestare, in conclusione, quei principi di diritto internazionale che sembravano in via di consolidamento delle prime fasi della globalizzazione. Cosa resta, se non l’incapacità di avere un valido strumento di autodifesa? La questione centrale non è quella di mettere in piedi un esercito europeo (per quanto auspicabile), né è quella di capire come convincere gli statunitensi a continuare a guardare ai Paesi europei come loro alleati prediletti; molto più banalmente, si tratta di accettare il fatto che tutte le precauzioni finora utilizzate per limitare l’uso della violenza interstatale sono saltate e che oggi, il costo della pace equivale alla spesa per il riarmo.
(A cura di Gabriele De Fazio)

