Il liberalismo come ideologia veicolata

da | Mar 31, 2025 | Economia

Il ragionamento che si vuole provare a portare in questo articolo riguarda la collocazione ideale delle differenti correnti del liberalismo contemporaneo. L’occhio è sia alla diversificata vocazione partitica di tali correnti del liberalismo politico italiano nel sistema attuale dei partiti, sia ai motivi di tale diversificata vocazione. Motivi ben più profondi delle diverse storie partitiche dei diversi promotori italiani del liberalismo politico durante la ferina (e feroce) stagione politica della seconda repubblica.

Si potrebbe partire da molti punti di vista per affrontare questa materia. Per comodità si inizierà da due premesse: la prima è intorno alla definizione di ideologia, la seconda è intorno alla nozione più neutra e più ampiamente condivisibile possibile del liberalismo. L’ideologia è oggi semanticamente travisata dalle varie letture date da Hannah Arendt in poi, che fanno dell’ideologia un’impostazione trasformativa e dirigista della realtà intorno a noi e che risentono della traumatica esperienza del totalitarismo, letto come una vera e propria pervasività dell’ideologia nella vita dei gruppi che vi si allineano. Questa lettura negativa dell’ideologia si confronta con la definizione marxiana della nozione stessa di ideologia. Quest’ultima era per il pensatore di Treviri un insieme di dottrine politiche, movimenti sociali caratterizzati da un’elaborazione teorica e orientamenti ideali-culturali e di politica economica e sociale e infatti insisteva sulla intersezione tra dinamiche sociali e cultura. Questa visione dell’ideologia è chiaramente troppo orientata a giustificare il pensiero politico di Marx stesso e quindi poco affidabile. Occorre risalire agli ideatori del concetto stesso di ideologia: gli idéologues, gruppo di tardi illuministi francesi del periodo della Rivoluzione. Per questi pensatori, fortemente influenzati dalla filosofia empirista, gli illuministi delle precedenti generazioni si erano focalizzati su problemi troppo astratti e non sui principii teorici e culturali di funzionamento delle organizzazioni sociali e politiche: l’ideologia, scienza della formazione e dell’origine delle idee, era la risposta a questa esigenza. Se si dà al termine “scienza” il significato non solo di metodo conoscitivo (oggigiorno la sfumatura dominante data al termine), ma anche di metodo performativo, di tecnica, di dottrina pratica, allora si capisce che la nozione di ideologia può tornarci molto utile anche per analisi di fenomeni odierni e anche del liberalismo.

Assodato che il liberalismo possa, alla luce di questa prima premessa fondamentale, essere ritenuto un’ideologia, si deve passare alla seconda premessa fondamentale del nostro ragionamento: il liberalismo può essere pacificamente accettato come l’ideologia con un focus specifico sulla definizione dell’individuo e, di conseguenza, di quei diritti di validità universale a lui connaturati e inalienabili. Il liberalismo è dunque un’ideologia che avanza una rivendicazione specifica e chiara. Il liberalismo condivide questo tratto con alcune altre ideologie: il marxismo (che pone al suo centro il materialismo storico e il confronto dialettico tra classi sociali e che dunque fa proprie le rivendicazioni economiche e soprattutto politiche della classe operaia quale motore delle trasformazioni storiche), l’ambientalismo e il transfemminismo. Tutte queste ideologie al momento operativo tendono a frazionarsi al loro interno in più organizzazioni, ognuna delle quali porta avanti la stessa rivendicazione delle altre ma con linguaggi, tempi e strategie spesso anche molto differenti tra di loro, se non in aperto contrasto.

Con particolare riferimento al liberalismo, non serve andare troppo indietro per dimostrare questa dinamica: se le rivoluzioni francese e americana appartengono a un mondo temporalmente, materialmente e a livello di categorie mentali e antropologiche così tanto distante che non è possibile per il lettore di oggi empatizzare in misura almeno sufficiente con quegli eventi e quelle istanze, ben diverso è il discorso per i fatti tra le due guerre mondiali. La Grande guerra segnò il tramonto definitivo dell’ancien régime in Europa grazie al crollo degli ultimi grandi imperi e, quindi, l’emersione delle istituzioni liberali democratiche figlie delle rivoluzioni inglesi, americana e francese come modelli vincenti per gli stati che già c’erano e per quei nuovi stati nazionali sorti sulle ceneri di imperi defunti.

La giovinezza di queste nuove formazioni istituzionali e l’inesperienza delle nuove classi dirigenti democratiche e il disorientamento prodotto dalle nuove libertà e dal crollo delle vecchie oppressioni produsse poi in questa parte dell’Europa l’affermazione di oppressioni nuove (autoritarismi di destra, fascismo, nazismo, comunismo sovietico), più rassicuranti per grandi masse e vecchie élite disabituate alla democrazia. Nell’affermarsi di questa sciagura i liberali europei affermarono soluzioni valide ma difficilmente aggregabili tra loro: mentre in Russia i liberali si erano già divisi tra la linea monarchica a ogni costo degli ottobristi e quella più aperta alla possibilità repubblicana dei cadetti già nel 1905, in Italia a guerra finita la divisione si acuiva in più parti sull’approccio da avere in politica estera e nei riguardi delle rivendicazioni operaie e contadine. Nelle neonate Polonia e Cecoslovacchia il liberalismo prendeva tratti nazionalistici e fortemente ostili, in fasi successive, ad avere politiche commerciali pacifiche e effettivamente liberiste con nazioni altre dai ricchi paesi occidentali vincitori, portatori di investimenti e capitali. Mentre il liberalismo arrancava nella Francia vincitrice, nella perdente Germania di Weimar le principali forze politiche protagoniste negli anni ’20 mostrarono una notevole acquisizione di metodo liberale sul piano istituzionale, a partire, in maniera piuttosto singolare, dal grande Partito Socialdemocratico Tedesco, protagonista della vita politica della neonata repubblica. Il caso più emblematico rimane comunque il Regno Unito: messo sempre più in crisi dall’avanzata dei laburisti come grande alternativa ai Tories, a metà anni ’20 i liberali Whigs si spaccarono sempre più, anche a livello generazionale, tra un’ala (capeggiata da Lloyd George e Keynes) che voleva sperimentare nuove iniziative e dottrine per trasformare i liberali in una forza di massa capace di spezzare il duo conservatori-laburisti, e l’ala dei vecchi papaveri del partito, legati alla stagione edoardiana e a un’idea di adattamento piuttosto graduale ai cambiamenti, con tanto di appoggio alla repressione violenta degli scioperi.

Assodato che il liberalismo può ispirare diversi modi di fare politica e risolvere i problemi concreti di un tempo storico e assodato anche che in ciò è simile ad altre ideologie che insistono su specifiche rivendicazioni, va detto che la maggioranza delle ideologie è di tipo diverso. Esse, infatti, non premono sul primato di un insieme di necessità che tirino dietro di sé tutte le altre urgenze e il cui soddisfacimento sia risolutivo di ogni stortura e disfunzionalità percepita: bensì, tali ideologie sostituiscono la rivendicazione di domande disattese con l’identificazione formale e sostanziale dei soggetti di potere in cui ogni domanda politica trovi il proprio spazio di ascolto, ricezione, elaborazione e risoluzione. Cioè, esse esprimono non una necessità o missione nel mondo, ma una vera e propria visione e un vero e proprio ordine del mondo stesso, con un preciso ordine dei soggetti istituzionali, sociali e culturali preposti alla legittimazione dell’azione politica. Poiché si tratta di ideologie capaci di organizzare la vita politica di gruppi umani complessi e di accogliere potenzialmente una gamma di istanze di varia ampiezza, si può a ben vedere definirle ideologie veicolanti.

Si possono fare molti esempi di ideologie veicolanti: il popolarismo (che pone come fondamento dell’organizzazione politica le organizzazioni umane che si sentono popolo e la relativa cultura), il tradizionalismo teocratico (che fa lo stesso con gli ordinamenti religiosi, i dogmi e le pratiche di fede), il nazionalismo (che legittima il potere politico su di una nazionalità contrapposta ad altre), il razzismo (che pone le distanze tra i diversi gruppi etnici come una forma organizzativa del mondo e della società, ideologia purtroppo fortunatissima in ambiti coloniali, nel Sud Africa dell’Apartheid e in parte degli Stati Uniti per lungo tempo), l’anarchismo, il repubblicanesimo (anche federalista: è stata l’ideologia fino a qualche anno fa dominante e ispiratrice del Partito Repubblicano statunitense, ad esempio), il radicalismo (con una grande storia di successo in tutto il mondo e fondato sull’assunzione di posizioni forti e sempre aperte a qualunque cambiamento), il populismo (che pone il linguaggio popolare e accessibile e la sovrapposizione totale della maggioranza temporanea del popolo come fonte di ogni legittimazione e delegittimazione dei sistemi politici formalizzati), il conservatorismo (inteso come l’ideologia che pone la continuità tra fasi e generazioni come il miglior modo per affrontare le scelte politiche future e abbassare i rischi in caso si presentino problemi), il fascismo (ideologia pragmatica e a-dottrinale per eccellenza, militarista e volontarista), il paternalismo statalista (forse l’ideologia dominante in Giappone, tra gli altri), il democratismo (che pone la forma repubblicana, l’uguaglianza dei cittadini e l’indifferentismo come condizioni essenziali) e anche il socialismo e il comunalismo (ben più risalenti del marxismo, con radici nel ‘500).

Dopo questa carrellata si può ben affermare che queste ideologie veicolanti abbiano avuto tutte un certo successo nella storia, grazie alla loro duttilità nel Policy-making e nei processi di State-building: infatti, tutte queste ideologie hanno costruito, se non stati, almeno identità collettive solide e apparati organizzativi e di gestione dell’iniziativa politica molto duraturi. Se si guarda all’Italia, ciò è piuttosto palese. Anche se il marxismo del PCI e il liberalismo del PLI sono rimasti di una influenza culturale assoluta anche negli anni successivi alla loro dissoluzione, già negli ultimi due decenni della Prima repubblica emergeva la superiorità delle organizzazioni popolare e socialista e della loro capacità di controllo sui militanti e sull’organizzazione del potere. Del resto, repubblicani, socialdemocratici e missini dimostravano capacità di lobbying e concertazione paragonabili a quelle di liberali e comunisti, ma con bacini di consenso e capacità di influenza culturali piuttosto limitate rispetto a liberali e, soprattutto, comunisti.

Negli anni ’90 e fino a pochi anni fa il ciclone della post-ideologia ha investito tutto il sistema politico italiano fondato su partiti con chiari riferimenti ideologici, portando all’ergersi prima dei due “mostri di Frankenstein” del bipolarismo destra-sinistra (capaci di inglobare sensibilità politiche effettivamente inconciliabili senza soddisfare nessuno che vi fosse direttamente coinvolto) e poi del Movimento Cinque Stelle. Questa lunga stagione ha lasciato solo macerie, lasciando ogni nuova formazione politica orfana di legami diretti con le grandi famiglie ideologiche. Tuttavia, il sistema politico si sta riorganizzando con forze partitiche che, quando consapevolmente e quando meno, riprendono le ispirazioni di quelle ideologie veicolanti di cui sopra. Se FdI raccoglie l’eredità del vecchio MSI e ingloba tanto dei nazionalisti quanto dei conservatori, il PD odierno a guida Schlein richiama a sé tanto il democratismo quanto il paternalismo statalista. Azione fa riferimento di frequente alla tradizione del repubblicanesimo italiano, mentre IV ha un modus agendi più di sapore popolare, anche se il riferimento è decisamente meno marcato che in Azione con il repubblicanesimo. Storia diversa per +Europa, forza politica che anche nelle sue strutture e nei suoi protagonisti traccia una linea di continuità con la più che secolare tradizione politica radicale, ben più risalente del pur grande Partito Radicale.

Il lettore impegnato potrebbe storcere il naso nel leggere i tre partiti alla luce solo del loro differente approccio ideologico veicolare. Infatti, tali partiti, pur presentando un modo di fare politica e una sensibilità sui temi differente in varia misura, si richiamano in modo comune al liberalismo. Esse hanno nei diritti individuali, nel libero mercato e negli Stati Uniti d’Europa una meta comune, ma operano per il comune scopo con strategie diverse, dovute alla differente estrazione ideologica veicolante. Il liberalismo rimane però l’ideologia comunemente veicolata. Si può quindi dire che quelle ideologie fondate su rivendicazioni specifiche di cui si era parlato all’inizio dell’articolo (cioè, ambientalismo, transfemminismo, marxismo e liberalismo) sono ideologie veicolate da ideologie veicolanti. Il transfemminismo e l’ambientalismo, ad esempio, in Italia sono molto veicolati da un PD statalista e democratico a livello di ideologia veicolante, mentre il marxismo è veicolato da varie formazioni, tra cui il conservatore Democrazia Sovrana Popolare o il comunalista e socialista PaP.

Va sottolineato che fuori dall’Italia non ci sono solo partiti repubblicani, radicali e popolari a veicolare il liberalismo: a spingere le vele della cultura dei diritti individuali oltre le Alpi ci sono anche movimenti anarchici (anarco-capitalismo), conservatori (i cosiddetti neocons), democratici (i liberal del Nuovo Continente) e, più recentemente, il populismo latino-americano di Javier Milei. Restando in Italia, è vissuta per tanto tempo in minoranza e ostracizzata sia da destra che da sinistra una componente socialista liberale.
Di fronte a una tale vastità di possibilità di veicolazione per il liberalismo, al liberale italiano, così come per l’appassionato studioso della materia politica, si presentano due conclusioni apparentemente in contrasto, ma in realtà compatibili dentro lo stesso quadro interpretativo e operativo. La prima conclusione che si può trarre è che i partiti che in Italia hanno veicolato negli ultimi anni il liberalismo presentano ideologie veicolanti (o, se si vuole, culture politiche) certamente diverse ma non tra loro inconciliabili, come potrebbero invece essere un neoconservatorismo e un socialismo liberale. Tali formazioni partitiche possono quindi portare avanti i propri scopi comuni con la giusta dose di senso pratico, attraverso, se non un partito unico (che pare oggettivamente complicato da raggiungere), almeno un assetto di tipo federale. La seconda conclusione che a fine articolo si può trarre è che tanti partiti con ideologie veicolanti diverse non possono garantire il liberalismo e l’attenzione ai diritti dell’individuo nel sistema valoriale e legale italiano. In questo modo i principii liberali rischiano in modo molto concreto di essere accantonati (come effettivamente sta accadendo). La nascita l’8 marzo del Partito Liberaldemocratico, con l’ingresso di militanti ed esponenti anche originari dei diversi partiti di riferimento, potrebbe contrassegnare una positiva svolta rispetto alla frammentazione dei metodi per portare le istanze del liberalismo alla ribalta, costituendo la prima volta in cui i vari tipi di liberale italiani decidono di stare insieme sui contenuti e al di là della diversa estrazione e del diverso metodo politico. Riuscirà? Al liberalismo italiano non rimane altra alternativa, se non scomparire. L’auspicio è che le altre forze seguano la stessa strada e vi si aggreghino, facendo dei diversi modi di porsi e delle diverse sensibilità una forza e non un motivo di divisione.

(A cura di Gennaro Romano)