Lo scorso 11 febbraio si è tenuta a Roma l’Assemblea Nazionale dei Quadri e Delegati della CISL, evento che – oltre ad omaggiare il Segretario Generale Luigi Sbarra – ha visto il Premier Giorgia Meloni esortare alla collaborazione fra l’esecutivo e le parti sociali, definendola come un’occasione per discutere della crescita del Paese e del lavoro italiano.
Durante il suo intervento, sono state messe in luce le politiche chiave con cui l’attuale Governo intende stimolare il mercato interno, a partire dall’incentivazione all’aumento della natalità – per contrastare l’ormai noto inverno demografico – fino a passare ad un reale coordinamento tra il mondo delle competenze e l’offerta di lavoro da parte delle imprese.
È sempre più evidente, infatti – secondo Giorgia Meloni – la distanza fra le competenze dei lavoratori italiani e la richiesta degli industriali, la quale penalizza fortemente la concorrenzialità del mercato interno, portando sempre più giovani a lasciare il nostro Paese.
La discrepanza è alimentata da una formazione professionale poco aderente ai fabbisogni delle aziende e da una riduzione della popolazione attiva. La chiave per superare questo disallineamento è rappresentata dalle politiche attive per il lavoro. Il varo del Programma Gol, previsto dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, ha consentito, in prima istanza, di elevare la partecipazione formale alle politiche attive del lavoro coinvolgendo circa 3 milioni di beneficiari; tuttavia, dalle rilevazioni emergono diverse criticità legate alla bassa efficacia delle misure formative per le finalità occupazionali e alla carenza di una banca dati unica, nonché di una Cabina di Regia inappropriata alla lettura delle difficoltà regionali che ostacolano l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. Il dato è allarmante: solo il 36% degli aderenti al progetto è riuscito a trovare un impiego (sia esso disciplinato da contratti a tempo determinato o indeterminato).
In questo senso, se il Premier auspica ad una maggiore collaborazione fra Governo e parti sociali, è stato incisivo il monito a tutte quelle parti sindacali che invece si pongono in contrasto con gli sforzi dell’esecutivo.
“Ogni volta che ci siamo confrontati abbiamo fatto un passo avanti per i diritti dei lavoratori e per la crescita di questo Paese” afferma il Presidente, invocando alle azioni unitarie che possano dare maggiore slancio all’offerta occupazionale italiana e alludendo allo storico rapporto fra i sindacati e le forze politiche, laddove spesso il sovrannumero di manifestazioni di sciopero mal organizzate e l’assenza di dialogo con i rami governativi hanno portato ad una mancanza di fiducia dei lavoratori verso il ruolo rappresentativo e sociale delle organizzazioni sindacali.
Parti sociali e Governo sono chiamati dunque a rispondere alle nuove sfide che emergeranno verso la parte conclusiva dell’attuazione dei programmi PNRR e della politica del Super Bonus.
Infatti, sebbene gli ultimi dati Eurostat evidenzino un incremento del PIL italiano intorno allo 0.7% è bene precisare che tale crescita è stata considerevolmente minore rispetto a quanto stimato dalle parti in causa all’inizio dello scorso anno.
Il 2025, dunque, si apre con un invito alla collaborazione da parte del Premier Giorgia Meloni, che si basa su alcune consapevolezze. Secondo il rapporto INAPP del 2024, l’occupazione italiana è aumentata del 3.5% tra Ottobre 2019 e Dicembre 2024. Risultato che si traduce in oltre un milione di posti di lavoro aggiuntivi; nota positiva questa – soprattutto considerando che tale dato si riferisce maggiormente alle regioni del Meridione – se non fosse per l’evidente carenza di inclusività sociale e produttiva.
Il rapporto di cui sopra registra un tasso di inattività femminile del 58,2%. Percentuale che va ben oltre la media europea.
In proposito, appare disallineato il dato riguardante la qualità dell’offerta occupazionale rivolta alle lavoratrici: la maggior parte dei contratti risulta essere a tempo determinato (spesso questo si traduce in stage e tirocini) e gran parte delle dimissionarie afferma che il motivo principale è riconducibile alla carenza di strutture adeguate dedicate all’assistenza di bambini ed anziani.
Pertanto, si evince che se da una parte il Governo intende disincentivare il drastico calo della natalità tramite politiche quali il Bonus per le Nuove nascite, congedi parentali “più sostanziosi” e l’introduzione del quoziente familiare per il riordino delle detrazioni fiscali, dall’altra assistiamo ad un Paese ancora inefficiente perché venga garantito un reale processo di inclusione di genere nel mondo lavorativo italiano, mostrando una netta contraddizione fra la quantità dei posti di lavoro crescenti e la scarsa qualità dei contratti che normano i medesimi.
In questo senso, la collaborazione fra Governo e Parti Sociali diventa fondamentale per la definizione di nuove strategie adatte ai tempi contemporanei. La definizione di linee guida aggiornate per la contrattazione collettiva e l’aumento degli stipendi diventano la punta dell’iceberg per quelle che dovrebbero essere delle azioni mirate a combattere l’inflazione dei prezzi ed il bisogno sempre più marcato delle famiglie di muoversi verso una stabilità economica crescente e duratura.
Le politiche di sostegno alle famiglie non possono perpetuarsi nel lungo periodo, la drastica diminuzione della forza lavoro dovuta alla riduzione demografica – entro il 2040 – porterà presto ad una crisi dell’INPS, la quale si troverà impossibilitata ad erogare quei sussidi statali che finora hanno determinato buona parte della Spesa Pubblica Italiana (con il risultato che già a partire dal 2029, il Governo sarà chiamato ad una revisione quasi integrale del sistema pensionistico nazionale).
L’azione congiunta fra Stato e sindacati necessita di indirizzarsi verso la ridefinizione del sistema scolastico, secondo le esigenze del mercato del lavoro; il ribilanciamento tra i benefit e le leve fiscali a vantaggio dei lavoratori ed un reale patto sociale secondo cui ad una formazione del lavoratore debba corrispondere – oltre che una ricerca attiva della professione lavorativa – una fiducia nelle opportunità del mercato locale e nazionale. La formazione del lavoratore deve dunque assumere carattere centrale nella crescita economica italiana.
Al tema della formazione, si aggiungano anche la fiducia nelle start- up e lo sviluppo dei settori strategici nella digitalizzazione e nella transizione ecologica, per dare maggiore flessibilità e innovazione al nostro mercato del lavoro ed in particolare è compito delle parti sociali in causa stimolare l’impiego privato e autonomo.
Questo si riflette nella corretta gestione e negoziazione dei CCNL, disciplinando un adeguato trattamento salariale e le corrette relazioni industriali tra i soggetti collettivi.
Le politiche d’impiego dell’esecutivo guidato da Giorgia Meloni e dei governi che si susseguiranno dovranno orientarsi verso un maggior processo di inclusione e democraticità all’interno delle decisioni fra sindacati e lavoratori, fra lavoratori ed imprenditori.
I lavoratori – dipendenti e non – necessitano di sentirsi centrali nelle politiche nazionali.
Di fatto, sebbene il rapporto fra i lavoratori italiani ed i sindacati negli ultimi Vent’anni abbia risentito di scelte strategiche spesso definibili troppo suscettibili alle decisioni politiche, è sempre stato evidente quanto il mondo sindacale sia importante nella vita del Nostro Paese.
Un atteggiamento collaborativo con le forze politiche – di rivendicazione sui temi riguardanti l’inclusività e la partecipazione sociale dei lavoratori – non può fare altro che portare ad un rafforzamento della nostra democrazia, fondata costituzionalmente sul lavoro.
Opportunità, questa, colta efficacemente anche dal Premier Giorgia Meloni nell’Assemblea Nazionale della CISL che individua la partecipazione più attiva dei lavoratori italiani nella vita delle imprese come piena espressione dell’art. 46 della Nostra Costituzione.
La crisi economica che stiamo vivendo ci fa capire che la linea governativa deve necessariamente cambiare. Per troppi anni le questioni legate all’occupazione sono passate in secondo piano e gradualmente hanno perso centralità all’interno degli assetti partitici che hanno dominato la scena politica italiana. Perché il Paese possa dirigersi verso una crescita economica reale, non drogata da percentuali di spesa pubblica eccessive si deve partire dal rinnovo del Patto tra lavoratori e sindacati, verso la definizione di nuovi processi di accountability e responsabilità dei datori di lavoro nei confronti dei lavoratori e nell’utilizzo di nuove tecnologie che convivano con il capitale operaio ed umano. Occorre, dunque, un’azione congiunta che garantisca ai lavoratori italiani di poter investire in sé stessi, per sé stessi, nel proprio Paese.
(A cura di Daniele Avignone)

