RAI: privatizzazioni, servizio pubblico, liberaldemocrazia (II/ii)

da | Gen 20, 2025 | Giustizia e Riforme

Vista l’inadeguatezza delle varie posizioni in materia di Rai per l’incoerenza sia delle proposte stesse sia di chi le propone – occorre fare un passo indietro, a quella che era l’anima, la più nobile intenzione che mosse le più radicali riforme della Rai degli anni 1975 e 1995: garantire un servizio pubblico informativo e culturale che fosse affidabile, corretto, utile e imparziale per tutti i cittadini. Non si è trattato di un’esigenza avvertita esclusivamente in Italia: ci sono reti pubbliche in tutto il mondo, anche in paesi democratici e tradizionalmente più liberali del nostro. In quei paesi democratici dove la televisione pubblica funziona e non viene contestata, essa ha dimensioni molto ridotte e si occupa perlopiù di informazione. Più utile per comprendere la situazione italiana è il confronto con altre realtà televisive pubbliche di dimensioni massicce e in ciò simili all’italiana Rai. 

Qui la situazione cambia radicalmente: la BBC, ad esempio, è una grande rete pubblica, con numerose reti radiofoniche e televisive e con diramazioni in quasi tutti i paesi del Commonwealth. Pur avendo una gestione partecipata da una molteplicità di organizzazioni non apertamente politico-partitiche, in realtà questa grande e prestigiosa azienda porta avanti un’agenda ideologica e culturale molto chiara. Fondamentalmente conservatrice, la BBC è molto influenzata da persone vicine al mondo anglicano e risente di un realismo nemmeno troppo celato.

Per queste sue caratteristiche, la BBC ha prestato e presta tutt’ora il fianco a non poche critiche circa una pretesa neutralità politica. Anzitutto, da parte del pubblico di BBC India e BBC Africa, risentito di una narrazione a suo dire non sempre completa di tutte le brutalità del colonialismo britannico nel subcontinente. In patria le cose non vanno meglio: l’intrusività nella radiotelevisione pubblica di poteri già di loro in forte crisi di consenso quali la corona e la chiesa nazionale stimola sentimenti fortemente antisistema e scettici verso i canali istituzionali e informativi convenzionali della secolare liberaldemocrazia britannica.

Un servizio pubblico radiotelevisivo di così grandi dimensioni non può che compromettersi con il potere e perdere qualunque pretesa di estraneità alle dinamiche politiche. Se questo vale per una liberaldemocrazia solida come il Regno Unito, a maggior ragione vale per un paese di più giovane esperienza democratica e di grande tendenza al collettivismo come il Giappone. In questa nazione la rete pubblica, la NHK, non solo è molto accomodante con il Partito Liberal Democratico, dominatore praticamente incontrastato del paese dagli anni ’50 e che di liberale ha veramente poco. Soprattutto, la NHK ha un metodo di riscossione del canone molto aggressivo, con dipendenti inviati direttamente a casa dei cittadini per riscuotere l’importo, molto più alto di quello impostoci con violenza dallo stato sulle nostre bollette. Fatto sta che l’insofferenza verso questa pratica è stato cavalcato dallo youtuber estremista di destra Takashi Tachibana, fondatore nel 2013 del Mintsuku, noto all’estero anche come NHK Party, dalle posizioni nazionaliste, negazioniste dei crimini giapponesi nella seconda guerra mondiale, omofobe e misogine.

Quindi, gli esempi britannico e giapponese non solo dimostrano che la pretesa di una grande rete pubblica che, pur condotta da investitori e indipendenti, possa essere super partes è destinata ad infrangersi con la realtà. Soprattutto, emerge un nesso molto chiaro tra le finte pretese di neutralità di questi giganti pubblici dell’informazione, della cultura e dell’intrattenimento e l’emergere di tensioni e increspature antisistema e antagoniste pericolose, in conflitto non solo con la narrazione “dominante” offerta dai media di stato, ma anche contro i sistemi politici e i vettori culturali e informativi universalmente riconosciuti e più professionalmente accreditati. Durante la pandemia o nel corso delle vicissitudini in Ucraina e Palestina ne abbiamo avuto dimostrazioni evidenti.

In Italia questo processo è stato al tempo stesso incanalato e esacerbato dal confronto tra la grande e problematica azienda pubblica e un solo, aggressivo competitor privato, in posizione di forza rispetto a tutte le altre compagnie radiotelevisive private. La convivenza armata tra Mediaset e Rai, più che un oligopolio o una battaglia tra un privato in lotta per i diritti privati contro il monopolismo pubblico, è piuttosto e per lungo tempo stata, a ben vedere, un duopolio. Un duopolio che ha esacerbato il dibattito e l’informazione politica italiana, nutrendo e venendo nutrito in una forse piena reciprocità lo scivolamento della politica nazionale verso la palude di un bipolarismo becero e incapace di risolvere i molti e gravi problemi del paese.

Detto che la situazione di Mediaset in fatto di trust è complessa e controversa e che meriterebbe un approfondimento a parte, torniamo a ragionare sulla Rai e a capire cosa i liberali possono aggiungere al dibattito in senso risolutore. Il bene pubblico, cioè il bene per la piena realizzazione di tutti gli individui al di là delle condizioni di provenienza, è un principio irrinunciabile della liberaldemocrazia. Inoltre, l’accesso all’agorà, alla corretta e trasparente informazione politico-istituzionale da un lato e all’informazione culturale dall’altro lato sono diritti irrinunciabili e tra i migliori strumenti, insieme all’istruzione pubblica garantita, per assicurare nel tempo la prosecuzione dei pubblici affari in un contesto democratico e civile.

Ora, quella che si proverà in questo finale di articolo a definire è una proposta che cerca di tenere insieme la pubblica funzione sinora svolta dalla Rai e i principi liberali di minore irruzione possibile dello stato nella vita dei cittadini e di sostenibilità dei conti pubblici, cosa quantomai necessaria, visto il forte e sistemico indebitamento di questa importante azienda pubblica. Chiaramente non è una proposta che ha la pretesa di essere definitiva, ma vuole cercare di aprire un dibattito su cosa i liberali, una volta al potere, vogliano fare della Rai.

Anzitutto, per garantire al tempo stesso e la migliore riuscita e la maggiore imparzialità possibili del servizio pubblico, tornerebbe utile una scomposizione delle funzioni informativa e culturale, da destinarsi a soggetti diversi. La funzione informativa potrebbe essere rivolta all’attuale Rai1 e a Radio1, che rimarrebbero allo stato e che potrebbero trasmettere la programmazione di Rai Parlamento. Quest’ultima dovrebbe allargare le proprie attività anche al Presidente della Repubblica e alle altre tre alte cariche dello stato, all’attività della Corte Costituzionale e del CSM e ai bollettini sull’estero rilasciati dalla Farnesina. Un tipo di comunicazione e di informazione molto istituzionale, impersonale, asettica, che lascia ai cittadini informazioni concrete sulla base delle quali farsi autonomamente un’opinione critica.

Tolti questi due canali, il resto delle attività della Rai andrebbe venduto a privati, dopo che parte del patrimonio di Rai Teche venisse usato per chiudere i debiti dell’azienda. Le reti di Rai2 e Rai3 andrebbero vendute assieme e separatamente dalle altre reti televisive secondarie dell’azienda, cedendo separatamente queste ultime tutte in un unico pacchetto. Lo stesso principio dovrebbe essere applicato per la radio. Rai News e Rai Sport dovrebbero essere entrambe suddivise tra i due blocchi, mentre Rai Cinema e Rai Play dovrebbero essere cedute, con le relative infrastrutture e i relativi prodotti, ad ancora altri privati come aziende distinte.

Le vendite non dovrebbero avvenire verso privati già attivi sul mercato nazionale, ma verso nuove imprese private nazionali costituite ad hoc o verso player internazionali non ancora attivi sul mercato italiano. Un compratore dovrebbe poter comprare massimo un’azienda di quelle messe all’asta pubblica, per favorire al massimo la concorrenza e impedire la creazione di nuovi trust. Ragion per cui sarebbe opportuno anche porre dei limiti per le partecipazioni di capitale di una proprietà acquirente rispetto a un’altra proprietà acquirente e dei termini minimi per eventuali future fusioni o acquisizioni. Chiarito come dovrebbe funzionare un pubblico servizio ridimensionato e ricalibrato su nuove logiche e come dovrebbe idealmente procedere un processo di privatizzazione, rimane irrisolto un solo nodo: quello della promozione culturale finora svolta dal servizio pubblico e che nel modello appena illustrato non è contemplata. In realtà, questa funzione pubblica si potrebbe far ricadere sugli operatori commerciali vecchi e nuovi nel nuovo panorama radiotelevisivo. Introducendo un principio di responsabilità sociale delle imprese della radiotelevisione, si potrebbe stabilire un monte ore settimanale di programmazione diurna che le reti dovrebbero sostenere su particolari ambiti culturali definiti (teatro e cinema d’arte, musica classica, storia dell’arte, innovazione tecnologica, scienze naturali, scienze dure, cultura economica, geostoria), quantificabile in un 20% della programmazione diurna settimanale da concentrare variamente sulle varie reti aziendali e nei vari giorni a seconda delle scelte delle singole aziende.

(A cura di Gennaro Romano)