RAI: Privatizzazioni, servizio pubblico, liberaldemocrazia (I/II)

da | Gen 20, 2025 | Giustizia e Riforme

Durante l’estate 2024, come succede del resto ogni estate, nei dicasteri e nelle aule parlamentari sono accadute cose relativamente poco pubblicizzate, ma molto interessanti. Tra queste, la privatizzazione di Rai Way, azienda che gestisce le infrastrutture hardware per la trasmissione delle reti radiotelevisive pubbliche.

Per l’occasione, è stato chiesto al ministro dell’economia e delle finanze – il leghista Giancarlo Giorgetti – circa l’ipotesi di una privatizzazione integrale della Rai. Il ministro è stato cauto sul ruolo della Rai, che esercita un servizio pubblico, cioè di pubblica utilità. Tuttavia, il ministro del Carroccio ha sottolineato come tale azienda pubblica da un lato abbia allargato le sue attività a prodotti non di pubblico interesse e, dall’altro lato, abbia accumulato un grosso debito (148,2 milioni di euro al 31 dicembre 2024, oltre quaranta milioni di euro in più rispetto al 2023). Ciò evidenziato, Giorgetti ha ammesso che una situazione simile non può che imporre di mettere sul mercato quote maggiori dell’azienda radiotelevisiva pubblica.

Al netto di come si evolverà la situazione della Rai sotto questo governo (guardando le performance economiche in regime di “Tele Meloni”, verosimilmente non benissimo), è interessante capire cosa rappresenti la Rai da un punto di vista liberale per l’Italia. Erede della fascista EIAR (che si occupò di sola radiofonia fino alla prima trasmissione televisiva nel 1954), la Rai ha mantenuto una impostazione fortemente monopolistica, repressiva e censoria fino all’imposizione delle cosiddette radio libere e delle televisioni commerciali negli anni ’70.

Vero e proprio strumento di potere e propaganda in mano alla maggioranza a guida DC, la Rai ha ospitato per la prima volta per radio e televisione un rappresentante dell’opposizione – il segretario comunista Palmiro Togliatti – solo nel 1960. Al di là dei giudizi di merito che possiamo dare sulle convinzioni politiche dei capi di PCI, PSI e MSI – si tratta di un fatto molto grave e illiberale, per il quale – pur con tanto di guerra fredda – non c’è giustificazione che tenga. Si potrebbe parlare dei concorsi canori truccati, delle demenziali satire filogovernative e anti-capelloni di Lando Buzzanca o Rick e Gian, dell’allontanamento o della censura subita da artisti non allineati (politicamente o culturalmente) come Ugo Tognazzi, Dalida, Mia Martini, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Milva, Patty Pravo, Umberto Bindi e tanti altri. Tuttavia, quel che ci interessa di più per il nostro ragionamento è il modo in cui la DC trattava la Rai: un suo feudo esclusivo, asservito alla propaganda dello scudo crociato e dove piazzare propri uomini.

Per spezzare questa situazione, le opposizioni nel 1975 ottennero di partecipare alla gestione della Rai, che si stava espandendo con un numero maggiore di reti televisive e radiofoniche, attraverso lo spostamento delle nomine dei dirigenti dal governo al parlamento. Se si voleva immaginare di creare un’azienda pubblica che fornisse un’informazione e un dibattito culturale davvero inclusivo ed equo, la situazione si evolse diversamente. I partiti più grandi, PSI e PCI, ottennero una coabitazione con i democristiani nella gestione della Rai non attraverso un lavoro congiunto e trasparente, ma con uno spazio di manovra esclusivo su singole reti. Su di esse, tali partiti operavano posizionamenti e assunzioni pilotate di personale e dirigenti secondo le stesse, identiche logiche usate dalla DC sul primo canale. Particolarmente felice fu la formula usata per descrivere questo fenomeno da parte dell’intellettuale repubblicano Alberto Ronchey, cioè quella della lottizzazione.

Il tema del degradarsi della missione pubblica informativa e culturale della Rai aumentò via via che la più grande delle reti commerciali private, la Mediaset, si poneva come alternativa credibile e vero e proprio competitor. Per fronteggiare le bordate dell’opinione pubblica, le varie reti divennero sempre più sfacciatamente faziose, legate ai partiti e, paradossalmente, scadenti e commerciali, nella ricerca disperata di recuperare terreno sulla Mediaset.

La situazione sempre più grave della Rai spinse i maggiori partiti posti fuori dal sistema dominante, la Lega e il Partito Radicale, ad allearsi sulla questione nonostante le loro grosse divergenze ideologiche. Mentre nel 1995 la prima repubblica tracollava definitivamente, i due partiti proposero un referendum sulla Rai. L’obiettivo dichiarato dei promotori era quello di interrompere il connubio tra politica e televisione di stato, immaginando un azionariato diffuso. Il referendum superò il quorum: se l’obbiettivo di aprire la Rai ad azionisti privati fu raggiunto e l’azienda da statale divenne pubblica, il referendum a oggi è ancora disatteso in fatto di esclusione della politica dal servizio pubblico. I partiti odierni, se all’opposizione, chiedono puntualmente a gran voce che la maggioranza esca dai palazzi della Rai, salvo poi abbassare i toni e cambiare idea quando sono al governo. La verità è che i partiti non sono disposti a rinunciare alla logica della lottizzazione, forse una delle poche eredità della prima repubblica giunte sino a noi immutate.

Questa inveterata tendenza alla spartizione della rete pubblica è proseguita senza che tutte le leggi in materia televisiva fossero in grado di porre un freno alla situazione. Intanto, si sono radicalizzate sempre più le posizioni in materia Rai, arrivando a derive tra loro variegate e spesso non curiose. Tanto per incominciare, negli anni ci sono state diverse raccolte firme per l’abolizione del Canone Rai, spesso sostenute con ardore dalle reti locali, riottose perché sistematicamente ignorate dai vari provvedimenti berlusconiani a favore delle sue reti e di Sky.

Un altro caso è dato dai tentativi neoconservatori dell’allora ministro dei rapporti con il parlamento Giuliano Ferrara. Con il passaggio del referendum leghista e radicale del 1995, il giornalista di destra ex PSI cercò – senza riuscirci – di forzare una privatizzazione integrale della Rai, passando la titolarità pubblica della Rai dal Parlamento al gruppo IRI, allora alle prese con una massiccia privatizzazione. Un passaggio frenato proprio dagli alti papaveri del primo berlusconismo: infatti, diversi anni più tardi la sentenza della Corte Costituzionale n. 284/2002 riconobbe alla Rai una funzione pubblica non esercitabile in via esclusiva da un soggetto privato, corroborando il punto di praticamente tutta la letteratura in materia. Orbene, si deduce che dovrebbe essere la Rai stessa a rinunciare apertamente alla propria funzione con un cambio della propria ragione sociale. Stabilito che la pista della privatizzazione tout-court è impraticabile per questioni sia di diritto che di opportunità, altrettanto poco sostenibile, se non proprio ridicola, è anche la deriva neodemocristiana della retorica prima renziana e poi piddina di “mamma Rai”. Questa visione edulcorata e non problematica del ruolo della Rai – oltre a essere fastidiosamente paternalistica e di un politicamente corretto zuccheroso ed ipocrita – esalta la Rai come alfiere di equità ed equidistanza tra posizioni tra loro ostili. In questa maniera, si risponde alle questioni poste dal referendum del 1995 semplicemente ignorandole e nascondendole sotto al tappeto insieme alla polvere. Questa impostazione rimane fondamentalmente statica, incapace di tradursi in alcunché di operativo.

(A cura di Gennaro Romano)