Nei precedenti due articoli sul tema delle diseguaglianze, abbiamo guardato a due contesti ben precisi del paese reale: le periferie sociali e le province. Poiché ogni serie che si rispetti è almeno una trilogia, mantenendo il moto centrifugo partito dalle città, concluderemo la nostra analisi affrontando il tema dell’uguaglianza dei punti partenza nella dimensione nazionale. Per farlo, ma soprattutto per mantenere il focus sul paese reale, partiremo col chiederci: per gli italiani, c’è un problema di diseguaglianze?
La ricerca condotta dall’Istituto Demopolis per Oxfam ci dà una risposta in tal senso, fornendo un quadro serio della situazione. Su un campione statisticamente rappresentativo di più di 4mila intervistati, il 71% crede che negli ultimi 5 anni le diseguaglianze siano aumentate, e che siano di natura per lo più economica, ma anche di accesso ai servizi, soprattutto quelli sanitari.
È il reddito, per l’83% degli italiani, il principale ambito in cui si manifestano le più forti disuguaglianze nel Paese. Con un dato in crescita esponenziale, inoltre, 7 intervistati su 10 segnalano che l’Italia è sempre più disuguale nell’accesso ai servizi sanitari: nella rilevazione condotta sul tema da Demopolis per Oxfam nel 2016, il dato si attestava al 54% (16 punti in meno rispetto ad oggi). La maggioranza assoluta ricorda anche quanto pesino i divari nelle opportunità di accesso al mondo del lavoro (55%) e nella disponibilità dei patrimoni in seno al tessuto sociale italiano (51%).
Secondo gli intervistati, tutto questo si traduce in gravi minacce per il futuro delle nuove generazioni e la coesione sociale (86%), la crescita economica (79%) e la qualità della democrazia (71%). Non deve quindi stupire se si assiste ad un “rigurgito” dei sovranismi e dei populismi in Occidente, visti come gli unici in grado di porre una visione alternativa allo “status quo”, e della critica alle élite da parte delle generazioni più giovani (ma forse non si erano mai effettivamente sedati).
Riflettendo sulle soluzioni, il 63% degli intervistati incoraggia un riequilibrio dell’attuale tassazione, spostandola dal lavoro a redditi finanziari, profitti e grandi patrimoni. A tal proposito, il 70% sarebbe favorevole ad un’imposta europea sui grandi patrimoni (che in Italia si applicherebbe solo allo 0,1% più ricco della popolazione); si tratta di una soluzione che da un lato riceve il netto appoggio degli elettori del centro-sinistra e di chi si è astenuto nelle più recenti elezioni, ma anche circa la metà degli elettori del centro-destra sarebbe propenso.
La cifra principale di supporto all’iniziativa risiede infatti nella convinzione che tassare i grandi patrimoni possa offrire risorse aggiuntive vitali per finanziare politiche a sostegno della scuola, della sanità, dell’inclusione sociale e di una giusta transizione ecologica (68%). Tuttavia, il 50% del campione crede che la tassazione dei grandi patrimoni rischierebbe di essere inutile per via dell’inefficienza dello Stato e del conseguente spreco di risorse.
Queste evidenze, insieme a quelle riportate nei precedenti due articoli sull’uguaglianza dei punti di partenza, rendono incredibilmente attuali le riflessioni che Luigi Einaudi scrisse 80 anni fa durante la sua permanenza in territorio elvetico.
Il “nostro” sosteneva che “come una gara di corse non è considerata leale se tutti i concorrenti non balzano in avanti nel medesimo momento e se qualche concorrente è impedito da qualche particolare inconveniente dal far valere le sue qualità; così la gara della vita tra gli uomini non appare leale se a tutti non sia concessa la medesima opportunità di partenza per quel che riguarda l’allevamento, la educazione, la istruzione e la scelta del lavoro.”
Da un lato, per Einaudi occorreva quindi alzare il “minimo” a disposizione degli individui attraverso la graduale estensione del campo dei servizi pubblici gratuiti. Alle istituzioni pubbliche è richiesto di garantire ai giovani la frequentazione di scuole ed università a loro scelta senza spesa (o comunque spese ridotte), e le scuole siano varie ed adatte, per numero e per attrezzatura, alle occupazioni diverse manuali od intellettuali ai quali i giovani si sentiranno chiamati.
Dall’altro, occorrerebbe abbassare il massimo proprio attraverso la progressività dell’imposizione fiscale e la revisione dell’imposta ereditaria limitatamente alla trasmissione dei “grandi” patrimoni. In quest’ultimo caso, Einaudi formula un tipo di imposta generazionale che ricada per un terzo sulle generazioni “ereditiere” successive alla prima. Il suo intento è infatti quello di incentivare gli ereditieri a mettere a frutto il patrimonio ricevuto, manutenendolo e sviluppandolo o vendendolo (e quindi dando la possibilità a qualcun altro di valorizzarlo).
È evidente come il pensiero di uno dei più grandi liberali italiani sia in sintonia, nonostante i decenni di distanza, con lo spirito del tempo contemporaneo.
Occorre però chiedersi, oltre ad applicare i suggerimenti di Einaudi, cos’altro si può fare, in aggiunta a quanto già proposto nei precedenti articoli, per rispondere ai punti d’attenzione sollevati dai cittadini? Con lo spirito, e la provocazione, di attivare una riflessione sul tema, alcune proposte potrebbe essere:
- Abolire le cedolari secche per fare rientrare tutti i redditi (sia da lavoro che da rendite) all’interno di un’unica base imponibile. Le evidenze, infatti, mostrano che aliquote sostitutive, come quelle sugli affitti, hanno in generale fallito nei loro obiettivi di incentivare determinati comportamenti. Ha ancora senso differenziarle? Hanno o no i redditi da lavoro pari dignità rispetto a quelli da rendite? Se si, perché tassarli in maniera diversa?
- Prevedere, per ogni ordine professionale, la costituzione di un fondo perduto a cui gli studi professionali, che superano un certo fatturato, dovranno devolvere una percentuale dei propri introiti. Questo fondo sarà messo a disposizione come fondo iniziale per l’apertura di un nuovo studio professionale per i neoiscritti all’ordine; per esserne beneficiari occorrerà rispettare determinati criteri patrimoniali e che non hanno legami di parentela con altri membri del medesimo ordine.
- Perseguire la lotta all’evasione fiscale e allocare il gettito recuperato direttamente al finanziamento della sanità pubblica (per esempio aumentando le borse di specializzazione, ma anche il personale che deve formare i giovani medici) e dell’istruzione pubblica e universitaria.
- Riprendere le campagne di liberalizzazione proposte dal governo Prodi II e ampliarne la platea di professioni e attività commerciali coinvolte.
- Valutare, senza pregiudizi ideologici, l’introduzione di un salario minimo.
Ovviamente queste proposte non sono esaustive, né tantomeno hanno l’ambizione di essere condivise in toto. Tuttavia, la realtà sociale di oggi richiede di essere innovativi e superare gli schemi di pensiero degli ultimi trent’anni, anche riscoprendo idee più vecchie, ma forse dimenticate.
(A cura di Marco Tuttolomondo)

