Uguaglianza dei punti di partenza: la provincia (2/2)

da | Nov 10, 2024 | Economia

Come scritto nella prima parte dell’articolo, qualora volessimo approcciare l’attuale crisi della provincia in maniera sistemica, sarebbe necessario agire su tre direttive principali: l’ambito economico-sociale, i servizi e l’assetto istituzionale

Dal punto di vista economico, la provincia italiana è tendenzialmente contraddistinta dalla presenza di numerose piccole e medie imprese (se non addirittura micro); si tratta di realtà spesso focalizzate sullo stesso ambito produttivo, tanto che si parla di distretti industriali. Tuttavia, proprio le ridotte dimensioni di queste imprese possono costituire un limite agli investimenti in ricerca e sviluppo necessari per competere sui mercati, aumentarne la produttività e di conseguenza creare sia posti di lavoro altamente qualificati, sia generare benessere nei territori limitrofi. Una sintesi tra l’indole micro-imprenditoriale italiana e la necessità di scalare in dimensioni potrebbe venire dall’incoraggiamento alla costituzione di consorzi tra le imprese di settore, in modo da portarle a ragionare più su larga scala, in maniera strategica e (auspicabilmente) favorirne l’aggregazione.

Per quanto riguarda invece la creazione di nuove imprese sul territorio, occorre prendere atto della preponderante dimensione digitale delle nuove attività imprenditoriali. In generale si tratta di forme di capitalismo immateriale, che si sviluppano in contesti in cui è facile avvengano fenomeni di spillover (ossia di diffusione involontaria di concetti e idee) e dove siano disponibili alti livelli di istruzione e competenze specifiche. Affinché questo tipo di impresa si diffonda anche nella nostra provincia e non resti appannaggio delle grandi città (con tutti i conseguenti fenomeni di gentrificazione che ciò comporterebbe), occorrerebbe innanzitutto diffondere anche in provincia tutte le conoscenze necessarie e attrarre le giuste competenze.

A tal fine, si potrebbero spostare alcune facoltà e campus delle università statati verso i Poli intercomunali ed i Comuni di Cintura, in modo da aumentare l’esposizione della provincia alle nuove conoscenze e formare in loco le nuove competenze, così come incentivare la costituzione di incubatori di start up sempre in tali aree. In aggiunta, i problemi concreti e critici delle aree interne potrebbero rappresentare un’importante fonte d’ispirazione per idee imprenditoriali originali.

Ovviamente lo sviluppo del tessuto imprenditoriale nella provincia non può prescindere da un arricchimento dei servizi locali, a partire dalla riqualificazione e ammodernamento delle infrastrutture: non solo per i trasporti (ragionando in termini di logistica integrata e rilanciando, tra le altre cose, le autostrade del mare), ma anche per il digitale (per esempio fornendo accesso diretto alla fibra ottica più potente). A questi occorre aggiungere quei servizi molto più essenziali dal punto di vista sociale: istruzione e sanità.

Della necessità di diffondere al di fuori delle aree metropolitane il sapere e le competenze accademiche si è infatti già scritto sopra; occorre però che queste siano affiancate dalla presenza di Istituti Tecnici Superiori che forniscano anche opportunità più professionalizzanti e coerenti al tessuto imprenditoriale del territorio. In aggiunta, le politiche di tagli lineari all’istruzione primaria non hanno fatto altro che danneggiare esclusivamente le aree interne del nostro paese. Ad un anno e mezzo dalla sua applicazione, il processo di ridimensionamento delle Istituzioni scolastiche avviato dal governo Meloni prevede un risparmio di 88 milioni nel corso di nove anni, meno di 10 milioni di euro l’anno a fronte della soppressione di circa 700 dirigenze e relative segreterie, equivalente a 0,02% di risparmio sulle spese per l’istruzione (in media 50 miliardi all’anno).

A fronte di benefici economici oggettivamente marginali, l’impatto in termini sociali è sensibile: in comuni già condizionati da uno stato di fragilità, la chiusura di un servizio importante come la scuola primaria porta spesso ad una dinamica di ulteriore perdita di popolazione e di reddito. Infatti, senza scuole elementari, le persone che fanno parte della fascia di popolazione più produttiva e che hanno o potrebbero avere figli sono costrette a lasciare i comuni per spostarsi in zone dove possono avere questo servizio. Ciò porta sempre più questi paesi verso lo svuotamento e in particolare accade nelle zone dove non è presente un capoluogo di provincia. Occorre che quindi il ridimensionamento avvenga con una maggiore comprensione degli impatti che si genererebbero nelle aree interne.

In ambito sociosanitario, invece, la strategia del PNRR sembra andare nell’auspicabile direzione di fornire maggiore assistenza sanitaria di prossimità alle aree più interne del nostro paese. È oggettivamente sostenibile una situazione in cui l’unica possibilità per un malato del centro Sicilia di raggiungere l’ospedale più vicino sia tramite elisoccorso? Si direbbe proprio di no.

Tuttavia, ragionando in termini più ambiziosi, si potrebbe prevedere la costituzione dei Centri Comunali (o Intercomunali) di Azione Sociale sul modello francese. Si tratta di istituti obbligatori per tutti i comuni con più di 1.500 abitati, in cui si concentrano tutti i servizi per combattere l’esclusione sociale, fornire assistenza agli anziani e alle persone con disabilità e gestire una serie di strutture per i bambini, ma anche fornire supporto medico-amministrativo. In questo modo, si riuscirebbe parzialmente a colmare l’assenza di servizi nelle aree più rurali del paese.

Quelle sino ad ora elencate sono solo alcune delle iniziative a cui si può pensare per risollevare le sorti della nostra provincia. L’approccio sistemico al tema delle aree interne ci porta, però, a chiederci se l’attuale assetto istituzionale sarebbe in grado di accompagnare l’effettiva messa a terra delle proposte descritte in quest’articolo. Le regioni, con le loro competenze esclusive e concorrenze con lo stato centrale, sarebbero efficaci nell’aiutare le nostre aree interne? O sarebbero le provincie, intese come entità amministrative, data le loro natura e forte connotazione territoriale, le più idonee?

Forse la verità è nel mezzo: avviare il superamento delle regioni a favore di un nuovo istituto sul modello dei dipartimenti francesi; in altre parole, si tratterebbe di prevedere la costituzione di aggregazioni interprovinciali (da chiamare dipartimenti, appunto) che mettano insieme territori omogenei in modo da condividerne le risorse, ottenendo così maggiori mezzi a disposizione, ma soprattutto una maggiore prossimità politico-amministrativa ai cittadini stessi. In conclusione, le cose da fare sarebbero tante e per alcune gli effetti correttivi sulle crescenti diseguaglianze si vedranno solo nel lungo periodo. Del resto, è o non è il ragionare sul lungo termine la chiave dei liberali? Tuttavia, il cambio di passo è necessario adesso.

(A cura di Marco Tuttolomondo)