Uguaglianza dei punti di partenza: la provincia (1/2)

da | Nov 6, 2024 | Economia

In un precedente articolo pubblicato su questo blog era stato affrontato il tema della diseguaglianza dei punti di partenza tra chi nasce nelle periferie sociali delle città italiane e chi no. Con questo articolo, diviso in due parti, vogliamo ampliare lo spazio di riflessione, spostandoci dai quartieri delle nostre città al vero fulcro del nostro paese: la provincia.

In Italia il 16% della popolazione vive in comuni con meno di 5 mila abitanti e il 35% in comuni tra i 5 e i 20 mila abitanti. Vuol dire, quindi, che la metà della popolazione risiede in piccoli centri. Mentre la popolazione urbana, se si include con un criterio abbastanza esteso tutti gli abitanti delle quattordici città metropolitane (oltre 1.200 comuni, di cui molti sono piccoli), è circa un terzo del totale.

Ne consegue che, quando pensiamo ai problemi concreti che affronta la maggior parte dei cittadini, dobbiamo dimenticarci delle dinamiche che si vivono in grandi città come Milano o Roma, o città di medie dimensioni come Verona, Messina o Perugia. L’Italia vera è quella dei piccoli centri.

Come sta quindi la provincia italiana?

Per rispondere, occorre precisare che in questo articolo considereremo provincia la costellazione di comuni che compongono le cosiddette aree interne (come definite dalla Strategia Nazionale delle Aree Interne). Si tratta di piccoli Comuni (Intermedi, Periferici e Ultraperiferici), connotati da scarsa accessibilità ai servizi essenziali, opposti ai Centri (Poli, Poli intercomunali, Comuni di Cintura) dotati, invece, di infrastrutture che garantiscono tali servizi essenziali. Complessivamente, le aree interne includono 4 mila Comuni (il 48,5% del totale dei comuni italiani), e 13 milioni e 300 mila individui (circa un quarto della popolazione residente in Italia).

In base agli ultimi dati ISTAT, la provincia italiana sta vivendo un’emorragia demografica. Non solo il numero di morti non viene compensato dalle nascite (tema questo comune a tutto il paese), ma negli ultimi venti anni si è anche intensificata l’emigrazione delle persone dalle aree interne verso i centri. Ad emigrare sono soprattutto gli abitati delle aree interne del mezzogiorno (46,2% delle partenze totali), mentre la meta principale sono i centri del nord (50,8% delle partenze totali).

Purtroppo, l’emorragia non riguarda soltanto il numero di persone, ma anche le competenze. Sempre l’ISTAT calcola che nel periodo 2002-2022 il numero di giovani laureati italiani che dalle aree interne si sono trasferiti verso i centri o verso l’estero è costantemente aumentato, mentre molto meno numerosi sono stati i flussi sulla traiettoria opposta, per un saldo totale di 160 mila giovani laureati in meno.

I motivi di questa crisi demografica nella provincia sono ben noti: mancanza di opportunità di lavoro (soprattutto qualificate) e assenza di servizi. Per cercare di farvi fronte, governi di ogni colore hanno attivato programmi di vario tipo. La già citata Strategia Nazionale della Aree Interne, ad esempio, prevede lo stanziamento di fondi e di una cabina di regia per provvedere a servizi per l’istruzione, la salute (anche in ottica di integrazione sociosanitaria), la mobilità, e azioni per la localizzazione produttiva e la creazione di lavoro nelle zone interessate. Un’altra iniziativa è stata la creazione della Zona Economia Speciale Unica nel Mezzogiorno. Tuttavia, mentre quest’ultima sta ancora faticando a produrre benefici sostanziali estesi, della prima si sono perse le tracce. Se si vuole quindi perseguire il principio dell’eguaglianze dei punti di partenza, alla luce della situazione descritta, occorre chiedersi se singoli programmi ed iniziative siano la strada più efficace per liberare la nostra provincia dalla spirale depressiva in cui sembra ormai incastrata, o se l’intervento debba essere più organico e sistemico. Quest’ultimo caso richiederebbe azioni su tre direttive principali: l’ambito economico-sociale, i servizi e l’assetto istituzionale. Ne parleremo nella seconda parte.

(A cura di Marco Tuttolomondo)