Anche gli anni della prima repubblica i liberali non riuscirono ad allargare più di tanto la propria base sociale ed elettorale di riferimento. Il periodo fascista lasciò pesanti strascichi, decimando la credibilità di molti riferimenti territoriali e professionali notabili liberali, passati a cooperare con i fascisti. A non tradire le proprie idee e a militare nell’antifascismo furono molti meno: se è vero che avvenne così una scrematura di tutti gli elementi che erano puramente opportunistici, è anche vero che i pochi rimasti non poterono far altro che operare in un contesto ridotto a livello sia di riferimenti sociali che culturali. Pesò il fatto di non avere un partito strutturato territorialmente da lungo tempo e anche il riferimento lontano nel tempo e l’essere entrati nell’immaginario italiano come partito erede di chi, con la propria tendenza notabilare al compromesso, aveva involontariamente contribuito all’affermazione del regime fascista. In aggiunta, la presa morale e la versatilità del cattolicesimo popolare e l’azione moderante sul popolo della sinistra dei socialisti contribuirono a mantenere la guida dell’anticomunismo e del governo ben lontana dai liberali.
Il passaggio da prima a seconda repubblica non aiutò a ribaltare questo stato di cose. Essendo avvenuto un cambio di regime, quanto sopravvisse delle dirigenze democristiane, comuniste e degli altri gruppi che per oltre quattro decenni avevano fatto il pieno di consensi e influenzato politica e cultura italiana si trovarono in una situazione per molti aspetti analoga a quella dei liberali del secondo dopoguerra. Cioè, erano supportati da una cerchia più o meno ristretta di persone ideologizzate o nostalgiche e con la croce di aver condiviso un’esperienza politica naufragata per colpa di compagnie opportuniste, se non proprio truffaldine. Il clima di compromissione diede ai liberali il colpo definitivo, disperdendo i liberali in FI e poi progressivamente in altre esperienze di centro, perlopiù insieme a ex democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani. Come s’è detto, anche questi ormai ridotti a delle élite colte legate ad un’idea di fare politica in cui l’opinione e la cultura giocassero un ruolo decisivo.
Queste élite centriste, pur avendo origini differenti, finirono per venirsi incontro e fondersi sempre più per una comune sensibilità e per una caratterizzazione sociale ormai piuttosto simile. L’esperienza nella politica contemporanea è stata perlopiù deludente per tutti loro e li ha stretti sempre più gli uni agli altri, per arrivare ai sempre più numerosi tentativi centristi e terzopolisti, specialmente quando, dopo il 2008, il deterioramento dell’economia e del discorso pubblico ha accelerato sempre più. La caratterizzazione sociale e culturale dei nuovi centristi libdem (più o meno unitari, più o meno lib o più o meno dem) è ancor più invalidante nel quadro attuale di quanto non fosse per i liberali del secondo dopoguerra. Infatti, la politica contemporanea ha giocato sempre più sul vittimismo delle masse e ha abbassato il tono fino all’arcinoto fenomeno dei populismi. Non proprio l’ambiente ideale per guadagnare grandi numeri alle cause e alle idee libdem.
Spiegati i motivi della limitatezza socioculturale e di consensi dei liberali, il secondo passo per iniziare a immaginare una soluzione per l’immobilismo sociale ed elettorale del centrismo libdem italiano è osservare le differenze con i luoghi in cui questo problema non c’è. Se nel Benelux e nel nord Europa i liberali mantengono – nelle varie declinazioni – un peso e un’influenza perché si tratta di sistemi politici molto equilibrati e frammentari, molto più importante per immaginare soluzioni al nostro problema è guardare ai paesi della parte orientale dell’UE. Si tratta di paesi molto diversi tra loro, ma accomunati dal fatto di essere democrazie relativamente giovani e in cui l’estrema destra ha spinto tantissimo sulle paure e le incertezze delle persone e sulle fragilità del sistema identitario ed economico formatosi dopo il comunismo. La forza dei liberali è stata quella di non accentrare su di sé tutti i compiti di opposizione, ma di giocare di squadra con i popolari e le sinistre e di consentire al proprio interno l’espressione di diverse linee di pensiero e di diversi personaggi, diversi territori e (in alcuni casi) diverse religioni.
Perché per gli amici liberali e centristi esteuropei è stato così semplice dribblare i personalismi che tanto male fanno a quest’area politica nel nostro Paese? Qualcuno, banalizzando, direbbe che ciò accada per un non meglio specificato “fatto culturale”. Si tratta di un’eventuale spiegazione non solo insufficiente, ma anche poco informata e per nulla circostanziata. La verità è che in quei paesi la democrazia è ancora una conquista recente. Perciò, c’è la consapevolezza di dover mantenere insieme la popolazione tutta per mantenere le conquiste democratiche e accrescerle, in quello spirito inclusivo e trasversale che dovrebbe essere proprio di ogni forza politica che sia schiettamente democratica.
Libero mercato, lotta alla povertà, lavoro, sviluppo, infrastrutture, espletamento di diritti civili come aborto e matrimonio, certezza del diritto e della pena, mobilità: queste e molte altre le tematiche affrontate dai nostri colleghi orientali. Lo hanno fatto senza remore, senza compromessi, senza paura di nascondere discussioni interne e senza temere di pestare i piedi a qualche categoria particolare: il bene comune è davanti a ogni necessità o sensibilità particolare e le conquiste sono conquiste di tutti e di cui tutti devono beneficiare.
Essendo movimenti giovani in giovani democrazie, i centristi libdem esteuropei stanno mantenendo vivo quello che noi, nel nostro derivare da lunghe storie e da una stratificazione sociale risalente, abbiamo lasciato ai libri e alla carta: la natura intrinsecamente rivoluzionaria e totale del liberalismo, che altro non è che la religione civile della libertà. La rivoluzione, da noi in occidente ben risalente, è permanente e si trasforma di continuo: a mantenerla rigogliosa e forte è l’incarnazione progressiva dell’idea (che per noi è la libertà) nel reale. Il nostro compito è favorire questa incarnazione, questo perpetuarsi della libertà, adattando l’attuazione dell’idea ai mutamenti tecnici, economici e di costume.
Il centro dell’azione deve essere, però, sempre il perpetuarsi dell’idea: non dei gruppi a cui l’idea si è appoggiata in date generazioni. Perché, quando a volersi preservare è un gruppo, si passa a fare operazioni non di adattamento, ma di convenienza e, in sostanza, di conservazione. Cioè, si fa del conservatorismo: conservatorismo che, nel caso nostro visto nella prima metà di questo articolo, è un conservatorismo sociale dalle sfumature più o meno involontariamente classiste. Il classismo è la negazione dell’individuo libero, il conservatorismo è la negazione della rivoluzione e la rivoluzione è la conditio sine qua non del liberalismo. In Italia siamo cioè arrivati a un liberalismo che nega sé stesso per motivi storico-sociali che nulla hanno a che vedere con la dottrina e le idee.
Vorrei sottolineare rapidamente (ma è tema che meriterebbe un’analisi a parte) che, data la centralità delle idee nel liberalismo democratico, così come in altre correnti di pensiero politico, cade del tutto un’altra perversione ideologica dei libdem non solo italiani, ma latini in generale: il terzopolismo aideologico tecnocratico. Oltre a essere praticamente un pentastellismo dei “capaci” (ma pur sempre un pentastellismo), ha nutrito e fatto le fortune delle volubili e schifiltose (ma non liberali) borghesie canadese e francese e dei loro leader Trudeau e Macron. Il poderoso boost inavvertitamente offerto ai populismi, ai neocomunismi e ai neofascismi da questi due personaggi e dai loro entourage è oggetto di cronaca recente…
Ora, inteso che il problema esiste e che va risolto, cosa fare? Si tratta di un lavoro di durata generazionale, questo è evidente. Nel concreto, bisogna accogliere i temi, non negarli. I gruppi di interesse non vanno negati nella loro totalità a favore di un non meglio definito individuo: i gruppi di interesse esistono per la libera iniziativa proprio degli individui stessi. Questi decidono di mettersi insieme liberamente, senza pressioni esterne, per far valere una propria posizione o un proprio interesse. In questa chiave, i liberali devono legittimare l’esistenza dei gruppi di interesse nella propria teoria e nella propria prassi politica, staccandosi dal prendere le parti solo dei gruppi più abbienti e cercando, invece, di costruire proposte che vogliano essere un arbitrato dinamico tra eventuali parti contrapposte, sempre nel rispetto del principio della libertà individuale.
Per concludere, vorrei offrire un esempio pratico, suggerito dalla recente cronaca: quello degli spazi pubblici dati in gestione a privati. Per la politica odierna, sia di destra che di sinistra, è normalizzato attrarre investimenti con deroghe della funzione pubblica a favore dei potenziali investitori: è il caso dei parcheggi di San Siro, offerti in gestione gratuitamente dal comune di Milano alle due grandi società di calcio della città. Queste ultime, non così interessate al business, hanno lasciato la gestione di questa importante funzione su un suolo pubblico a una società che, al di là di come andranno le indagini, è in mano a persone che sono in maniera conclamata legate alla criminalità organizzata. Un caso mediatizzato, ma ci sono tanti casi simili, come detto. Specialmente nelle aree industriali e nelle città turistiche. Un pilastro del liberalismo è la netta distinzione tra pubblico e privato: se un’azienda privata ha intenzione di investire in un territorio, investe per le attività in cui vuole investire molto indipendentemente dalla messa a disposizione di spazi e funzioni pubbliche cui non ha rivolto interesse imprenditoriale. Se proprio questo interesse ci dovesse essere, il privato in questione dovrebbe o comprare tale funzione/spazio (qualora fosse possibile) o fittarla a un prezzo che garantisca l’interesse dei cittadini. Questa sarebbe una messa a disposizione della dottrina liberale a favore di tutta la cittadinanza: in modo diretto, sincero, pragmatico e democratico, senza favoritismi di sorta.
(A cura di Gennaro Romano)

