Ecco la terza e ultima parte di questo ampio articolo di proposta di una riforma complessiva e organica dell’assetto istituzionale italiano. Tale articolo si apre ad essere solo la base di partenza per una proposta complessiva dell’area liberale e centrista italiana, alternativa alle disorganiche e spesso improvvisate riforme condotte o proposte dalle destre attualmente al governo e dalle sinistre.
Nella seconda parte dell’articolo si è parlato di riforma degli enti locali in un senso federalista, solidale e incentrato sulle province, anziché su grandi regioni. Nel finale, si era accennato a come il nuovo assetto, in virtù dei nuovi compiti delle province e dell’abrogata concorrenzialità, avrebbe generato minori costi per lo Stato centrale. In effetti, interi dicasteri verrebbero eliminati. Tra i vari: Affari Regionali, Pari Opportunità, Agricoltura e Beni Culturali. Invece altri – come Istruzione, Affari Europei, Trasporti, Energia, Università e Ricerca, Lavoro e Sviluppo Economico – vedrebbero diminuire di molto i loro compiti e le loro esigenze finanziarie. Inoltre, essi potrebbero venire opportunamente accorpati ad altri ministeri più grandi, così da semplificare ed economizzare il tutto. Il risparmio così ottenuto dallo Stato centrale tornerebbe molto utile non solo per garantire le risorse alla sicurezza interna e il funzionamento di diplomazia e giustizia (e c’è un gran bisogno), ma anche per risanare gli interessi sul debito pubblico e raggiungere gli ambiziosi e necessari obbiettivi di spesa militare che l’Italia, come ogni paese nella NATO, ha assunto.
Non solo sostenibilità economica, ma anche partecipazione democratica e avvicinamento dei cittadini alla cosa pubblica sono stati alla base della precedente proposta di riforma, così come lo sono per questa proposta di riforma delle istituzioni rappresentative dello Stato centrale.
L’Italia necessita di esecutivi durevoli: nella nostra breve storia repubblicana troppi governi si sono dati il cambio. Tuttavia, negli ultimi anni si è imposta una deriva che oppone all’instabilità un ampiamento dei poteri dell’esecutivo. Quest’ultimo, sotto la minaccia dei lunghi tempi parlamentari, si è preso sempre più la briga di procedere per decreti. Ciò, oltre a togliere al Parlamento il suo compito di controllo, crea un problema giurisprudenziale non indifferente. Insomma, governi che si trovano sotto il costante attacco del Parlamento si sono fatti sempre più forti degli spazi che la Costituzione gli lascia. Inoltre, il crollo della gran parte dei partiti ideologici ha fatto sì che negli ultimi decenni sia i cittadini che i partiti stessi identificassero sempre più la proposta politica con l’esecutivo e con il suo vertice, il presidente del consiglio, divenuto ormai il Premier. Un’importante conseguenza di quanto appena detto è che i partiti hanno mirato sempre più a costruire coalizioni ben prima delle elezioni e a coordinare assieme la loro campagna elettorale.
L’introduzione del premierato voluta dalla Destra serve a consolidare questa direzione di un grande rafforzamento dell’esecutivo, laddove invece sia la legge elettorale del 2017, detta Rosatellum, sia la più recente riduzione del numero dei parlamentari, approvata per referendum nel 2020, hanno mirato solo a rendere i l’organo legislativo più uniforme e in grado di assicurare maggioranze stabili.
Questa tendenza al maggioritario, unita alla sempre maggiore tendenza alle coalizioni per distribuire il premio di maggioranza e alla sussistenza di una soglia di sbarramento al 3% (che qualcuno vorrebbe pure alzare), ha condotto a un inquietante fenomeno di appiattimento delle proposte politiche. Infatti, la tendenza a un sostanziale bipolarismo non solo ha spinto le coalizioni verso il populismo, la super-semplificazione e l’imbrutimento delle linee politiche e del linguaggio, ma – in maniera apparentemente paradossale – ha spinto i programmi verso l’ignavia. Mettere d’accordo tanti partiti comporta una perdita di identità e specificità degli stessi a favore dell’intesa generale di coalizione. Succede così che gli elettori perdono fiducia nel sistema politico, perché non sempre vedono rispettati i valori e le proposte per cui hanno votato.
Serve un cambio di direzione rispetto a tutto questo. Il nostro Paese merita, sì, un governo stabile e merita, altresì, una maggiore partecipazione democratica e una maggiore rappresentatività. Teniamo conto che, nonostante la rigida soglia di sbarramento al 3%, la vitalità dei piccoli partiti non è mai venuta meno. I piccoli partiti sono una parte imprescindibile tanto della nostra storia quanto della nostra sensibilità politica attuale. Ragion per cui si vuole offrire ai liberaldemocratici e a tutto il centrismo italiano un primo disegno di riforma delle istituzioni dello Stato centrale.
Si parta dal Presidente della Repubblica. Figura oggetto di una sterminata letteratura giuridica, la si potrebbe in questa sede, per esigenze di chiarezza e di spazio a disposizione, fare oggetto di una banalizzazione: ha troppo potere per non essere eletta dai cittadini, ma non è neanche abbastanza forte, attualmente, da poterlo essere. Si può pensare di avere in Italia un Capo dello Stato nello stile di quello francese o di quello americano, con una molteplicità di poteri, principalmente esecutivi? Chiaramente non si adatta né alla complessità né alla sensibilità italiane. Una figura di quel tipo finirebbe per essere sovraccaricata di pressioni e di compiti. Vista la centralità del potere legislativo nella tradizione italiana, si può pensare a un Presidente della Repubblica eletto direttamente dai cittadini e con più poteri di quelli che ha attualmente, ma più nel campo legislativo che in quello esecutivo. Una sorta di “super senatore”.
Questo nuovo Presidente della Repubblica verrebbe eletto con due anni di scarto rispetto al Parlamento, eletti entrambi ogni quattro anni, come negli USA. Potrebbe candidarsi chiunque rispetti i requisiti di eleggibilità stabiliti dall’articolo 84 della Costituzione, anche senza alcuna sponsorizzazione partitica. Non ci sarebbe un limite al numero delle candidature. Il sistema elettorale con cui il Capo dello Stato verrebbe eletto prevederebbe un primo turno. Se nessun candidato (non per forza partito) raggiungesse la maggioranza semplice del voto popolare, si passerebbe a un secondo turno dopo dieci giorni lavorativi. Si confronterebbero i primi due candidati per numero di preferenze. Un candidato sarebbe libero anche di ritirarsi dalla corsa entro tre giorni lavorativi prima del turno elettorale.
Il Presidente della Repubblica, in carica per quattro anni, assolverebbe a tutti gli obblighi attualmente previsti. A essi si aggiungerebbe una funzione di controllo più stretta sul governo, che si esplicherebbe nella possibilità di ottenere, senza passare per nessuna consultazione con le Camere, le dimissioni di massimo due tra i ministri della Repubblica. Data la sua elezione intervallata con quella del Parlamento, il senso del suo mandato non sarebbe una mera rappresentanza formale della nazione, ma di vegliare sull’esecutivo, anche al punto di imporre il cambio di alcune figure. Il Presidente della Repubblica, inoltre, dovrebbe nominare o confermare venti senatori che sono di sua nomina esclusiva. La permanenza in senato di questi senatori di nomina presidenziale sarebbe legata alla durata del mandato del Presidente della Repubblica stesso: cioè, godrebbero di una situazione molto diversa dai cinque senatori a vita. Ma di come si vuole modificare le Camere si parlerà a breve.
Tornando al Presidente della Repubblica, egli avrebbe anche il potere di chiedere e ottenere, senza nessun passaggio se non quello di costituzionalità preso la corte apposita, due referenda. Infine, il Presidente della Repubblica eletto avrebbe facoltà di depositare al Senato un massimo di quattro disegni di legge durante il proprio mandato. Una volta depositati, questi disegni di legge seguirebbero l’iter standard, con l’eccezione che il Presidente non può applicare il rinvio alle Camere.
Chiarite le novità sul Presidente della Repubblica eletto, ora si analizzerà la nuova composizione del parlamento italiano all’interno di questa proposta. Vale tuttavia la pena affrontare prima un problema appena sollevato nel paragrafo precedente: l’iter di approvazione delle leggi. Si intende ridurre il numero di rimpalli tra i due rami del Parlamento a massimo tre, con cioè massimo quattro votazioni (due alla Camera e due al Senato) per ciascun disegno di legge. Il rinvio da parte del Presidente della Repubblica potrebbe verificarsi una volta soltanto per ogni disegno di legge: in questo caso, le Camere voterebbero riunite in seduta unica l’approvazione o bocciatura definitiva della legge, così come rinviata dal Capo dello Stato.
Le Camere, in carica quattro anni e votate a due anni di distanza dal Presidente della Repubblica, si riunirebbero in seduta unica anche per le celebrazioni solenni e per votare unite la fiducia o sfiducia al governo. Mantenendo il principio del bicameralismo perfetto, quindi, si lascia a entrambi i rami del parlamento il diritto di proporre, e non solo votare, le leggi. In questa proposta, come sarebbero composte la Camera dei deputati e il Senato della Repubblica?
Partendo dal Senato, si è già parlato dei senatori a vita e dei nuovi venti senatori di nomina presidenziale. Questi ultimi sarebbero espressione di una delega della volontà della maggioranza del popolo, a conferma o correzione dell’operato legislativo e governativo nei due anni precedenti, tenendo il legislativo informato di una mutata volontà popolare. A questi venti senatori di nomina presidenziale e ai cinque senatori a vita, si aggiungerebbero centoventidue senatori eletti in collegi uninominali, per un totale di centoquarantasette senatori della Repubblica, a fronte dei duecentocinque attuali.
Centosei dei centoventidue senatori elettivi verrebbero scelti dal popolo in altrettanti collegi elettorali corrispondenti ognuno a una delle province o città metropolitane del Paese. Dodici senatori elettivi verrebbero ripartiti, invece, tra le minoranze etnico-linguistiche tutelate dalla Costituzione. Vi sarebbe un seggio che raccoglierebbe i comuni albanofoni della nazione, uno che raccoglierebbe i comuni grecofoni, uno i comuni e le comunità di lingua croata e slovena, uno i comuni di lingua provenzale, uno i comuni ladini e un altro i comuni di lingua catalana. A queste appena presentate, vanno aggiunte altre due circoscrizioni: una, estesa a tutte le province di lingua sarda, e un’altra, estesa a tutte le province di lingua friulana. Situazione diversa per i numerosi comuni francofoni e germanofoni: essi verrebbero raccolti, come le altre minoranze, in due circoscrizioni, le quali, però, eleggerebbero non un solo senatore a testa, ma due. Quattro circoscrizioni, con funzionamento invece uguale alle altre, sono per gli italiani residenti all’estero: circoscrizione UE, circoscrizione Eurasia e Oceania, circoscrizione Nord America e circoscrizione Africa e America Latina.
I senatori verrebbero eletti a maggioranza relativa dei voti all’interno della loro circoscrizione. Nel caso dei collegi delle minoranze francofona e germanofona, a essere eletti senatori sarebbero anche i candidati classificatisi secondi. A sostegno di un candidato senatore, movimenti e partiti sarebbero liberi di associarsi in coalizioni. È legittimo che queste varino anche da collegio elettorale a collegio elettorale.
Meccanismo diverso per l’elezione della Camera dei deputati. Essa sarebbe composta, in partenza, da trecento deputati eletti proporzionalmente: un deputato eletto ogni 0,33% degli elettori. Non ci sarebbero collegi uninominali o plurinominali, ma tutti i partiti dovrebbero presentare liste di trecento candidati. Sulla scheda elettorale, il cittadino alle urne dovrebbe barrare il simbolo del partito e, qualora volesse, esprimere da una a tre preferenze tra i trecento candidati. Nel caso di più di una preferenza, bisognerebbe indicare candidati di due generi differenti. Dei trecento candidati di ogni partito, diventano deputati, in base al numero di preferenze che il partito ha raccolto e al numero di deputati che ha diritto ad assumere, i candidati che hanno raccolto più preferenze personali.
Non sono accette coalizioni alle elezioni per la Camera. Qualora il primo partito non raggiungesse almeno il quaranta per cento dei voti e, conseguentemente, almeno centoventi seggi, gli si darebbe un numero di seggi, aggiuntivi ai trecento seggi di affidamento proporzionale, tali da affidare comunque al primo partito stesso il controllo di due quinti della Camera. Ecco un esempio: il primo partito prende il 27% dei voti. Essi si traducono in ottantuno seggi alla Camera. Per raggiungere i due quinti, bisogna tener conto che ci sono duecento diciannove parlamentari. Questo numero va diviso per tre e moltiplicato per due, con approssimazione per eccesso sui decimali. Viene centoquarantasei, che è il numero deputati che dovrebbe avere il primo partito: si sottraggono a centoquarantasei il numero di deputati che il primo partito ha già (ottantuno) e escono i sessantacinque deputati che lo stesso partito e, quindi, la Camera acquisirà sulla sua base di trecento parlamentari eletti con criterio proporzionale. Questi sessantacinque “ripescati”, nell’esempio presentato, sarebbero i candidati piazzatisi tra l’ottantaduesimo e il cento quarantasettesimo posto per preferenze all’interno della lista di trecento candidati del partito di cui si è detto nel precedente paragrafo. Questa modifica del sistema elettorale e della struttura del Parlamento ha come scopo tutelare, dal lato del Senato, le identità specifiche e le autonomie territoriali oltre che le loro specifiche sensibilità politiche, in una maniera pari ed equa anche nei confronti delle aree più spopolate e, quindi, potenzialmente più esposte al potere della maggioranza. Dal lato della Camera, invece, si vorrebbe difendere, come detto in precedenza, non solo i piccoli partiti e movimenti, che tanto hanno fatto e fanno per la democrazia italiana, ma anche il valore e l’identità dei partiti più in generale, non più soggetti alla necessità di coalizzarsi e appiattire le proprie proposte. Tuttavia, la necessità di avere un primo partito con il quaranta per cento dei seggi consentirebbe comunque di raggiungere un principio di stabilità, senza però compromettere la rappresentanza democratica e la centralità del parlamento.
(A cura di Gennaro Romano e Daniele Avignone)

